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aliasalberto
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L'articolo di Pontifex su Rita Levi-Montalcini è stato rimosso.:morristend:
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ahahaha è vero.L'articolo di Pontifex su Rita Levi-Montalcini è stato rimosso.:morristend:
uhuh, fortissimo quello.ahahaha è vero.
Alcuni dei punti forti dell'articolo di Paolo Volpe (non mi ricordo se Paolo o qualcosa d'altro) era che Montalcini - sia pace alla sua anima -, non otterrà nemmeno il purgatorio, che è morta senza aver chiesto perdono a ***, che il suo ateismo ha profanato *** e il mondo degli uomini. Che andrà all'inferno.
Che non si dà un nobel a un essere così ignobile.
Che altro diceva, Ray? Sto già cancellando //content.invisioncic.com/a283374/emoticons/paura.gif
Propongo di fare copia-e-incolla in futuro //content.invisioncic.com/a283374/emoticons/winks.gif
Hai ragione, Oni, ma si sa, le donne hanno la memoria corta e il cervellino labile :.bip:uhuh, fortissimo quello.
ricordo si interrogasse anche su quanto la montalcini ci sia costata come senatrice a vita; c'era anche uno sproloquio indegno su come sia stata portata "a braccio" a votare la fiducia al passato governo prodi.
nonchè qualcosa del tipo "povera illusa che cercava la verità nella scienza ignorando ***"
giusto per dovere di cronaca, son cose che è meglio non dimenticare :.bip:
Io non riesco a vedere il filmato //content.invisioncic.com/a283374/emoticons/sisi.gif Gira a vuotoDimenticavo la copia cache di Google.:morris82:Eccolo qua:
LA BEATIFICAZIONE DI RITA LEVI MONTALCINI. MA QUANTO CI È COSTATA?
Alla vegliarda età di 103 anni si è spenta Rita Levi Montalcini, senatrice a vita (???). Si sono spenti i commenti, i peana, gli elogi. Certo, quando muore un Nobel è normale. Riflettiamo: ma era proprio meritato questo Nobel? O risponde alla logica che decide la spartizione del premi specie se casomai si appartiene a culture non occidentali, quindi da premiare con maggior attenzione pena essere offesi nelle peggiori maniere? E si sa che alcune persone godono un trattamento di favore nel mondo, nella cultura, nelle banche, nella economia. Leggendo il pensiero della senatrice a vita non possiamo non ricavare una idea onnipotente della scienza, una concezione che mette la ricerca al di sopra di *** e del creato. Nulla di nuovo, per una non credente che anche nella fine della sua vita non ha mai fatto una sana opera di ravvedimento. Eppure era benestante, ma lucrava, legittimamente, uno stipendio di senatrice a vita e nessuno potrà mai dimenticare ...
... lo spettacolo penoso di quel governo Prodi retto dai senatori a vita, con la senatrice trasportata a braccio per decretare per l'accanimento terapeutico del governo.
E' scomparsa e speriamo che almeno in punto di morta si sia convertita, preghiamo per lei e perché possa ottenere un posto almeno nel Purgatorio, ma francamente la beatificazione mediatica della vegliarda non ha avuto alcun senso, specie per i criteri con cui quel Nobel è stato dato.
Lo sappiamo, alcune lobbie di potere hanno le mani dappertutto. Solo sulla morte e sul giudizio non interferiscono: dopo la morte non vale la legge dell'uomo ricco.
*** non si lascia corrompere dai soldi e dalla potenza di zelanti oratori, per fortuna. Domanda: quanto è costata alla collettività la senatrice?
Bruno Volpe
http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:SdKV0EsExVYJ:www.pontifex.roma.it/index.php/editoriale/il-fatto/13733-la-beatificazione-di-rita-levi-montalcini-ma-quanto-ci-e-costata+&cd=3&hl=it&ct=clnk&gl=it&client=opera
Comunque, a parte questo argomento e a parte Pontifex (sul quale stendiamo un velo pietoso), sto guardando una vecchia puntata di Annozero del 2007, in cui si parlava di Chiesa e pedofilia, degli scandali venuti alla luce anche grazie a un servizio realizzato dalla BBC. In studio anche Odifreddi e Fisichella. Quest'ultimo veramente senza vergogna, una continua menzogna in mala fede.
Vi consiglio di vederla tutta, è molto interessante.
Oggi suona più credibile dire lobby invece di satana.//content.invisioncic.com/a283374/emoticons/sisi.gifAvete notato che ultimamente accusano sempre le lobby?
Solo un appunto OT sul Nobel. Non ho ancora finito di vedere il video ma lo farò, se non altro per rispetto a Montanelli.So che c'è questa convinzione di alcuni, per cui nell'assegnazione dei Nobel vengano prediletti coloro i quali appartengano alla comunità ebraica. Non so per quale arcano mistero né secondo quale logica, ma ricordo bene di averlo letto.Comunque penso che a Volpe bruciasse il fatto che la Montalcini fosse atea e strenua sostenitrice della ricerca scientifica senza legacci.

Prima di iniziare a esaminare le corrispondenze tra la fisicamoderna e il misticismo orientale, dobbiamo affrontare il problema
preliminare di come sia possibile porre a confronto una scienza
esatta, espressa nel linguaggio estremamente raffinato della
matematica moderna, con discipline spirituali le quali, oltre a
basarsi essenzialmente sulla meditazione, insistono sul fatto che le
intuizioni a cui giungono non possono essere comunicate
verbalmente.
Ciò che vogliamo confrontare sono le affermazioni fatte dagli
scienziati e dai mistici orientali sulla loro conoscenza del mondo.
Per stabilire il contesto adatto a questo confronto dobbiamo
chiederci per prima cosa di quale tipo di « conoscenza » stiamo
parlando: il monaco buddhista di Angkor-Vat o di Kyoto intende
con il termine « conoscenza » la stessa cosa che il fisico di Oxford
o di Berkeley? In secondo luogo, quali tipi di affermazioni
vogliamo confrontare? Che cosa sceglieremo tra i dati sperimentali,
le equazioni e le teorie da una parte e i testi religiosi, gli antichi miti,
o i trattati filosofici dall'altra? Scopo di questo capitolo è chiarire
questi due punti: la natura della conoscenza di cui ci occupiamo
e il linguaggio nel quale questa conoscenza è espressa.
Nel corso della storia si è constatato che la mente dell'uomo è
capace di due tipi di conoscenza, ovvero di due modalità di
coscienza, che spesso vennero chiamati rispettivamente razionale e
intuitiva e furono tradizionalmente associati alla scienza e alla
religione. In Occidente, la conoscenza intuitiva, di tipo religioso,
non è tenuta in grande considerazione, mentre si privilegia la
conoscenza razionale, scientifica; al contrario, l'atteggiamento
orientale tradizionale è in genere esattamente l'opposto. Le
seguenti affermazioni, fatte da due grandi pensatori, uno
occidentale e l'altro orientale, rappresentano le due tipiche
posizioni su questo problema. In Grecia Socrate si espresse con la
famosa frase « So di non sapere nulla »; in Cina Lao-tzu disse: «
Somma cosa è non sapere di sapere ». In Oriente i nomi stessi con
cui vengono indicati i due tipi di conoscenza rivelano il diverso
valore che a essi viene attribuito. Le Upanisad, per esempio,
parlano di una conoscenza più elevata e di una inferiore e
associano quest'ultima alle varie scienze, la prima alla
consapevolezza religiosa. I Buddhisti parlano di conoscenza «
relativa » e di conoscenza « assoluta » oppure di « verità
condizionale » e di « verità trascendentale ». La filosofia cinese,
d'altra parte, ha sempre sottolineato la natura complementare
dell'intuitivo e del razionale, rappresentandoli con la coppia di
archetipi yin e yang che costituiscono i principi fondamentali del
pensiero cinese. Come conseguenza, si sono sviluppate nell'antica
Cina due tradizioni filosofiche complementari – il Taoismo e il
Confucianesimo – per trattare i due tipi di conoscenza.
La conoscenza razionale è ricavata dall'esperienza che abbiamo
degli oggetti e degli eventi del nostro ambiente quotidiano. Essa
appartiene al campo dell'intelletto, la cui funzione è quella di
discriminare, dividere, confrontare, misurare e ordinare in
categorie. In tal modo si producono un gran numero di distinzioni
intellettuali, di opposti che possono esistere solo l'uno in
rapporto all'altro; per questa ragione i Buddhisti definiscono «
relativo » questo tipo di conoscenza.
L'astrazione è una caratteristica tipica di questa conoscenza,
perché per poter confrontare e classificare l'immensa varietà di
forme, di strutture e di fenomeni che ci circondano, non si possono
prenderne in considerazione tutti gli aspetti, ma se ne devono
scegliere solo alcuni significativi. Perciò si costruisce una mappa
intellettuale della realtà nella quale le cose sono ridotte ai loro
contorni: La conoscenza razionale è pertanto un sistema di concetti
astratti e di simboli, caratterizzata dalla struttura lineare e
sequenziale tipica del nostro modo di pensare e di parlare. Nella
maggior parte dei linguaggi questa struttura lineare è resa esplicita
dall'uso di alfabeti che servono a comunicare esperienze e
riflessioni con lunghe file di lettere.
Il mondo naturale, d'altra parte, è un mondo di varietà e
complessità infinite, un mondo multidimensionale che non contiene
né linee rette né forme perfettamente regolari, nel quale le cose non
avvengono in successione ma tutte contemporaneamente; un mondo
in cui – come ci insegna la fisica moderna – persino lo spazio vuoto
ha una curvatura. È chiaro che il nostro sistema astratto di pensiero
concettuale non potrà mai descrivere o comprendere questa realtà
nella sua complessità. Cercando di comprendere il mondo, ci
troviamo di fronte alle stesse difficoltà che incontra un cartografo
che cerchi di rappresentare la superficie curva della Terra con una
serie di mappe piane. Da un procedimento di questo tipo possiamo
attenderci solo una rappresentazione approssimata della realtà, e di
conseguenza tutta la conoscenza razionale è necessariamente
limitata.
Il campo della conoscenza razionale è, naturalmente, il campo
della scienza che misura e quantifica, classifica e analizza. I limiti di
una qualsiasi conoscenza ottenuta con questi metodi sono diventati
sempre più evidenti nella scienza moderna e in particolare nella
fisica la quale ci ha insegnato che, come dice Werner Heisenberg, «
ogni parola o concetto, per chiari che possano
sembrare, hanno soltanto un campo limitato di applicabilità ».
Per la maggior parte di noi è molto difficile tenere
costantemente presenti i limiti e la relatività della conoscenza
concettuale. Poiché la nostra rappresentazione della realtà è molto
più facile da afferrare che non la realtà stessa, noi tendiamo a
confondere le due cose e a prendere i nostri concetti e i nostri
simboli come fossero la realtà. Uno dei principali scopi del
misticismo orientale è quello di liberarci da questa confusione. I
buddhisti Zen dicono che serve un dito per indicare la luna: ma
non ci si deve più preoccupare del dito quando si è individuata la
luna. Il saggio taoista Chuang-tzu ha scritto:
« Il fine della nassa è il pesce: preso il pesce metti da parte la
nassa. IL fine del calappio è la lepre: presa la lepre metti da parte
il calappio. Il fine delle parole è l'idea: afferrata l'idea metti da
parte le parole »
In Occidente, lo studioso di semantica Alfred Korzybski
puntualizzò esattamente la stessa questione con la sua sintetica
formula « La mappa non è il territorio ».
Ciò che interessa ai mistici orientali è la ricerca di
un'esperienza diretta della realtà che trascenda non solo il pensiero
intellettuale, ma anche la percezione sensoriale. Si legge nelle
Upanisad:
« Essendosi concentrato su ciò che è di là dall'udito, di là dal
tatto, di là dalla vista, di là dal gusto e dall'olfatto, che è
indefettibile ed eterno, senza principio e senza fine, più grande del
grande, duraturo, l'uomo si salva dalle fauci della morte ».
La conoscenza che deriva da un'esperienza di questo tipo viene
chiamata dai Buddhisti « conoscenza assoluta » perché non si basa
su discriminazioni, astrazioni e
classificazioni dell'intelletto, le quali, abbiamo già visto, sono sempre
relative e approssimate. Essa è, come ci dicono i Buddhisti,
l'esperienza diretta dell'« essenza assoluta », indifferenziata, indivisa,
indeterminata. Non essenza di qualcosa, ma essenza in quanto tale.
La comprensione perfetta di tale essenza assoluta non solo è il cuore
del misticismo orientale, ma è anche la caratteristica fondamentale di
ogni esperienza mistica.
I mistici orientali insistono continuamente sul fatto che la realtà
ultima non può mai essere oggetto di ragionamento o di conoscenza
dimostrabile. Né può essere descritta adeguatamente con parole,
perché sta al di là del campo dei sensi e dell'intelletto dai quali
derivano le nostre parole e i nostri concetti. A questo riguardo le
Upanisad dicono:
« Ivi non giunge la vista, né la parola, e neppure la mente. Non
sappiamo né conosciamo in quale modo Lo si possa insegnare... ».
Lao-tzu, che chiama questa realtà il Tao, formula lo stesso
concetto nella prima riga del Tao-tê-ching: « Il Tao che può esser
detto non è l'eterno Tao ». Il fatto – ovvio per chiunque legga i
giornali – che l'umanità non sia divenuta molto più saggia negli
ultimi duemila anni nonostante un prodigioso aumento della
conoscenza razionale dimostra chiaramente l'impossibilità di comunicare
a parole la conoscenza assoluta. Come disse Chuang-tzu: «
Fa che il Tao possa essere riferito e non vi sarà uomo che non lo
riferisca ai fratelli ».
La conoscenza assoluta è quindi un'esperienza della realtà
totalmente non intellettuale, un'esperienza che nasce da uno stato di
coscienza non ordinario, che può essere chiamato uno stato «
meditativo » o mistico. Che uno stato di questo tipo esista, non solo
è testimoniato da numerosi mistici in Oriente e in Occidente,
ma è anche indicato dalla ricerca psicologica. Come dice William James:
« La normale coscienza dello stato di veglia, che chiamiamo
coscienza razionale, è soltanto un tipo di coscienza particolare,
mentre tutto intorno ad essa, separate da schermi sottilissimi,
esistono forme potenziali di coscienza completamente diverse ».
Sebbene i fisici si occupino soprattutto di conoscenza razionale e i
mistici di conoscenza intuitiva, in tutti e due i campi sono presenti
entrambi i tipi di conoscenza. Ciò diventa evidente se esaminiamo
in quale modo si raggiunge la conoscenza e come questa viene
espressa nella fisica e nel misticismo orientale.
In fisica la conoscenza viene acquisita attraverso il processo di
ricerca scientifica che si può considerare avvenga in tre fasi
successive. Dapprima si raccolgono i dati sperimentali riguardanti il
fenomeno che dev'essere spiegato. Nella seconda fase, i dati
sperimentali vengono correlati con simboli matematici e si elabora
uno schema matematico che leghi questi simboli in modo preciso e
coerente. Di solito, uno schema di questo tipo viene chiamato
modello matematico oppure, se è più generale, teoria. Quest'ultima
viene quindi utilizzata per predire i risultati di ulteriori esperimenti
che vengono effettuati per controllare tutte le implicazioni della
teoria stessa. A questo punto, i fisici possono ritenersi soddisfatti
se sono riusciti a elaborare uno schema matematico e lo sanno
utilizzare per prevedere altri risultati sperimentali. Tuttavia, alla
fine del loro lavoro, essi vorranno divulgare al pubblico i risultati
ottenuti e dovranno allora esprimerli in forma più semplice. Per far
ciò dovranno costruire con il linguaggio comune un modello che
interpreti il loro schema matematico. La
formulazione di un siffatto modello verbale, che costituisce il terzo
momento del processo di ricerca, rappresenta anche per gli stessi
fisici un criterio di valutazione della comprensione raggiunta.
In pratica, naturalmente, le tre fasi non sono nettamente separate
e non si verificano sempre nello stesso ordine. Per esempio, un
fisico può essere spinto verso un certo modello da qualche sua
convinzione filosofica, nella quale può continuare a credere anche
in presenza di prove sperimentali contrarie. Egli cercherà allora - e
ciò in effetti accade molto spesso - di modificare il suo modello in
modo che esso possa spiegare i nuovi dati sperimentali. Ma se gli
esperimenti continuano a contraddire il modello, alla fine egli sarà
costretto ad abbandonarlo.
Questo modo di procedere, per cui ogni teoria è saldamente
basata sull'esperimento, è noto come metodo scientifico e vedremo
che esiste qualcosa di analogo anche nella filosofia orientale. Sotto
questo punto di vista, invece, la filosofia greca era totalmente
diversa. Sebbene i filosofi greci abbiano elaborato idee sulla natura
estremamente ingegnose, che spesso si avvicinano molto ai modelli
scientifici moderni, l'enorme differenza tra i due modi di affrontare
il problema è l'atteggiamento empirico della scienza moderna che
fu del tutto estraneo alla mentalità greca. I Greci costruirono i loro
modelli con metodo deduttivo partendo da alcuni assiomi o principi
fondamentali, e non per induzione da quanto era stato osservato.
D'altra parte, ovviamente, l'arte greca del ragionamento deduttivo e
della logica è un elemento essenziale della seconda fase della
ricerca scientifica, quella in cui si procede alla formulazione di un
modello matematico coerente, e quindi è anche una parte
fondamentale della scienza.
La conoscenza razionale e le attività razionali costituiscono
certamente la parte più importante della ricerca scientifica, ma non
la comprendono tutta quanta. Infatti, la componente razionale della
ricerca sarebbe inutile se non fosse completata dall'intuito che
rende creativi gli scienziati fornendo loro nuove visioni. Queste visioni
tendono a manifestarsi improvvisamente e – tipicamente — non
quando si è seduti al tavolo di lavoro cercando di risolvere
equazioni, ma quando ci si rilassa, nel bagno, a passeggio nei
boschi, distesi sulla spiaggia, ecc. Durante questi momenti di
riposo, dopo un'intensa attività intellettuale, la mente intuitiva
sembra subentrare a quella razionale e può produrre improvvise visioni
chiarificatrici, dalle quali derivano la grande gioia e la
soddisfazione che il lavoro di ricerca scientifica può offrire.
Le visioni intuitive, tuttavia, non sono di alcuna utilità in fisica a
meno che non possano essere tradotte in una struttura matematica
coerente, integrata da un'interpretazione nel linguaggio comune.
L'astrazione è una caratteristica decisiva di questa struttura e
consiste, come già si è detto, di un sistema di concetti e di simboli
che costituiscono una mappa della realtà. Questa mappa
rappresenta solo alcuni aspetti della realtà; noi non sappiamo
esattamente quali siano, poiché, sin dall'infanzia, iniziamo a
compilare la nostra mappa gradualmente e senza un'adeguata
analisi critica. Pertanto le parole che usiamo nel nostro linguaggio
non sono definite con chiarezza; anzi esse hanno diversi significati,
molti dei quali, quando sentiamo una determinata parola, sfiorano
solo vagamente la nostra mente e rimangono in buona parte nel
nostro subconscio.
L'imprecisione e l'ambiguità del nostro linguaggio sono
indispensabili per i poeti i quali lavorano molto per associazioni,
utilizzando i diversi strati subconsci del linguaggio stesso. La
scienza, viceversa, mira a definizioni chiare e a relazioni prive di
ambiguità, e perciò essa rende più astratto il linguaggio
delimitando il significato delle parole e unificando la sua struttura,
secondo le regole della logica. L'astrazione più spinta ha luogo
nella matematica, in cui le parole sono sostituite da simboli e le
operazioni di connessione dei simboli tra loro sono definite in
maniera rigorosa. In questo modo gli scienziati possono condensare
in un'unica equazione, cioè in una singola sequenza di simboli, informazioni per le quali
sarebbero necessarie diverse pagine scritte nel linguaggio normale.
L'opinione che la matematica non sia altro che un linguaggio
estremamente astratto e conciso non è accettata
incondizionatamente. Molti matematici ritengono infatti che la
matematica non sia semplicemente un linguaggio per descrivere la
natura, ma che sia inerente alla natura stessa. Questa opinione risale
a Pitagora il quale espresse questo pensiero con la famosa asserzione
« tutto è numero » ed elaborò un tipo molto particolare di misticismo
matematico. La filosofia pitagorica introdusse quindi il
ragionamento logico nel dominio della religione, uno sviluppo che,
secondo Bertrand Russell, fu decisivo per la filosofia religiosa
occidentale:
« La combinazione di matematica e teologia, che cominciò con
Pitagora, caratterizzò la filosofia religiosa in Grecia, nel Medioevo e
nell'èra moderna fino a Kant ... in Platone, sant'Agostino, Tommaso
d'Aquino, Cartesio, Spinoza e Leibniz vi è un intimo intrecciarsi di
religione e di ragionamento, di aspirazione morale e di ammirazione
logica per ciò che è eterno, che viene da Pitagora e distingue la
teologia intellettualizzata dell'Europa dal più diretto misticismo
asiatico ».
Il « più diretto misticismo asiatico » non seguirebbe, ovviamente,
il punto di vista pitagorico sulla matematica. Nella concezione
orientale, la matematica, con la sua struttura altamente differenziata
e ben definita, deve essere considerata una parte della nostra mappa
concettuale e non un aspetto caratteristico della realtà stessa. La
realtà così come risulta dall'esperienza dei mistici è completamente
indeterminata e indifferenziata.
Il metodo scientifico dell'astrazione è molto efficace e potente, ma
comporta un prezzo da pagare. Via via che
definiamo con maggior precisione il nostro sistema di concetti, che
lo rendiamo più efficiente e ne stabiliamo le connessioni interne in
modo sempre più rigoroso, esso si distacca sempre più dal mondo
reale. Servendoci nuovamente dell'analogia di Korzybski della
mappa e del territorio, potremmo dire che il linguaggio ordinario è
una mappa che possiede, per la sua intrinseca imprecisione, un
certo grado di flessibilità tale da poter seguire in una certa misura la
forma del territorio adattandosi alla sua curvatura. Via via che lo
rendiamo più preciso, questa flessibilità gradualmente scompare, e
con il linguaggio della matematica abbiamo raggiunto un punto in
cui i legami con la realtà sono talmente evanescenti che il rapporto
fra i simboli e la nostra esperienza sensoriale non è più
riconoscibile. Ecco perché dobbiamo integrare le teorie e i modelli
matematici con interpretazioni verbali, usando di nuovo concetti
che possono essere compresi intuitivamente, ma che sono in qualche
modo ambigui e imprecisi.
È importante rendersi conto della differenza che c'è tra modelli
matematici e i corrispondenti modelli verbali. I primi sono rigorosi e
coerenti per quanto riguarda la loro struttura interna, ma usano
simboli che non sono correlati direttamente alla nostra esperienza. I
modelli verbali, viceversa, si servono di concetti che possono
essere compresi intuitivamente, ma che sono sempre imprecisi e
ambigui. Da questo punto di vista essi non differiscono dai modelli
filosofici della realtà, con i quali è quindi certamente possibile
metterli a confronto.
Se nella scienza è rintracciabile una componente intuitiva, anche
nel misticismo orientale è presente una componente razionale.
L'importanza data alla ragione e alla logica varia tuttavia
moltissimo da una scuola di pensiero a un'altra. La scuola indù del
Vedanta e quella buddhista del Madhyamika, per esempio, hanno
entrambe un alto contenuto intellettuale, mentre i Taoisti hanno
sempre manifestato una profonda diffidenza nei
confronti del ragionamento e della logica. Lo Zen, che ebbe origine
in seno al Buddhismo ma fu fortemente influenzato dal Taoismo, si
vanta di essere « senza parole, senza spiegazioni, senza istruzioni,
senza conoscenza ». Esso si concentra quasi interamente
sull'esperienza di illuminazione e si interessa solo marginalmente di
interpretare questa esperienza. Un pensiero Zen molto noto dice: «
Nell'istante in cui parli di una cosa, essa ti sfugge ».
Sebbene altre scuole del misticismo orientale siano meno
drastiche, per tutte l'esperienza mistica diretta rappresenta
l'elemento fondamentale dell'insegnamento. Anche coloro, tra i
mistici, che si impegnano in discussioni particolarmente complesse
non considerano mai l'intelletto come fonte della loro conoscenza,
ma se ne servono unicamente per analizzare e interpretare la loro
esperienza mistica personale. Tutta la conoscenza è saldamente
fondata su questa esperienza, e ciò conferisce alle tradizioni
orientali un carattere fortemente empirico che viene sempre messo
in rilievo da coloro che sostengono tali dottrine. Per esempio, a
proposito del Buddhismo, D. T. Suzuki scrive:
« La base della filosofia buddhista è l'esperienza personale... In
tal senso il Buddhismo è radicalmente empirico o sperimentale,
indipendentemente dalla dialettica utilizzata in un secondo
momento per approfondire il significato dell'esperienza di
illuminazione ».'
Nella sua opera Science and Civilisation in China, Joseph
Needham pone ripetutamente in rilievo l'atteggiamento empirico
dei Taoisti e sostiene che questo atteggiamento ha contribuito a far
sì che il Taoismo divenisse la base della scienza e della tecnologia
cinesi. I primi filosofi taoisti, secondo Needham, « si ritirarono in
regioni selvagge, tra monti e foreste, per meditare sull'ordine della
natura e per osservarne le innumerevoli manifestazioni ». Lo
stesso spirito è riflesso nei versi Zen:
Colui che desidera comprendere il significato della natura-Buddha
faccia attenzione alle stagioni e ai rapporti di causa.
Il fatto che nel misticismo orientale la conoscenza poggi
saldamente sull'esperienza suggerisce un'analogia con la
conoscenza scientifica, fermamente ancorata all'esperimento.
Questa analogia è ulteriormente rafforzata dalla natura stessa
dell'esperienza mistica, descritta nelle tradizioni orientali come una
visione diretta che sconfina dall'ambito dell'intelletto e che si
raggiunge guardando più che pensando, esplorando all'interno di se
stessi, mediante l'osservazione.
Nel Taoismo, questo concetto di osservazione è racchiuso nel
nome stesso col quale si indicano i templi taoisti, kuan, il cui
significato originario è quello di « osservare ». I Taoisti considerano
quindi i loro templi come luoghi di osservazione. Nel buddhismo
Ch'an, la versione cinese dello Zen, spesso si parla dell'illuminazione
come della « visione del Tao », e in tutte le scuole buddhiste il
vedere è considerato come il primo passo del conoscere. Il primo
precetto dell'Ottuplice Sentiero, che raccoglie le prescrizioni del
Buddha per giungere alla realizzazione di sé, è il retto vedere, e il
secondo precetto è il retto conoscere. A tale proposito, D. T.
Suzuki scrive:
« II vedere svolge il ruolo più importante nell'epistemologia
buddhista, perché sta alla base del conoscere. E impossibile
conoscere senza vedere; ogni conoscenza ha origine nel vedere.
Perciò le attività del conoscere e del vedere si presentano di solito
unite nell'insegnamento del Buddha. La filosofia buddhista tende quindi
in ultima analisi a vedere la realtà così come essa è. Vedere è sperimentare
l'illuminazione ».
Questo passo ricorda anche le parole del mistico yaqui, Don Juan:
« La mia predilezione è vedere... perché un uomo di conoscenza può
conoscere solo vedendo ».
Forse a questo punto è bene aggiungere un breve avvertimento.
L'importanza attribuita dalle tradizioni mistiche al vedere non deve
essere presa troppo alla lettera, ma va invece intesa in senso
metaforico, dal momento che l'esperienza mistica della realtà è di
natura essenzialmente non sensoriale. Quando i mistici orientali
parlano del « vedere », essi si riferiscono a un tipo di percezione che
può anche comprendere la percezione visiva, ma che sempre la
trascende in maniera sostanziale per divenire un'esperienza non
sensoriale della realtà. Comunque, ciò che essi vogliono sottolineare
quando parlano di vedere, guardare o osservare, è il carattere
empirico della loro conoscenza. Questa impostazione empirica della
filosofia orientale ricorda molto da vicino l'importanza attribuita
all'osservazione nella scienza, e suggerisce quindi un contesto per il
confronto che ci proponiamo di fare. La fase sperimentale della
ricerca scientifica sembra corrispondere alla visione diretta del
mistico orientale, e le teorie e i modelli scientifici corrispondono ai
vari modi in cui questa visione viene interpretata.
La corrispondenza suggerita tra gli esperimenti scientifici e le
esperienze mistiche può sembrare sorprendente, data la natura molto
diversa di questi modi di osservazione. I fisici effettuano esperimenti
che richiedono un complesso lavoro di gruppo e una tecnologia altamente raffinata,
mentre i mistici ottengono la loro conoscenza semplicemente attraverso l'introspezione,
senza alcuna macchina, nell'isolamento della meditazione. Gli esperimenti scientifici,
inoltre, sembrano essere ripetibili in qualsiasi momento e da
chiunque, mentre le esperienze mistiche appaiono riservate a pochi
individui in situazioni particolari. Un esame più approfondito
mostra tuttavia che le differenze tra i due tipi di osservazione
consistono soltanto nel modo in cui esse affrontano il problema e
non nella loro attendibilità o nella loro complessità.
Chiunque desideri ripetere un esperimento della moderna fisica
subatomica deve intraprendere molti anni di studio e di
addestramento. Solo allora sarà in grado di porre alla natura
domande specifiche attraverso l'esperimento e di comprenderne la
risposta. Analogamente, una profonda esperienza mistica richiede,
generalmente, molti anni di esercizio con un maestro esperto e,
come nel caso della preparazione scientifica, il periodo di tempo
dedicato all'apprendimento non garantisce da solo il risultato.
Tuttavia, se ha successo, l'allievo sarà in grado di « ripetere
l'esperimento ». La ripetibilità dell'esperienza è in effetti essenziale
per ogni apprendimento mistico ed è lo scopo reale dell'insegnamento
spirituale del misticismo.
Un'esperienza mistica, perciò, non è affatto un evento unico, più
di quanto non lo sia un moderno esperimento di fisica. D'altra
parte, non è neppure meno complesso, sebbene la sua complessità
sia di natura molto diversa. La complessità e l'efficienza dei
dispositivi tecnici usati in fisica sono eguagliate, se non addirittura
superate, da quelle della coscienza — sia fisica che spirituale — di
un mistico immerso in profonda meditazione. Quindi, per osservare
la natura, gli scienziati e i mistici hanno elaborato metodi
estremamente raffinati, che sono inaccessibili ai profani. Per un
non iniziato, una pagina di una rivista di fisica sperimentale
contemporanea risulta tanto misteriosa quanto un mandala tibetano.
Entrambi sono registrazioni di indagini sulla natura dell'universo.
Sebbene non si verifichino di solito profonde esperienze mistiche
senza una lunga preparazione, ognuno di noi ha sperimentato,
durante la normale vita quotidiana, visioni intuitive dirette. A tutti
noi è capitato di aver dimenticato e di non riuscire a ricordare,
nonostante la più intensa concentrazione, il nome di una persona o di
un luogo, o di qualche altra cosa. Sembra di averlo « sulla punta
della lingua » ma non siamo capaci di pronunciarlo, finché a un
certo punto, dopo che abbiamo ormai rinunciato e abbiamo spostato
la nostra attenzione su qualche altra cosa, improvvisamente, come
in un lampo, ci ricordiamo il nome dimenticato. In questo processo
non interviene alcun ragionamento. È una visione improvvisa,
immediata. Questo esempio dell'improvviso ricordarsi di qualcosa
è particolarmente pertinente al Buddhismo, secondo il quale la
nostra natura originaria è quella del Buddha illuminato, realtà che
in seguito noi abbiamo dimenticato. Ai discepoli del buddhismo Zen
viene chiesto di scoprire la loro « faccia originaria » e l'improvviso
« ricordarsi » di questa faccia costituisce per loro l'illuminazione.
Un altro esempio ben noto di visione intuitiva spontanea è dato
dalle arguzie. In quell'istante di distacco in cui si afferra la battuta
di spirito si compie l'esperienza di un momento di « illuminazione
». E ben noto che questo momento deve giungere spontaneamente,
che non si può provocarlo « spiegando » lo scherzo, cioè con
l'analisi intellettuale. Solo con una visione intuitiva improvvisa che
coglie il significato più profondo dell'arguzia possiamo provare
l'esperienza della risata liberatoria che la battuta di spirito è intesa a
produrre. La somiglianza che c'è tra un'intuizione spirituale e la
comprensione di un'arguzia deve essere ben nota agli uomini e alle
donne che hanno raggiunto l'illuminazione, perché quasi sempre
essi mostrano di possedere un grande senso dell'umorismo. Lo Zen,
in particolare, è ricco di storie e aneddoti divertenti e nel Tao-tê-ching leggiamo: «
Se non se ne ridesse, la Via non meriterebbe di essere considerata
tale ». (qua mi dissocio un secondo da questo pensiero. A quanto ne so io è inteso spesso come "se fosse approvata da tutti e non derisa , non meriterebbe considerazione")
Nella nostra vita quotidiana, le visioni intuitive dirette, che
penetrano nella natura delle cose, sono normalmente limitate a
istanti estremamente brevi. Non è così nel misticismo orientale nel
quale esse durano per periodi più lunghi e infine diventano uno
stato di consapevolezza continuo. La preparazione della mente a
questo stato di consapevolezza – che consente di percepire la realtà
in maniera immediata, non concettuale – è lo scopo principale di
tutte le scuole del misticismo orientale e di molti aspetti del modo
di vita orientale. Nel corso della lunga storia culturale dell'India,
della Cina e del Giappone sono state elaborate un'enorme varietà di
tecniche, di rituali e di forme artistiche per conseguire questo
scopo, ognuno dei quali può essere chiamato meditazione nel senso
più ampio del termine.
Lo scopo fondamentale di queste tecniche sembra essere quello
di far tacere la mente pensante e di spostare la consapevolezza
dalla modalità razionale di coscienza a quella intuitiva. In molte
forme di meditazione, il silenzio della mente razionale è ottenuto
concentrando l'attenzione su un singolo particolare, come il proprio
respiro, il suono di un mantra o il simbolo visivo di un mandala.
Altre scuole concentrano l'attenzione su movimenti del corpo che
devono essere eseguiti spontaneamente, senza l'interferenza di
alcun pensiero. Questa è la via dello Yoga indù e del T'ai Chi Ch'uan
taoista. I movimenti ritmici praticati da queste scuole possono
condurre alla stessa sensazione di pace e di acquietamento
caratteristica delle forme più statiche di meditazione; una
sensazione che, incidentalmente, può essere provocata anche da
alcuni sport. Nella mia esperienza, ad esempio, sciare è stata una forma
molto gratificante di meditazione.
Anche le varie forme dell'arte orientale sono modi di
meditazione. Esse non sono intese tanto come mezzi per esprimere
le idee dell'artista quanto come vie di realizzazione di sé attraverso
lo sviluppo della modalità intuitiva della coscienza. La musica
indiana non si impara leggendo le note, ma ascoltando l'insegnante
che suona e sviluppando in tal modo una sensibilità per la musica,
proprio come i movimenti del T'ai Chi non vengono imparati
seguendo certe istruzioni verbali ma ripetendoli più e più volte in
perfetta sincronia con il maestro. Le cerimonie giapponesi del tè
sono ricche di movimenti lenti e rituali. La calligrafia cinese
richiede un movimento spontaneo e sciolto della mano. Tutte
queste abilità sono usate in Oriente per sviluppare la modalità
meditativa della coscienza.
Per la maggior parte delle persone, e in particolar modo per gli
intellettuali, questa modalità della coscienza è un'esperienza
completamente nuova. A causa del loro lavoro di ricerca, gli
scienziati hanno familiarità con le visioni intuitive dirette, perché
ogni nuova scoperta nasce in un improvviso lampo di illuminazione
non verbale di questo tipo. Ma questi momenti sono estremamente
brevi e si verificano quando la mente è satura di informazioni,
concetti e schemi di pensiero. Nella meditazione, viceversa, la
mente è svuotata di tutti i pensieri e di tutti i concetti e quindi è
preparata a funzionare nella sua modalità intuitiva per lunghi periodi.
Quando la mente razionale tace, la modalità intuitiva produce
uno stato di straordinaria consapevolezza; l'ambiente viene
percepito direttamente senza il filtro del pensiero concettuale.
Secondo le parole di Chuangtzu, « La quiete del cuore del Santo è il
riflesso del Cielo e della Terra, lo specchio delle diecimila creature
».
L'esperienza di unione con l'ambiente circostante è la principale
caratteristica di questo stato di meditazione. Questo è uno stato di
coscienza nel quale ogni forma di frammentazione è venuta meno,
dissolvendosi in un'unità indifferenziata.
Nella meditazione profonda, la mente è totalmente vigile. Oltre
alla comprensione non-sensoriale della realtà, essa percepisce tutti i
suoni, le impressioni visive, e gli altri stimoli che provengono
dall'ambiente circostante, ma non ne trattiene le immagini
sensoriali per analizzarle o interpretarle. Ad esse non è consentito
distrarre l'attenzione. Tale stato di coscienza non è dissimile dallo
stato mentale di un guerriero che attende l'attacco con estrema
vigilanza, registrando ogni cosa che gli si muove intorno senza
venirne distratto neppure per un istante. Yasutani Roshi, maestro
Zen, si serve di questa immagine nella sua descrizione dello shikantata,
la pratica di meditazione Zen:
« Lo shikan-taza è uno stato molto elevato di consapevolezza
intensa nel quale non c'è ansia né fretta, e certamente non c'è mai
fiacchezza. È lo stato mentale di chi si trova di fronte alla morte.
Immaginate di essere impegnati in un duello alla spada come si
usava nel Giappone antico. Quando fronteggiate il vostro avversario,
siete costantemente attento, fermo, pronto. Se allentaste la
vostra vigilanza anche solo per un istante, sareste colpito
immediatamente. Una folla si è raccolta per vedere il
combattimento. Poiché non siete cieco, li vedete con l'angolo
dell'occhio e poiché non siete sordo, li udite. Ma nemmeno per un
istante la vostra mente è catturata da queste impressioni dei sensi
».
A causa della somiglianza tra lo stato di meditazione e
l'atteggiamento mentale di un guerriero, l'immagine del guerriero
svolge un ruolo importante nella vita spirituale e culturale dell'Oriente.
La vicenda narrata nel libro religioso prediletto in India, la Bhagavad Gītā,
si svolge in un campo di battaglia e le arti marziali costituiscono una parte importante della
cultura tradizionale della Cina e del Giappone. In Giappone, la
forte influenza dello Zen sulla tradizione dei samurai dette origine
al bushido, « la via del guerriero », un'arte della spada in cui
l'intuito spirituale dello schermidore raggiunge la più alta
perfezione. Il T'ai Chi Ch'uan taoista, che fu considerato la massima
espressione dell'arte marziale in Cina, fonde i lenti e ritmici
movimenti « yogici » con l'assoluta prontezza della mente del
guerriero in una specificità unica.
Il misticismo orientale si basa sulla intuizione diretta nella natura
della realtà, e la fisica si basa sull'osservazione dei fenomeni
naturali negli esperimenti scientifici. In entrambi i campi, le
osservazioni vengono in seguito interpretate e l'interpretazione
molto spesso viene comunicata con parole. Poiché le parole sono
sempre una mappa astratta e approssimativa della realtà, le interpretazioni
verbali di un esperimento scientifico o di una visione
mistica sono necessariamente imprecise e incomplete. I fisici
moderni e i mistici orientali sono entrambi perfettamente
consapevoli di questo fatto.
Nella fisica, le interpretazioni degli esperimenti vengono
chiamate modelli o teorie. Rendersi conto che tutti i modelli e tutte
le teorie sono approssimati è fondamentale per la moderna ricerca
scientifica, ed è proprio questo il significato dell'aforisma di
Einstein: « Nella misura in cui le proposizioni matematiche si
riferiscono alla realtà, esse non sono certe; e nella misura in cui esse
sono certe, non si riferiscono alla realtà ». I fisici sanno che i loro
metodi di analisi e il ragionamento logico non possono mai spiegare
subito tutto il complesso dei fenomeni naturali, e pertanto isolano
un certo gruppo di fenomeni e cercano di costruire un modello per
descrivere quel gruppo. Nel far ciò trascurano altri fenomeni, e
quindi il modello non fornirà una descrizione completa della situazione reale.
I fenomeni che non vengono presi in considerazione possono avere un effetto
talmente piccolo che il tenerne conto non modificherebbe la teoria in modo significativo,
oppure possono essere trascurati semplicemente perché non sono
noti quando viene elaborata la teoria.
A titolo di illustrazione, prenderemo in esame uno dei modelli più
noti in fisica, la meccanica « classica » di Newton. Di solito, in
questo modello vengono trascurati gli effetti della resistenza, o
attrito, dell'aria, perché in genere sono molto piccoli. Ma, a parte
tale lacuna, la meccanica newtoniana venne considerata per lungo
tempo la teoria definitiva con la quale era possibile descrivere tutti
i fenomeni naturali, fino a quando non furono scoperti i fenomeni
elettrici e magnetici, che risultarono non interpretabili con la teoria
di Newton. La scoperta di questi fenomeni mostrò che il modello era
incompleto e che poteva essere applicato solo a un numero limitato
di fenomeni, essenzialmente al moto dei corpi solidi.
Occuparsi di un gruppo limitato di fenomeni può anche voler dire
limitarsi a studiarne le proprietà fisiche in un campo ristretto e ciò
può costituire un'altra delle ragioni per cui la teoria risulta
approssimata. Questo aspetto dell'approssimazione è di carattere
surrettizio perché non si sa mai in anticipo quali sono i limiti di una
teoria. Solo l'esperienza lo può dire. L'immagine tradizionale della
meccanica classica fu ulteriormente messa in crisi quando la fisica
del ventesimo secolo ne mise in evidenza i limiti intrinseci. Oggi
sappiamo che il modello newtoniano è valido soltanto per corpi
formati da un grande numero di atomi e solo per velocità piccole
rispetto a quella della luce. Quando non è soddisfatta la prima
condizione, la meccanica classica dev'essere sostituita dalla
meccanica quantistica; quando invece non si verifica la seconda
condizione, dev'essere applicata la teoria della relatività. Ciò non
significa che il modello di Newton è « sbagliato », o che la
meccanica quantistica e la teoria della relatività sono « esatte ».
Tutti questi modelli sono approssimazioni valide per un certo campo di fenomeni.
AI di là di questo campo esse non danno più una descrizione
soddisfacente della natura e devono essere trovati nuovi modelli che
sostituiscano quelli vecchi; oppure, meglio ancora, che li estendano
migliorando l'approssimazione.
Durante la costruzione di un dato modello, specificarne i limiti è
spesso uno dei compiti più difficili ma anche più importanti.
Secondo Geoffrey Chew, il cui « modello a bootstrap » sarà discusso
a fondo più avanti, è essenziale chiedersi sempre, non appena ci si
accorge che un certo modello o una teoria funzionano: perché
funziona? quali sono i limiti del modello? in quale senso,
esattamente, il modello è un'approssimazione del fenomeno in
esame? Queste domande sono considerate da Chew il primo passo
verso ulteriori progressi.
Anche i mistici orientali sono perfettamente consapevoli del fatto
che tutte le descrizioni verbali della realtà sono imprecise e
incomplete. L'esperienza diretta della realtà trascende l'ambito del
pensiero e del linguaggio e, poiché tutti i misticismi si basano su tale
esperienza diretta, qualsiasi cosa venga detta su di essa può essere
vera solo parzialmente. In fisica, la natura approssimata di tutte le
affermazioni è quantificata e si fanno progressi migliorando le
approssimazioni in un gran numero di passi successivi. In che modo,
allora, le tradizioni orientali affrontano il problema della
comunicazione verbale?
Anzitutto, i mistici sono interessati principalmente a fare
esperienza della realtà e non a descrivere tale esperienza; perciò,
generalmente, non si preoccupano di analizzare questa descrizione e
quindi non è mai sorta nel pensiero orientale l'idea di definire con precisione quella
approssimazione. D'altro canto, se desiderano comunicare la loro
esperienza, i mistici orientali si trovano di fronte alle limitazioni
del linguaggio. Per risolvere questo problema sono state proposte
in Oriente parecchie strade differenti.
Il misticismo indiano, e in particolare l'Induismo, presenta le sue
affermazioni sotto forma di miti, servendosi di metafore e di
simboli, di immagini poetiche, di similitudini e di allegorie. Il
linguaggio mitico è molto meno condizionato dalla logica o dal
senso comune. È pieno di situazioni magiche o paradossali, è ricco
di immagini suggestive e non è mai preciso; si presta quindi, molto
meglio del linguaggio fattuale, a trasmettere il modo con il quale i
mistici sperimentano la realtà. Secondo Ananda Coomaraswamy «
il mito è la migliore approssimazione alla verità assoluta
esprimibile con parole ».
La ricca immaginazione indiana ha creato un gran numero di
divinità maschili e femminili le cui incarnazioni e gesta sono gli
argomenti di racconti fantastici, raccolti in epiche voluminose.
Tuttavia, chi in India è dotato di intuizione profonda sa che queste
divinità sono creazioni della mente, immagini mitiche che
rappresentano i molteplici aspetti della realtà. E sa anche che esse
non sono state create unicamente per rendere i racconti più
attraenti, ma sono veicoli essenziali per trasmettere le dottrine di
una filosofia che ha le sue radici nell'esperienza mistica.
I mistici cinesi e giapponesi hanno trovato un modo diverso per
affrontare il problema del linguaggio. Invece di rendere gradevole la
natura paradossale della realtà attraverso i simboli e le immagini
del mito, essi preferiscono molto spesso accentuarla utilizzando il
linguaggio fattuale. Perciò i Taoisti si servono frequentemente di
paradossi, proprio per mettere in luce le incongruenze che nascono
nella comunicazione verbale e per mostrarne i limiti. Dai Taoisti
questa tecnica è passata ai buddhisti giapponesi e cinesi che l'hanno
ulteriormente sviluppata. Essa ha raggiunto la sua massima
perfezione nel buddhismo Zen con i cosiddetti koan, quei rompicapo
apparentemente privi di senso, che sono usati da molti maestri Zen
per trasmettere il loro insegnamento. I koan presentano importanti
analogie con la fisica moderna che saranno esaminate nel prossimo
capitolo.
In Giappone, esiste anche un altro modo di esprimere concetti
filosofici al quale vale la pena di accennare. Si tratta di una forma
speciale di poesia estremamente concisa che viene spesso usata dai
maestri Zen per puntare direttamente all'essenza assoluta della
realtà. Un monaco chiese a Fuketsu Ensho: « Quando la parola e il
silenzio sono entrambi inammissibili, come si può procedere senza
errore? ». Il maestro replicò:
Io ricordo sempre Kiangsu nel mese di marzo
Il grido della pernice, la massa di fiori fragranti!1
Questa forma di poesia spirituale ha raggiunto la perfezione nello
haiku, un componimento poetico classico giapponese di esattamente
diciassette sillabe, che fu profondamente influenzato dallo Zen. La
capacità di cogliere la reale natura della vita di questi poeti di haiku
traspare anche dalla traduzione italiana:
Le foglie che cadono giacciono una sull'altra;
la pioggia batte sulla pioggia.
Ogni volta che i mistici orientali esprimono la loro conoscenza a
parole – che lo facciano con l'aiuto di miti, di simboli, di immagini
poetiche o di affermazioni paradossali – sono ben consapevoli delle
limitazioni imposte dal linguaggio e dal ragionamento « lineare >>. I fisici moderni
sono arrivati ad assumere esattamente lo stesso atteggiamento
verso le loro teorie e i loro modelli espressi verbalmente. Anche
questi sono approssimati e necessariamente imprecisi; sotto questo
aspetto sono l'equivalente dei miti orientali, dei simboli e delle
immagini poetiche, ed è a questo livello che metterò in evidenza le
corrispondenze. Per esempio, la medesima concezione della
materia viene presentata dagli Indù mediante la danza cosmica del
*** Siva e dai fisici con alcuni aspetti della teoria dei campi. Sia il
*** danzante che la teoria fisica sono creazioni della mente:
modelli di cui si servono i singoli autori per descrivere la loro
intuizione della realtà.
Non sapevo dove lo volevi, se nel thread di Filosofia o questo....//content.invisioncic.com/a283374/emoticons/250978_ahsisi.gifChen, non era tipo possibile spostar qua?
Vabbè.
No, di fatto è una condivisione.Non sapevo dove lo volevi, se nel thread di Filosofia o questo....//content.invisioncic.com/a283374/emoticons/250978_ahsisi.gifPoi lo leggerò tutto, ma di concreto a te cosa serve?
Cioè, hai dubbi in merito oppure hai "incollato per conoscenza"?
La traduzione che conosco io e che viene considerata dagli studiosi, è la seguente:(qua mi dissocio un secondo da questo pensiero. A quanto ne so io è inteso spesso come "se fosse approvata da tutti e non derisa , non meriterebbe considerazione")
Ho letto tutto.
Non c'è molto da dire, è un'analisi precisa e profondamente documentata. Non credo di poter mettere in discussione una sola riga.
Circa la tua "obiezione":
La traduzione che conosco io e che viene considerata dagli studiosi, è la seguente:
Quando il regnante inferiore sente dire del Dao,
grandemente se ne ride,
se non ne ridesse non sarebbe il Dao.
E così l'analisi del testo avrebbe anche senso, quanto pure la teoria secondo la quale l'illuminazione è legata alla spontaneità e all'intuizione e non all'analisi intellettuale.
In altre parole, la Via uno la subisce, da passivo. Non la coglie da attivo.
Si sono daccordo sulla tua precisazione.Comunque, come dicevo , lo sto trovando veramente un libro illuminante sul rapporti interconnessi fra religioni e filosofie orientali ed occidentali e la scienza moderna. E' anche piuttosto vecchio, è un peccato non abbia avuto più peso sulla formazione del pensiero delle nuove generazioni.