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L'articolo di Pontifex su Rita Levi-Montalcini è stato rimosso.:morristend:
ahahaha è vero.

Alcuni dei punti forti dell'articolo di Paolo Volpe (non mi ricordo se Paolo o qualcosa d'altro) era che Montalcini - sia pace alla sua anima -, non otterrà nemmeno il purgatorio, che è morta senza aver chiesto perdono a ***, che il suo ateismo ha profanato *** e il mondo degli uomini. Che andrà all'inferno.

Che non si dà un nobel a un essere così ignobile.

Che altro diceva, Ray? Sto già cancellando //content.invisioncic.com/a283374/emoticons/paura.gif

Propongo di fare copia-e-incolla in futuro //content.invisioncic.com/a283374/emoticons/winks.gif

 
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ahahaha è vero.
Alcuni dei punti forti dell'articolo di Paolo Volpe (non mi ricordo se Paolo o qualcosa d'altro) era che Montalcini - sia pace alla sua anima -, non otterrà nemmeno il purgatorio, che è morta senza aver chiesto perdono a ***, che il suo ateismo ha profanato *** e il mondo degli uomini. Che andrà all'inferno.

Che non si dà un nobel a un essere così ignobile.

Che altro diceva, Ray? Sto già cancellando //content.invisioncic.com/a283374/emoticons/paura.gif

Propongo di fare copia-e-incolla in futuro //content.invisioncic.com/a283374/emoticons/winks.gif
uhuh, fortissimo quello.

ricordo si interrogasse anche su quanto la montalcini ci sia costata come senatrice a vita; c'era anche uno sproloquio indegno su come sia stata portata "a braccio" a votare la fiducia al passato governo prodi.

nonchè qualcosa del tipo "povera illusa che cercava la verità nella scienza ignorando ***"

giusto per dovere di cronaca, son cose che è meglio non dimenticare :.bip:

 
uhuh, fortissimo quello.
ricordo si interrogasse anche su quanto la montalcini ci sia costata come senatrice a vita; c'era anche uno sproloquio indegno su come sia stata portata "a braccio" a votare la fiducia al passato governo prodi.

nonchè qualcosa del tipo "povera illusa che cercava la verità nella scienza ignorando ***"

giusto per dovere di cronaca, son cose che è meglio non dimenticare :.bip:
Hai ragione, Oni, ma si sa, le donne hanno la memoria corta e il cervellino labile :.bip:

Comunque sì; diceva anche questo :morris82:

 
ringraziamo la cache di google:

LA BEATIFICAZIONE DI RITA LEVI MONTALCINI. MA QUANTO CI È COSTATA?

Alla vegliarda età di 103 anni si è spenta Rita Levi Montalcini, senatrice a vita (???). Si sono spenti i commenti, i peana, gli elogi. Certo, quando muore un Nobel è normale. Riflettiamo: ma era proprio meritato questo Nobel? O risponde alla logica che decide la spartizione del premi specie se casomai si appartiene a culture non occidentali, quindi da premiare con maggior attenzione pena essere offesi nelle peggiori maniere? E si sa che alcune persone godono un trattamento di favore nel mondo, nella cultura, nelle banche, nella economia. Leggendo il pensiero della senatrice a vita non possiamo non ricavare una idea onnipotente della scienza, una concezione che mette la ricerca al di sopra di *** e del creato. Nulla di nuovo, per una non credente che anche nella fine della sua vita non ha mai fatto una sana opera di ravvedimento. Eppure era benestante, ma lucrava, legittimamente, uno stipendio di senatrice a vita e nessuno potrà mai dimenticare ...

... lo spettacolo penoso di quel governo Prodi retto dai senatori a vita, con la senatrice trasportata a braccio per decretare per l'accanimento terapeutico del governo.

E' scomparsa e speriamo che almeno in punto di morta si sia convertita, preghiamo per lei e perché possa ottenere un posto almeno nel Purgatorio, ma francamente la beatificazione mediatica della vegliarda non ha avuto alcun senso, specie per i criteri con cui quel Nobel è stato dato.

Lo sappiamo, alcune lobbie di potere hanno le mani dappertutto. Solo sulla morte e sul giudizio non interferiscono: dopo la morte non vale la legge dell'uomo ricco.

*** non si lascia corrompere dai soldi e dalla potenza di zelanti oratori, per fortuna. Domanda: quanto è costata alla collettività la senatrice?

Bruno Volpe

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:SdKV0EsExVYJ:www.pontifex.roma.it/index.php/editoriale/il-fatto/13733-la-beatificazione-di-rita-levi-montalcini-ma-quanto-ci-e-costata+&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=it&client=firefox-beta

 
Dimenticavo la copia cache di Google.:morris82:

Eccolo qua:

LA BEATIFICAZIONE DI RITA LEVI MONTALCINI. MA QUANTO CI È COSTATA?

Alla vegliarda età di 103 anni si è spenta Rita Levi Montalcini, senatrice a vita (???). Si sono spenti i commenti, i peana, gli elogi. Certo, quando muore un Nobel è normale. Riflettiamo: ma era proprio meritato questo Nobel? O risponde alla logica che decide la spartizione del premi specie se casomai si appartiene a culture non occidentali, quindi da premiare con maggior attenzione pena essere offesi nelle peggiori maniere? E si sa che alcune persone godono un trattamento di favore nel mondo, nella cultura, nelle banche, nella economia. Leggendo il pensiero della senatrice a vita non possiamo non ricavare una idea onnipotente della scienza, una concezione che mette la ricerca al di sopra di *** e del creato. Nulla di nuovo, per una non credente che anche nella fine della sua vita non ha mai fatto una sana opera di ravvedimento. Eppure era benestante, ma lucrava, legittimamente, uno stipendio di senatrice a vita e nessuno potrà mai dimenticare ...

... lo spettacolo penoso di quel governo Prodi retto dai senatori a vita, con la senatrice trasportata a braccio per decretare per l'accanimento terapeutico del governo.

E' scomparsa e speriamo che almeno in punto di morta si sia convertita, preghiamo per lei e perché possa ottenere un posto almeno nel Purgatorio, ma francamente la beatificazione mediatica della vegliarda non ha avuto alcun senso, specie per i criteri con cui quel Nobel è stato dato.

Lo sappiamo, alcune lobbie di potere hanno le mani dappertutto. Solo sulla morte e sul giudizio non interferiscono: dopo la morte non vale la legge dell'uomo ricco.

*** non si lascia corrompere dai soldi e dalla potenza di zelanti oratori, per fortuna. Domanda: quanto è costata alla collettività la senatrice?

Bruno Volpe

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:SdKV0EsExVYJ:www.pontifex.roma.it/index.php/editoriale/il-fatto/13733-la-beatificazione-di-rita-levi-montalcini-ma-quanto-ci-e-costata+&cd=3&hl=it&ct=clnk&gl=it&client=opera

Comunque, a parte questo argomento e a parte Pontifex (sul quale stendiamo un velo pietoso), sto guardando una vecchia puntata di Annozero del 2007, in cui si parlava di Chiesa e pedofilia, degli scandali venuti alla luce anche grazie a un servizio realizzato dalla BBC. In studio anche Odifreddi e Fisichella. Quest'ultimo veramente senza vergogna, una continua menzogna in mala fede.

Vi consiglio di vederla tutta, è molto interessante.

 
Dimenticavo la copia cache di Google.:morris82:Eccolo qua:

LA BEATIFICAZIONE DI RITA LEVI MONTALCINI. MA QUANTO CI È COSTATA?

Alla vegliarda età di 103 anni si è spenta Rita Levi Montalcini, senatrice a vita (???). Si sono spenti i commenti, i peana, gli elogi. Certo, quando muore un Nobel è normale. Riflettiamo: ma era proprio meritato questo Nobel? O risponde alla logica che decide la spartizione del premi specie se casomai si appartiene a culture non occidentali, quindi da premiare con maggior attenzione pena essere offesi nelle peggiori maniere? E si sa che alcune persone godono un trattamento di favore nel mondo, nella cultura, nelle banche, nella economia. Leggendo il pensiero della senatrice a vita non possiamo non ricavare una idea onnipotente della scienza, una concezione che mette la ricerca al di sopra di *** e del creato. Nulla di nuovo, per una non credente che anche nella fine della sua vita non ha mai fatto una sana opera di ravvedimento. Eppure era benestante, ma lucrava, legittimamente, uno stipendio di senatrice a vita e nessuno potrà mai dimenticare ...

... lo spettacolo penoso di quel governo Prodi retto dai senatori a vita, con la senatrice trasportata a braccio per decretare per l'accanimento terapeutico del governo.

E' scomparsa e speriamo che almeno in punto di morta si sia convertita, preghiamo per lei e perché possa ottenere un posto almeno nel Purgatorio, ma francamente la beatificazione mediatica della vegliarda non ha avuto alcun senso, specie per i criteri con cui quel Nobel è stato dato.

Lo sappiamo, alcune lobbie di potere hanno le mani dappertutto. Solo sulla morte e sul giudizio non interferiscono: dopo la morte non vale la legge dell'uomo ricco.

*** non si lascia corrompere dai soldi e dalla potenza di zelanti oratori, per fortuna. Domanda: quanto è costata alla collettività la senatrice?

Bruno Volpe

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:SdKV0EsExVYJ:www.pontifex.roma.it/index.php/editoriale/il-fatto/13733-la-beatificazione-di-rita-levi-montalcini-ma-quanto-ci-e-costata+&cd=3&hl=it&ct=clnk&gl=it&client=opera

Comunque, a parte questo argomento e a parte Pontifex (sul quale stendiamo un velo pietoso), sto guardando una vecchia puntata di Annozero del 2007, in cui si parlava di Chiesa e pedofilia, degli scandali venuti alla luce anche grazie a un servizio realizzato dalla BBC. In studio anche Odifreddi e Fisichella. Quest'ultimo veramente senza vergogna, una continua menzogna in mala fede.

Vi consiglio di vederla tutta, è molto interessante.
Io non riesco a vedere il filmato //content.invisioncic.com/a283374/emoticons/sisi.gif Gira a vuoto

 
Ecco qua il link della puntata "Non commettere atti impuri" di Annozero del 31 Maggio 2007:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-83c1f6b6-a81e-4f82-b240-272770b5a0ea.html#p=

Decisive le parole del procuratore Rick Romley, che riuscì a condannare otto preti pedofili, ottenendo anche una confessione scritta del vescovo, in cui si dichiarava che la Chiesa sapeva e non aveva fatto nulla per intervenire contro gli abusi. E non solo la Chiesa mantenne un atteggiamento passivo, ma si adoperò attivamente ad attuare un forte ostruzionismo per impedire di mettere fine agli abusi, contrastando le ricerche passo dopo passo per tutta la durata delle indagini. Queste le sue parole verso 1:19:00.

Si scopre che Ratzinger era a conoscenza di tanti casi di pedofilia, come quello di padre Tarcisio in Brasile. Già accusato dalla polizia di San Paolo per abuso su minori, il sacerdote fu semplicemente spostato in un'altra parrocchia, dove perpetrò i suoi crimini su un altro ragazzino (almeno). C'è anche la testimonianza della nonna.

Insomma, un giro infinito di menzogne e insabbiature, una cosa agghiacciante. Ripeto, vedetelo, perché merita tanto.

 
Ma a parte tutto , la Montalcini era ebrea , per cui l'ipercattolico Volpe che che vorrebbe dire?

non è mica un problema suo semmai del Rabbino di competenza

 
So che c'è questa convinzione di alcuni, per cui nell'assegnazione dei Nobel vengano prediletti coloro i quali appartengano alla comunità ebraica. Non so per quale arcano mistero né secondo quale logica, ma ricordo bene di averlo letto.

Comunque penso che a Volpe bruciasse il fatto che la Montalcini fosse atea e strenua sostenitrice della ricerca scientifica senza legacci.

 
Ultima modifica:
So che c'è questa convinzione di alcuni, per cui nell'assegnazione dei Nobel vengano prediletti coloro i quali appartengano alla comunità ebraica. Non so per quale arcano mistero né secondo quale logica, ma ricordo bene di averlo letto.Comunque penso che a Volpe bruciasse il fatto che la Montalcini fosse atea e strenua sostenitrice della ricerca scientifica senza legacci.
Solo un appunto OT sul Nobel. Non ho ancora finito di vedere il video ma lo farò, se non altro per rispetto a Montanelli.

Ieri ne stavo parlando con un'amica. Conclusione: oggi, per assurdo, è quasi diventato un merito non ricevere il Nobel //content.invisioncic.com/a283374/emoticons/emoticons_dent1005.gif.

Dico solo un nome di quest'anno e mi mantengo neutra, va //content.invisioncic.com/a283374/emoticons/fyebr8.gif : Mo Yan :morris82:

 
http://forum.spaziogames.it/board/showthread.php?t=434429

Chen, non era tipo possibile spostar qua? :rickds:

Vabbè.

 


---------- Post added at 14:40:12 ---------- Previous post was at 14:36:31 ----------

 


Vabbè riporto il post , che se venisse semplicemente eliminato un po' mi dispiacerebbe.

Come qualcuno saprà io studio Taoismo. E cerco di praticarlo. Ultimamente mi han passato una lettura interessantissima. Un libro titolato "Il tao della fisica". Un libro del 1989 , di tale Fritjof Capra un fisico E uno studioso di misticismo orientale. Libro molto famoso a quel che ne so, eppure non lo conoscevo.

Finora ho considerato il pensiero orientale e il pensiero occidentale agli antipodi uno dell'altro. Considerando anche , volendo , superiore la loro cultura in merito alla qualità della conoscenza del mondo e di se stessi. Del loro sapere che per trascendere la percezione non bisogna saper razionalizzare, come pensiamo noi, ma percepire.

Questo libro mi sta portando a riflette , invece , su come settorializziamo la nostra mente. Su come ci aggrappiamo a determinati concetti , separando tutto e senza valutare i punti di connessione. Senza mai vedere in quadro completo. La fusione coerente delle culture e pensieri che portano al risultati concreto di una consapevolezza superiore. Quando invece per noi il confronto fra ideologie si riduce, siamo onesti , al farne prevalere l'una o l'altra.

L'autore nel libro esegue diversi paralleli fra filosofia occidentale, filosofia orientale e scienza , intrecciandole fra loro in un modo talmente affascinante da rapirmi.

Vi propongo un estratto che mi ha aperto ad una riflessione che non ho mai considerato.

Prima di iniziare a esaminare le corrispondenze tra la fisicamoderna e il misticismo orientale, dobbiamo affrontare il problema

preliminare di come sia possibile porre a confronto una scienza

esatta, espressa nel linguaggio estremamente raffinato della

matematica moderna, con discipline spirituali le quali, oltre a

basarsi essenzialmente sulla meditazione, insistono sul fatto che le

intuizioni a cui giungono non possono essere comunicate

verbalmente.

Ciò che vogliamo confrontare sono le affermazioni fatte dagli

scienziati e dai mistici orientali sulla loro conoscenza del mondo.

Per stabilire il contesto adatto a questo confronto dobbiamo

chiederci per prima cosa di quale tipo di « conoscenza » stiamo

parlando: il monaco buddhista di Angkor-Vat o di Kyoto intende

con il termine « conoscenza » la stessa cosa che il fisico di Oxford

o di Berkeley? In secondo luogo, quali tipi di affermazioni

vogliamo confrontare? Che cosa sceglieremo tra i dati sperimentali,

le equazioni e le teorie da una parte e i testi religiosi, gli antichi miti,

o i trattati filosofici dall'altra? Scopo di questo capitolo è chiarire

questi due punti: la natura della conoscenza di cui ci occupiamo

e il linguaggio nel quale questa conoscenza è espressa.

Nel corso della storia si è constatato che la mente dell'uomo è

capace di due tipi di conoscenza, ovvero di due modalità di

coscienza, che spesso vennero chiamati rispettivamente razionale e

intuitiva e furono tradizionalmente associati alla scienza e alla

religione. In Occidente, la conoscenza intuitiva, di tipo religioso,

non è tenuta in grande considerazione, mentre si privilegia la

conoscenza razionale, scientifica; al contrario, l'atteggiamento

orientale tradizionale è in genere esattamente l'opposto. Le

seguenti affermazioni, fatte da due grandi pensatori, uno

occidentale e l'altro orientale, rappresentano le due tipiche

posizioni su questo problema. In Grecia Socrate si espresse con la

famosa frase « So di non sapere nulla »; in Cina Lao-tzu disse: «

Somma cosa è non sapere di sapere ». In Oriente i nomi stessi con

cui vengono indicati i due tipi di conoscenza rivelano il diverso

valore che a essi viene attribuito. Le Upanisad, per esempio,

parlano di una conoscenza più elevata e di una inferiore e

associano quest'ultima alle varie scienze, la prima alla

consapevolezza religiosa. I Buddhisti parlano di conoscenza «

relativa » e di conoscenza « assoluta » oppure di « verità

condizionale » e di « verità trascendentale ». La filosofia cinese,

d'altra parte, ha sempre sottolineato la natura complementare

dell'intuitivo e del razionale, rappresentandoli con la coppia di

archetipi yin e yang che costituiscono i principi fondamentali del

pensiero cinese. Come conseguenza, si sono sviluppate nell'antica

Cina due tradizioni filosofiche complementari – il Taoismo e il

Confucianesimo – per trattare i due tipi di conoscenza.

La conoscenza razionale è ricavata dall'esperienza che abbiamo

degli oggetti e degli eventi del nostro ambiente quotidiano. Essa

appartiene al campo dell'intelletto, la cui funzione è quella di

discriminare, dividere, confrontare, misurare e ordinare in

categorie. In tal modo si producono un gran numero di distinzioni

intellettuali, di opposti che possono esistere solo l'uno in

rapporto all'altro; per questa ragione i Buddhisti definiscono «

relativo » questo tipo di conoscenza.

L'astrazione è una caratteristica tipica di questa conoscenza,

perché per poter confrontare e classificare l'immensa varietà di

forme, di strutture e di fenomeni che ci circondano, non si possono

prenderne in considerazione tutti gli aspetti, ma se ne devono

scegliere solo alcuni significativi. Perciò si costruisce una mappa

intellettuale della realtà nella quale le cose sono ridotte ai loro

contorni: La conoscenza razionale è pertanto un sistema di concetti

astratti e di simboli, caratterizzata dalla struttura lineare e

sequenziale tipica del nostro modo di pensare e di parlare. Nella

maggior parte dei linguaggi questa struttura lineare è resa esplicita

dall'uso di alfabeti che servono a comunicare esperienze e

riflessioni con lunghe file di lettere.

Il mondo naturale, d'altra parte, è un mondo di varietà e

complessità infinite, un mondo multidimensionale che non contiene

né linee rette né forme perfettamente regolari, nel quale le cose non

avvengono in successione ma tutte contemporaneamente; un mondo

in cui – come ci insegna la fisica moderna – persino lo spazio vuoto

ha una curvatura. È chiaro che il nostro sistema astratto di pensiero

concettuale non potrà mai descrivere o comprendere questa realtà

nella sua complessità. Cercando di comprendere il mondo, ci

troviamo di fronte alle stesse difficoltà che incontra un cartografo

che cerchi di rappresentare la superficie curva della Terra con una

serie di mappe piane. Da un procedimento di questo tipo possiamo

attenderci solo una rappresentazione approssimata della realtà, e di

conseguenza tutta la conoscenza razionale è necessariamente

limitata.

Il campo della conoscenza razionale è, naturalmente, il campo

della scienza che misura e quantifica, classifica e analizza. I limiti di

una qualsiasi conoscenza ottenuta con questi metodi sono diventati

sempre più evidenti nella scienza moderna e in particolare nella

fisica la quale ci ha insegnato che, come dice Werner Heisenberg, «

ogni parola o concetto, per chiari che possano

sembrare, hanno soltanto un campo limitato di applicabilità ».

Per la maggior parte di noi è molto difficile tenere

costantemente presenti i limiti e la relatività della conoscenza

concettuale. Poiché la nostra rappresentazione della realtà è molto

più facile da afferrare che non la realtà stessa, noi tendiamo a

confondere le due cose e a prendere i nostri concetti e i nostri

simboli come fossero la realtà. Uno dei principali scopi del

misticismo orientale è quello di liberarci da questa confusione. I

buddhisti Zen dicono che serve un dito per indicare la luna: ma

non ci si deve più preoccupare del dito quando si è individuata la

luna. Il saggio taoista Chuang-tzu ha scritto:

« Il fine della nassa è il pesce: preso il pesce metti da parte la

nassa. IL fine del calappio è la lepre: presa la lepre metti da parte

il calappio. Il fine delle parole è l'idea: afferrata l'idea metti da

parte le parole »

In Occidente, lo studioso di semantica Alfred Korzybski

puntualizzò esattamente la stessa questione con la sua sintetica

formula « La mappa non è il territorio ».

Ciò che interessa ai mistici orientali è la ricerca di

un'esperienza diretta della realtà che trascenda non solo il pensiero

intellettuale, ma anche la percezione sensoriale. Si legge nelle

Upanisad:

« Essendosi concentrato su ciò che è di là dall'udito, di là dal

tatto, di là dalla vista, di là dal gusto e dall'olfatto, che è

indefettibile ed eterno, senza principio e senza fine, più grande del

grande, duraturo, l'uomo si salva dalle fauci della morte ».

La conoscenza che deriva da un'esperienza di questo tipo viene

chiamata dai Buddhisti « conoscenza assoluta » perché non si basa

su discriminazioni, astrazioni e

classificazioni dell'intelletto, le quali, abbiamo già visto, sono sempre

relative e approssimate. Essa è, come ci dicono i Buddhisti,

l'esperienza diretta dell'« essenza assoluta », indifferenziata, indivisa,

indeterminata. Non essenza di qualcosa, ma essenza in quanto tale.

La comprensione perfetta di tale essenza assoluta non solo è il cuore

del misticismo orientale, ma è anche la caratteristica fondamentale di

ogni esperienza mistica.

I mistici orientali insistono continuamente sul fatto che la realtà

ultima non può mai essere oggetto di ragionamento o di conoscenza

dimostrabile. Né può essere descritta adeguatamente con parole,

perché sta al di là del campo dei sensi e dell'intelletto dai quali

derivano le nostre parole e i nostri concetti. A questo riguardo le

Upanisad dicono:

« Ivi non giunge la vista, né la parola, e neppure la mente. Non

sappiamo né conosciamo in quale modo Lo si possa insegnare... ».

Lao-tzu, che chiama questa realtà il Tao, formula lo stesso

concetto nella prima riga del Tao-tê-ching: « Il Tao che può esser

detto non è l'eterno Tao ». Il fatto – ovvio per chiunque legga i

giornali – che l'umanità non sia divenuta molto più saggia negli

ultimi duemila anni nonostante un prodigioso aumento della

conoscenza razionale dimostra chiaramente l'impossibilità di comunicare

a parole la conoscenza assoluta. Come disse Chuang-tzu: «

Fa che il Tao possa essere riferito e non vi sarà uomo che non lo

riferisca ai fratelli ».

La conoscenza assoluta è quindi un'esperienza della realtà

totalmente non intellettuale, un'esperienza che nasce da uno stato di

coscienza non ordinario, che può essere chiamato uno stato «

meditativo » o mistico. Che uno stato di questo tipo esista, non solo

è testimoniato da numerosi mistici in Oriente e in Occidente,

ma è anche indicato dalla ricerca psicologica. Come dice William James:

« La normale coscienza dello stato di veglia, che chiamiamo

coscienza razionale, è soltanto un tipo di coscienza particolare,

mentre tutto intorno ad essa, separate da schermi sottilissimi,

esistono forme potenziali di coscienza completamente diverse ».

Sebbene i fisici si occupino soprattutto di conoscenza razionale e i

mistici di conoscenza intuitiva, in tutti e due i campi sono presenti

entrambi i tipi di conoscenza. Ciò diventa evidente se esaminiamo

in quale modo si raggiunge la conoscenza e come questa viene

espressa nella fisica e nel misticismo orientale.

In fisica la conoscenza viene acquisita attraverso il processo di

ricerca scientifica che si può considerare avvenga in tre fasi

successive. Dapprima si raccolgono i dati sperimentali riguardanti il

fenomeno che dev'essere spiegato. Nella seconda fase, i dati

sperimentali vengono correlati con simboli matematici e si elabora

uno schema matematico che leghi questi simboli in modo preciso e

coerente. Di solito, uno schema di questo tipo viene chiamato

modello matematico oppure, se è più generale, teoria. Quest'ultima

viene quindi utilizzata per predire i risultati di ulteriori esperimenti

che vengono effettuati per controllare tutte le implicazioni della

teoria stessa. A questo punto, i fisici possono ritenersi soddisfatti

se sono riusciti a elaborare uno schema matematico e lo sanno

utilizzare per prevedere altri risultati sperimentali. Tuttavia, alla

fine del loro lavoro, essi vorranno divulgare al pubblico i risultati

ottenuti e dovranno allora esprimerli in forma più semplice. Per far

ciò dovranno costruire con il linguaggio comune un modello che

interpreti il loro schema matematico. La

formulazione di un siffatto modello verbale, che costituisce il terzo

momento del processo di ricerca, rappresenta anche per gli stessi

fisici un criterio di valutazione della comprensione raggiunta.

In pratica, naturalmente, le tre fasi non sono nettamente separate

e non si verificano sempre nello stesso ordine. Per esempio, un

fisico può essere spinto verso un certo modello da qualche sua

convinzione filosofica, nella quale può continuare a credere anche

in presenza di prove sperimentali contrarie. Egli cercherà allora - e

ciò in effetti accade molto spesso - di modificare il suo modello in

modo che esso possa spiegare i nuovi dati sperimentali. Ma se gli

esperimenti continuano a contraddire il modello, alla fine egli sarà

costretto ad abbandonarlo.

Questo modo di procedere, per cui ogni teoria è saldamente

basata sull'esperimento, è noto come metodo scientifico e vedremo

che esiste qualcosa di analogo anche nella filosofia orientale. Sotto

questo punto di vista, invece, la filosofia greca era totalmente

diversa. Sebbene i filosofi greci abbiano elaborato idee sulla natura

estremamente ingegnose, che spesso si avvicinano molto ai modelli

scientifici moderni, l'enorme differenza tra i due modi di affrontare

il problema è l'atteggiamento empirico della scienza moderna che

fu del tutto estraneo alla mentalità greca. I Greci costruirono i loro

modelli con metodo deduttivo partendo da alcuni assiomi o principi

fondamentali, e non per induzione da quanto era stato osservato.

D'altra parte, ovviamente, l'arte greca del ragionamento deduttivo e

della logica è un elemento essenziale della seconda fase della

ricerca scientifica, quella in cui si procede alla formulazione di un

modello matematico coerente, e quindi è anche una parte

fondamentale della scienza.

La conoscenza razionale e le attività razionali costituiscono

certamente la parte più importante della ricerca scientifica, ma non

la comprendono tutta quanta. Infatti, la componente razionale della

ricerca sarebbe inutile se non fosse completata dall'intuito che

rende creativi gli scienziati fornendo loro nuove visioni. Queste visioni

tendono a manifestarsi improvvisamente e – tipicamente — non

quando si è seduti al tavolo di lavoro cercando di risolvere

equazioni, ma quando ci si rilassa, nel bagno, a passeggio nei

boschi, distesi sulla spiaggia, ecc. Durante questi momenti di

riposo, dopo un'intensa attività intellettuale, la mente intuitiva

sembra subentrare a quella razionale e può produrre improvvise visioni

chiarificatrici, dalle quali derivano la grande gioia e la

soddisfazione che il lavoro di ricerca scientifica può offrire.

Le visioni intuitive, tuttavia, non sono di alcuna utilità in fisica a

meno che non possano essere tradotte in una struttura matematica

coerente, integrata da un'interpretazione nel linguaggio comune.

L'astrazione è una caratteristica decisiva di questa struttura e

consiste, come già si è detto, di un sistema di concetti e di simboli

che costituiscono una mappa della realtà. Questa mappa

rappresenta solo alcuni aspetti della realtà; noi non sappiamo

esattamente quali siano, poiché, sin dall'infanzia, iniziamo a

compilare la nostra mappa gradualmente e senza un'adeguata

analisi critica. Pertanto le parole che usiamo nel nostro linguaggio

non sono definite con chiarezza; anzi esse hanno diversi significati,

molti dei quali, quando sentiamo una determinata parola, sfiorano

solo vagamente la nostra mente e rimangono in buona parte nel

nostro subconscio.

L'imprecisione e l'ambiguità del nostro linguaggio sono

indispensabili per i poeti i quali lavorano molto per associazioni,

utilizzando i diversi strati subconsci del linguaggio stesso. La

scienza, viceversa, mira a definizioni chiare e a relazioni prive di

ambiguità, e perciò essa rende più astratto il linguaggio

delimitando il significato delle parole e unificando la sua struttura,

secondo le regole della logica. L'astrazione più spinta ha luogo

nella matematica, in cui le parole sono sostituite da simboli e le

operazioni di connessione dei simboli tra loro sono definite in

maniera rigorosa. In questo modo gli scienziati possono condensare

in un'unica equazione, cioè in una singola sequenza di simboli, informazioni per le quali

sarebbero necessarie diverse pagine scritte nel linguaggio normale.

L'opinione che la matematica non sia altro che un linguaggio

estremamente astratto e conciso non è accettata

incondizionatamente. Molti matematici ritengono infatti che la

matematica non sia semplicemente un linguaggio per descrivere la

natura, ma che sia inerente alla natura stessa. Questa opinione risale

a Pitagora il quale espresse questo pensiero con la famosa asserzione

« tutto è numero » ed elaborò un tipo molto particolare di misticismo

matematico. La filosofia pitagorica introdusse quindi il

ragionamento logico nel dominio della religione, uno sviluppo che,

secondo Bertrand Russell, fu decisivo per la filosofia religiosa

occidentale:

« La combinazione di matematica e teologia, che cominciò con

Pitagora, caratterizzò la filosofia religiosa in Grecia, nel Medioevo e

nell'èra moderna fino a Kant ... in Platone, sant'Agostino, Tommaso

d'Aquino, Cartesio, Spinoza e Leibniz vi è un intimo intrecciarsi di

religione e di ragionamento, di aspirazione morale e di ammirazione

logica per ciò che è eterno, che viene da Pitagora e distingue la

teologia intellettualizzata dell'Europa dal più diretto misticismo

asiatico ».

Il « più diretto misticismo asiatico » non seguirebbe, ovviamente,

il punto di vista pitagorico sulla matematica. Nella concezione

orientale, la matematica, con la sua struttura altamente differenziata

e ben definita, deve essere considerata una parte della nostra mappa

concettuale e non un aspetto caratteristico della realtà stessa. La

realtà così come risulta dall'esperienza dei mistici è completamente

indeterminata e indifferenziata.

Il metodo scientifico dell'astrazione è molto efficace e potente, ma

comporta un prezzo da pagare. Via via che

definiamo con maggior precisione il nostro sistema di concetti, che

lo rendiamo più efficiente e ne stabiliamo le connessioni interne in

modo sempre più rigoroso, esso si distacca sempre più dal mondo

reale. Servendoci nuovamente dell'analogia di Korzybski della

mappa e del territorio, potremmo dire che il linguaggio ordinario è

una mappa che possiede, per la sua intrinseca imprecisione, un

certo grado di flessibilità tale da poter seguire in una certa misura la

forma del territorio adattandosi alla sua curvatura. Via via che lo

rendiamo più preciso, questa flessibilità gradualmente scompare, e

con il linguaggio della matematica abbiamo raggiunto un punto in

cui i legami con la realtà sono talmente evanescenti che il rapporto

fra i simboli e la nostra esperienza sensoriale non è più

riconoscibile. Ecco perché dobbiamo integrare le teorie e i modelli

matematici con interpretazioni verbali, usando di nuovo concetti

che possono essere compresi intuitivamente, ma che sono in qualche

modo ambigui e imprecisi.

È importante rendersi conto della differenza che c'è tra modelli

matematici e i corrispondenti modelli verbali. I primi sono rigorosi e

coerenti per quanto riguarda la loro struttura interna, ma usano

simboli che non sono correlati direttamente alla nostra esperienza. I

modelli verbali, viceversa, si servono di concetti che possono

essere compresi intuitivamente, ma che sono sempre imprecisi e

ambigui. Da questo punto di vista essi non differiscono dai modelli

filosofici della realtà, con i quali è quindi certamente possibile

metterli a confronto.

Se nella scienza è rintracciabile una componente intuitiva, anche

nel misticismo orientale è presente una componente razionale.

L'importanza data alla ragione e alla logica varia tuttavia

moltissimo da una scuola di pensiero a un'altra. La scuola indù del

Vedanta e quella buddhista del Madhyamika, per esempio, hanno

entrambe un alto contenuto intellettuale, mentre i Taoisti hanno

sempre manifestato una profonda diffidenza nei

confronti del ragionamento e della logica. Lo Zen, che ebbe origine

in seno al Buddhismo ma fu fortemente influenzato dal Taoismo, si

vanta di essere « senza parole, senza spiegazioni, senza istruzioni,

senza conoscenza ». Esso si concentra quasi interamente

sull'esperienza di illuminazione e si interessa solo marginalmente di

interpretare questa esperienza. Un pensiero Zen molto noto dice: «

Nell'istante in cui parli di una cosa, essa ti sfugge ».

Sebbene altre scuole del misticismo orientale siano meno

drastiche, per tutte l'esperienza mistica diretta rappresenta

l'elemento fondamentale dell'insegnamento. Anche coloro, tra i

mistici, che si impegnano in discussioni particolarmente complesse

non considerano mai l'intelletto come fonte della loro conoscenza,

ma se ne servono unicamente per analizzare e interpretare la loro

esperienza mistica personale. Tutta la conoscenza è saldamente

fondata su questa esperienza, e ciò conferisce alle tradizioni

orientali un carattere fortemente empirico che viene sempre messo

in rilievo da coloro che sostengono tali dottrine. Per esempio, a

proposito del Buddhismo, D. T. Suzuki scrive:

« La base della filosofia buddhista è l'esperienza personale... In

tal senso il Buddhismo è radicalmente empirico o sperimentale,

indipendentemente dalla dialettica utilizzata in un secondo

momento per approfondire il significato dell'esperienza di

illuminazione ».'

Nella sua opera Science and Civilisation in China, Joseph

Needham pone ripetutamente in rilievo l'atteggiamento empirico

dei Taoisti e sostiene che questo atteggiamento ha contribuito a far

sì che il Taoismo divenisse la base della scienza e della tecnologia

cinesi. I primi filosofi taoisti, secondo Needham, « si ritirarono in

regioni selvagge, tra monti e foreste, per meditare sull'ordine della

natura e per osservarne le innumerevoli manifestazioni ». Lo

stesso spirito è riflesso nei versi Zen:

Colui che desidera comprendere il significato della natura-Buddha

faccia attenzione alle stagioni e ai rapporti di causa.

Il fatto che nel misticismo orientale la conoscenza poggi

saldamente sull'esperienza suggerisce un'analogia con la

conoscenza scientifica, fermamente ancorata all'esperimento.

Questa analogia è ulteriormente rafforzata dalla natura stessa

dell'esperienza mistica, descritta nelle tradizioni orientali come una

visione diretta che sconfina dall'ambito dell'intelletto e che si

raggiunge guardando più che pensando, esplorando all'interno di se

stessi, mediante l'osservazione.

Nel Taoismo, questo concetto di osservazione è racchiuso nel

nome stesso col quale si indicano i templi taoisti, kuan, il cui

significato originario è quello di « osservare ». I Taoisti considerano

quindi i loro templi come luoghi di osservazione. Nel buddhismo

Ch'an, la versione cinese dello Zen, spesso si parla dell'illuminazione

come della « visione del Tao », e in tutte le scuole buddhiste il

vedere è considerato come il primo passo del conoscere. Il primo

precetto dell'Ottuplice Sentiero, che raccoglie le prescrizioni del

Buddha per giungere alla realizzazione di sé, è il retto vedere, e il

secondo precetto è il retto conoscere. A tale proposito, D. T.

Suzuki scrive:

« II vedere svolge il ruolo più importante nell'epistemologia

buddhista, perché sta alla base del conoscere. E impossibile

conoscere senza vedere; ogni conoscenza ha origine nel vedere.

Perciò le attività del conoscere e del vedere si presentano di solito

unite nell'insegnamento del Buddha. La filosofia buddhista tende quindi

in ultima analisi a vedere la realtà così come essa è. Vedere è sperimentare

l'illuminazione ».

Questo passo ricorda anche le parole del mistico yaqui, Don Juan:

« La mia predilezione è vedere... perché un uomo di conoscenza può

conoscere solo vedendo ».

Forse a questo punto è bene aggiungere un breve avvertimento.

L'importanza attribuita dalle tradizioni mistiche al vedere non deve

essere presa troppo alla lettera, ma va invece intesa in senso

metaforico, dal momento che l'esperienza mistica della realtà è di

natura essenzialmente non sensoriale. Quando i mistici orientali

parlano del « vedere », essi si riferiscono a un tipo di percezione che

può anche comprendere la percezione visiva, ma che sempre la

trascende in maniera sostanziale per divenire un'esperienza non

sensoriale della realtà. Comunque, ciò che essi vogliono sottolineare

quando parlano di vedere, guardare o osservare, è il carattere

empirico della loro conoscenza. Questa impostazione empirica della

filosofia orientale ricorda molto da vicino l'importanza attribuita

all'osservazione nella scienza, e suggerisce quindi un contesto per il

confronto che ci proponiamo di fare. La fase sperimentale della

ricerca scientifica sembra corrispondere alla visione diretta del

mistico orientale, e le teorie e i modelli scientifici corrispondono ai

vari modi in cui questa visione viene interpretata.

La corrispondenza suggerita tra gli esperimenti scientifici e le

esperienze mistiche può sembrare sorprendente, data la natura molto

diversa di questi modi di osservazione. I fisici effettuano esperimenti

che richiedono un complesso lavoro di gruppo e una tecnologia altamente raffinata,

mentre i mistici ottengono la loro conoscenza semplicemente attraverso l'introspezione,

senza alcuna macchina, nell'isolamento della meditazione. Gli esperimenti scientifici,

inoltre, sembrano essere ripetibili in qualsiasi momento e da

chiunque, mentre le esperienze mistiche appaiono riservate a pochi

individui in situazioni particolari. Un esame più approfondito

mostra tuttavia che le differenze tra i due tipi di osservazione

consistono soltanto nel modo in cui esse affrontano il problema e

non nella loro attendibilità o nella loro complessità.

Chiunque desideri ripetere un esperimento della moderna fisica

subatomica deve intraprendere molti anni di studio e di

addestramento. Solo allora sarà in grado di porre alla natura

domande specifiche attraverso l'esperimento e di comprenderne la

risposta. Analogamente, una profonda esperienza mistica richiede,

generalmente, molti anni di esercizio con un maestro esperto e,

come nel caso della preparazione scientifica, il periodo di tempo

dedicato all'apprendimento non garantisce da solo il risultato.

Tuttavia, se ha successo, l'allievo sarà in grado di « ripetere

l'esperimento ». La ripetibilità dell'esperienza è in effetti essenziale

per ogni apprendimento mistico ed è lo scopo reale dell'insegnamento

spirituale del misticismo.

Un'esperienza mistica, perciò, non è affatto un evento unico, più

di quanto non lo sia un moderno esperimento di fisica. D'altra

parte, non è neppure meno complesso, sebbene la sua complessità

sia di natura molto diversa. La complessità e l'efficienza dei

dispositivi tecnici usati in fisica sono eguagliate, se non addirittura

superate, da quelle della coscienza — sia fisica che spirituale — di

un mistico immerso in profonda meditazione. Quindi, per osservare

la natura, gli scienziati e i mistici hanno elaborato metodi

estremamente raffinati, che sono inaccessibili ai profani. Per un

non iniziato, una pagina di una rivista di fisica sperimentale

contemporanea risulta tanto misteriosa quanto un mandala tibetano.

Entrambi sono registrazioni di indagini sulla natura dell'universo.

Sebbene non si verifichino di solito profonde esperienze mistiche

senza una lunga preparazione, ognuno di noi ha sperimentato,

durante la normale vita quotidiana, visioni intuitive dirette. A tutti

noi è capitato di aver dimenticato e di non riuscire a ricordare,

nonostante la più intensa concentrazione, il nome di una persona o di

un luogo, o di qualche altra cosa. Sembra di averlo « sulla punta

della lingua » ma non siamo capaci di pronunciarlo, finché a un

certo punto, dopo che abbiamo ormai rinunciato e abbiamo spostato

la nostra attenzione su qualche altra cosa, improvvisamente, come

in un lampo, ci ricordiamo il nome dimenticato. In questo processo

non interviene alcun ragionamento. È una visione improvvisa,

immediata. Questo esempio dell'improvviso ricordarsi di qualcosa

è particolarmente pertinente al Buddhismo, secondo il quale la

nostra natura originaria è quella del Buddha illuminato, realtà che

in seguito noi abbiamo dimenticato. Ai discepoli del buddhismo Zen

viene chiesto di scoprire la loro « faccia originaria » e l'improvviso

« ricordarsi » di questa faccia costituisce per loro l'illuminazione.

Un altro esempio ben noto di visione intuitiva spontanea è dato

dalle arguzie. In quell'istante di distacco in cui si afferra la battuta

di spirito si compie l'esperienza di un momento di « illuminazione

». E ben noto che questo momento deve giungere spontaneamente,

che non si può provocarlo « spiegando » lo scherzo, cioè con

l'analisi intellettuale. Solo con una visione intuitiva improvvisa che

coglie il significato più profondo dell'arguzia possiamo provare

l'esperienza della risata liberatoria che la battuta di spirito è intesa a

produrre. La somiglianza che c'è tra un'intuizione spirituale e la

comprensione di un'arguzia deve essere ben nota agli uomini e alle

donne che hanno raggiunto l'illuminazione, perché quasi sempre

essi mostrano di possedere un grande senso dell'umorismo. Lo Zen,

in particolare, è ricco di storie e aneddoti divertenti e nel Tao-tê-ching leggiamo: «

Se non se ne ridesse, la Via non meriterebbe di essere considerata

tale ». (qua mi dissocio un secondo da questo pensiero. A quanto ne so io è inteso spesso come "se fosse approvata da tutti e non derisa , non meriterebbe considerazione")

Nella nostra vita quotidiana, le visioni intuitive dirette, che

penetrano nella natura delle cose, sono normalmente limitate a

istanti estremamente brevi. Non è così nel misticismo orientale nel

quale esse durano per periodi più lunghi e infine diventano uno

stato di consapevolezza continuo. La preparazione della mente a

questo stato di consapevolezza – che consente di percepire la realtà

in maniera immediata, non concettuale – è lo scopo principale di

tutte le scuole del misticismo orientale e di molti aspetti del modo

di vita orientale. Nel corso della lunga storia culturale dell'India,

della Cina e del Giappone sono state elaborate un'enorme varietà di

tecniche, di rituali e di forme artistiche per conseguire questo

scopo, ognuno dei quali può essere chiamato meditazione nel senso

più ampio del termine.

Lo scopo fondamentale di queste tecniche sembra essere quello

di far tacere la mente pensante e di spostare la consapevolezza

dalla modalità razionale di coscienza a quella intuitiva. In molte

forme di meditazione, il silenzio della mente razionale è ottenuto

concentrando l'attenzione su un singolo particolare, come il proprio

respiro, il suono di un mantra o il simbolo visivo di un mandala.

Altre scuole concentrano l'attenzione su movimenti del corpo che

devono essere eseguiti spontaneamente, senza l'interferenza di

alcun pensiero. Questa è la via dello Yoga indù e del T'ai Chi Ch'uan

taoista. I movimenti ritmici praticati da queste scuole possono

condurre alla stessa sensazione di pace e di acquietamento

caratteristica delle forme più statiche di meditazione; una

sensazione che, incidentalmente, può essere provocata anche da

alcuni sport. Nella mia esperienza, ad esempio, sciare è stata una forma

molto gratificante di meditazione.

Anche le varie forme dell'arte orientale sono modi di

meditazione. Esse non sono intese tanto come mezzi per esprimere

le idee dell'artista quanto come vie di realizzazione di sé attraverso

lo sviluppo della modalità intuitiva della coscienza. La musica

indiana non si impara leggendo le note, ma ascoltando l'insegnante

che suona e sviluppando in tal modo una sensibilità per la musica,

proprio come i movimenti del T'ai Chi non vengono imparati

seguendo certe istruzioni verbali ma ripetendoli più e più volte in

perfetta sincronia con il maestro. Le cerimonie giapponesi del tè

sono ricche di movimenti lenti e rituali. La calligrafia cinese

richiede un movimento spontaneo e sciolto della mano. Tutte

queste abilità sono usate in Oriente per sviluppare la modalità

meditativa della coscienza.

Per la maggior parte delle persone, e in particolar modo per gli

intellettuali, questa modalità della coscienza è un'esperienza

completamente nuova. A causa del loro lavoro di ricerca, gli

scienziati hanno familiarità con le visioni intuitive dirette, perché

ogni nuova scoperta nasce in un improvviso lampo di illuminazione

non verbale di questo tipo. Ma questi momenti sono estremamente

brevi e si verificano quando la mente è satura di informazioni,

concetti e schemi di pensiero. Nella meditazione, viceversa, la

mente è svuotata di tutti i pensieri e di tutti i concetti e quindi è

preparata a funzionare nella sua modalità intuitiva per lunghi periodi.

Quando la mente razionale tace, la modalità intuitiva produce

uno stato di straordinaria consapevolezza; l'ambiente viene

percepito direttamente senza il filtro del pensiero concettuale.

Secondo le parole di Chuangtzu, « La quiete del cuore del Santo è il

riflesso del Cielo e della Terra, lo specchio delle diecimila creature

».

L'esperienza di unione con l'ambiente circostante è la principale

caratteristica di questo stato di meditazione. Questo è uno stato di

coscienza nel quale ogni forma di frammentazione è venuta meno,

dissolvendosi in un'unità indifferenziata.

Nella meditazione profonda, la mente è totalmente vigile. Oltre

alla comprensione non-sensoriale della realtà, essa percepisce tutti i

suoni, le impressioni visive, e gli altri stimoli che provengono

dall'ambiente circostante, ma non ne trattiene le immagini

sensoriali per analizzarle o interpretarle. Ad esse non è consentito

distrarre l'attenzione. Tale stato di coscienza non è dissimile dallo

stato mentale di un guerriero che attende l'attacco con estrema

vigilanza, registrando ogni cosa che gli si muove intorno senza

venirne distratto neppure per un istante. Yasutani Roshi, maestro

Zen, si serve di questa immagine nella sua descrizione dello shikantata,

la pratica di meditazione Zen:

« Lo shikan-taza è uno stato molto elevato di consapevolezza

intensa nel quale non c'è ansia né fretta, e certamente non c'è mai

fiacchezza. È lo stato mentale di chi si trova di fronte alla morte.

Immaginate di essere impegnati in un duello alla spada come si

usava nel Giappone antico. Quando fronteggiate il vostro avversario,

siete costantemente attento, fermo, pronto. Se allentaste la

vostra vigilanza anche solo per un istante, sareste colpito

immediatamente. Una folla si è raccolta per vedere il

combattimento. Poiché non siete cieco, li vedete con l'angolo

dell'occhio e poiché non siete sordo, li udite. Ma nemmeno per un

istante la vostra mente è catturata da queste impressioni dei sensi

».

A causa della somiglianza tra lo stato di meditazione e

l'atteggiamento mentale di un guerriero, l'immagine del guerriero

svolge un ruolo importante nella vita spirituale e culturale dell'Oriente.

La vicenda narrata nel libro religioso prediletto in India, la Bhagavad Gītā,

si svolge in un campo di battaglia e le arti marziali costituiscono una parte importante della

cultura tradizionale della Cina e del Giappone. In Giappone, la

forte influenza dello Zen sulla tradizione dei samurai dette origine

al bushido, « la via del guerriero », un'arte della spada in cui

l'intuito spirituale dello schermidore raggiunge la più alta

perfezione. Il T'ai Chi Ch'uan taoista, che fu considerato la massima

espressione dell'arte marziale in Cina, fonde i lenti e ritmici

movimenti « yogici » con l'assoluta prontezza della mente del

guerriero in una specificità unica.

Il misticismo orientale si basa sulla intuizione diretta nella natura

della realtà, e la fisica si basa sull'osservazione dei fenomeni

naturali negli esperimenti scientifici. In entrambi i campi, le

osservazioni vengono in seguito interpretate e l'interpretazione

molto spesso viene comunicata con parole. Poiché le parole sono

sempre una mappa astratta e approssimativa della realtà, le interpretazioni

verbali di un esperimento scientifico o di una visione

mistica sono necessariamente imprecise e incomplete. I fisici

moderni e i mistici orientali sono entrambi perfettamente

consapevoli di questo fatto.

Nella fisica, le interpretazioni degli esperimenti vengono

chiamate modelli o teorie. Rendersi conto che tutti i modelli e tutte

le teorie sono approssimati è fondamentale per la moderna ricerca

scientifica, ed è proprio questo il significato dell'aforisma di

Einstein: « Nella misura in cui le proposizioni matematiche si

riferiscono alla realtà, esse non sono certe; e nella misura in cui esse

sono certe, non si riferiscono alla realtà ». I fisici sanno che i loro

metodi di analisi e il ragionamento logico non possono mai spiegare

subito tutto il complesso dei fenomeni naturali, e pertanto isolano

un certo gruppo di fenomeni e cercano di costruire un modello per

descrivere quel gruppo. Nel far ciò trascurano altri fenomeni, e

quindi il modello non fornirà una descrizione completa della situazione reale.

I fenomeni che non vengono presi in considerazione possono avere un effetto

talmente piccolo che il tenerne conto non modificherebbe la teoria in modo significativo,

oppure possono essere trascurati semplicemente perché non sono

noti quando viene elaborata la teoria.

A titolo di illustrazione, prenderemo in esame uno dei modelli più

noti in fisica, la meccanica « classica » di Newton. Di solito, in

questo modello vengono trascurati gli effetti della resistenza, o

attrito, dell'aria, perché in genere sono molto piccoli. Ma, a parte

tale lacuna, la meccanica newtoniana venne considerata per lungo

tempo la teoria definitiva con la quale era possibile descrivere tutti

i fenomeni naturali, fino a quando non furono scoperti i fenomeni

elettrici e magnetici, che risultarono non interpretabili con la teoria

di Newton. La scoperta di questi fenomeni mostrò che il modello era

incompleto e che poteva essere applicato solo a un numero limitato

di fenomeni, essenzialmente al moto dei corpi solidi.

Occuparsi di un gruppo limitato di fenomeni può anche voler dire

limitarsi a studiarne le proprietà fisiche in un campo ristretto e ciò

può costituire un'altra delle ragioni per cui la teoria risulta

approssimata. Questo aspetto dell'approssimazione è di carattere

surrettizio perché non si sa mai in anticipo quali sono i limiti di una

teoria. Solo l'esperienza lo può dire. L'immagine tradizionale della

meccanica classica fu ulteriormente messa in crisi quando la fisica

del ventesimo secolo ne mise in evidenza i limiti intrinseci. Oggi

sappiamo che il modello newtoniano è valido soltanto per corpi

formati da un grande numero di atomi e solo per velocità piccole

rispetto a quella della luce. Quando non è soddisfatta la prima

condizione, la meccanica classica dev'essere sostituita dalla

meccanica quantistica; quando invece non si verifica la seconda

condizione, dev'essere applicata la teoria della relatività. Ciò non

significa che il modello di Newton è « sbagliato », o che la

meccanica quantistica e la teoria della relatività sono « esatte ».

Tutti questi modelli sono approssimazioni valide per un certo campo di fenomeni.

AI di là di questo campo esse non danno più una descrizione

soddisfacente della natura e devono essere trovati nuovi modelli che

sostituiscano quelli vecchi; oppure, meglio ancora, che li estendano

migliorando l'approssimazione.

Durante la costruzione di un dato modello, specificarne i limiti è

spesso uno dei compiti più difficili ma anche più importanti.

Secondo Geoffrey Chew, il cui « modello a bootstrap » sarà discusso

a fondo più avanti, è essenziale chiedersi sempre, non appena ci si

accorge che un certo modello o una teoria funzionano: perché

funziona? quali sono i limiti del modello? in quale senso,

esattamente, il modello è un'approssimazione del fenomeno in

esame? Queste domande sono considerate da Chew il primo passo

verso ulteriori progressi.

Anche i mistici orientali sono perfettamente consapevoli del fatto

che tutte le descrizioni verbali della realtà sono imprecise e

incomplete. L'esperienza diretta della realtà trascende l'ambito del

pensiero e del linguaggio e, poiché tutti i misticismi si basano su tale

esperienza diretta, qualsiasi cosa venga detta su di essa può essere

vera solo parzialmente. In fisica, la natura approssimata di tutte le

affermazioni è quantificata e si fanno progressi migliorando le

approssimazioni in un gran numero di passi successivi. In che modo,

allora, le tradizioni orientali affrontano il problema della

comunicazione verbale?

Anzitutto, i mistici sono interessati principalmente a fare

esperienza della realtà e non a descrivere tale esperienza; perciò,

generalmente, non si preoccupano di analizzare questa descrizione e

quindi non è mai sorta nel pensiero orientale l'idea di definire con precisione quella

approssimazione. D'altro canto, se desiderano comunicare la loro

esperienza, i mistici orientali si trovano di fronte alle limitazioni

del linguaggio. Per risolvere questo problema sono state proposte

in Oriente parecchie strade differenti.

Il misticismo indiano, e in particolare l'Induismo, presenta le sue

affermazioni sotto forma di miti, servendosi di metafore e di

simboli, di immagini poetiche, di similitudini e di allegorie. Il

linguaggio mitico è molto meno condizionato dalla logica o dal

senso comune. È pieno di situazioni magiche o paradossali, è ricco

di immagini suggestive e non è mai preciso; si presta quindi, molto

meglio del linguaggio fattuale, a trasmettere il modo con il quale i

mistici sperimentano la realtà. Secondo Ananda Coomaraswamy «

il mito è la migliore approssimazione alla verità assoluta

esprimibile con parole ».

La ricca immaginazione indiana ha creato un gran numero di

divinità maschili e femminili le cui incarnazioni e gesta sono gli

argomenti di racconti fantastici, raccolti in epiche voluminose.

Tuttavia, chi in India è dotato di intuizione profonda sa che queste

divinità sono creazioni della mente, immagini mitiche che

rappresentano i molteplici aspetti della realtà. E sa anche che esse

non sono state create unicamente per rendere i racconti più

attraenti, ma sono veicoli essenziali per trasmettere le dottrine di

una filosofia che ha le sue radici nell'esperienza mistica.

I mistici cinesi e giapponesi hanno trovato un modo diverso per

affrontare il problema del linguaggio. Invece di rendere gradevole la

natura paradossale della realtà attraverso i simboli e le immagini

del mito, essi preferiscono molto spesso accentuarla utilizzando il

linguaggio fattuale. Perciò i Taoisti si servono frequentemente di

paradossi, proprio per mettere in luce le incongruenze che nascono

nella comunicazione verbale e per mostrarne i limiti. Dai Taoisti

questa tecnica è passata ai buddhisti giapponesi e cinesi che l'hanno

ulteriormente sviluppata. Essa ha raggiunto la sua massima

perfezione nel buddhismo Zen con i cosiddetti koan, quei rompicapo

apparentemente privi di senso, che sono usati da molti maestri Zen

per trasmettere il loro insegnamento. I koan presentano importanti

analogie con la fisica moderna che saranno esaminate nel prossimo

capitolo.

In Giappone, esiste anche un altro modo di esprimere concetti

filosofici al quale vale la pena di accennare. Si tratta di una forma

speciale di poesia estremamente concisa che viene spesso usata dai

maestri Zen per puntare direttamente all'essenza assoluta della

realtà. Un monaco chiese a Fuketsu Ensho: « Quando la parola e il

silenzio sono entrambi inammissibili, come si può procedere senza

errore? ». Il maestro replicò:

Io ricordo sempre Kiangsu nel mese di marzo

Il grido della pernice, la massa di fiori fragranti!1

Questa forma di poesia spirituale ha raggiunto la perfezione nello

haiku, un componimento poetico classico giapponese di esattamente

diciassette sillabe, che fu profondamente influenzato dallo Zen. La

capacità di cogliere la reale natura della vita di questi poeti di haiku

traspare anche dalla traduzione italiana:

Le foglie che cadono giacciono una sull'altra;

la pioggia batte sulla pioggia.

Ogni volta che i mistici orientali esprimono la loro conoscenza a

parole – che lo facciano con l'aiuto di miti, di simboli, di immagini

poetiche o di affermazioni paradossali – sono ben consapevoli delle

limitazioni imposte dal linguaggio e dal ragionamento « lineare >>. I fisici moderni

sono arrivati ad assumere esattamente lo stesso atteggiamento

verso le loro teorie e i loro modelli espressi verbalmente. Anche

questi sono approssimati e necessariamente imprecisi; sotto questo

aspetto sono l'equivalente dei miti orientali, dei simboli e delle

immagini poetiche, ed è a questo livello che metterò in evidenza le

corrispondenze. Per esempio, la medesima concezione della

materia viene presentata dagli Indù mediante la danza cosmica del

*** Siva e dai fisici con alcuni aspetti della teoria dei campi. Sia il

*** danzante che la teoria fisica sono creazioni della mente:

modelli di cui si servono i singoli autori per descrivere la loro

intuizione della realtà.

Per altro mi pare un modo a dir poco illuminato di accorpare filosofia , religione e scienza , sia occidentali che orientali.

 
Ultima modifica da un moderatore:
Chen, non era tipo possibile spostar qua?
Vabbè.
Non sapevo dove lo volevi, se nel thread di Filosofia o questo....//content.invisioncic.com/a283374/emoticons/250978_ahsisi.gif

Poi lo leggerò tutto, ma di concreto a te cosa serve?

 


Cioè, hai dubbi in merito oppure hai "incollato per conoscenza"?


 
Ultima modifica da un moderatore:
Non sapevo dove lo volevi, se nel thread di Filosofia o questo....//content.invisioncic.com/a283374/emoticons/250978_ahsisi.gifPoi lo leggerò tutto, ma di concreto a te cosa serve?

 


Cioè, hai dubbi in merito oppure hai "incollato per conoscenza"?
No, di fatto è una condivisione.

Dubbi in merito non ne ho, ne possono sempre venire discutendo. Questo è il bello della discussione. Ma di fatto è qualcosa che mi ha fatto riflettere , che non conoscevo , e che non vedo perchè non debba far conoscere a qualcun altro se può spingerlo a riflettere.

 
Ho letto tutto.


Non c'è molto da dire, è un'analisi precisa e profondamente documentata. Non credo di poter mettere in discussione una sola riga.


 


Circa la tua "obiezione":


(qua mi dissocio un secondo da questo pensiero. A quanto ne so io è inteso spesso come "se fosse approvata da tutti e non derisa , non meriterebbe considerazione")
La traduzione che conosco io e che viene considerata dagli studiosi, è la seguente:





Quando il regnante inferiore sente dire del Dao,



grandemente se ne ride,



se non ne ridesse non sarebbe il Dao.


 


E così l'analisi del testo avrebbe anche senso, quanto pure la teoria secondo la quale l'illuminazione è legata alla spontaneità e all'intuizione e non all'analisi intellettuale.

 


In altre parole, la Via uno la subisce, da passivo. Non la coglie da attivo.





 
Ultima modifica da un moderatore:
Ho letto tutto.
Non c'è molto da dire, è un'analisi precisa e profondamente documentata. Non credo di poter mettere in discussione una sola riga.


 


Circa la tua "obiezione":


La traduzione che conosco io e che viene considerata dagli studiosi, è la seguente:





Quando il regnante inferiore sente dire del Dao,



grandemente se ne ride,



se non ne ridesse non sarebbe il Dao.


 


E così l'analisi del testo avrebbe anche senso, quanto pure la teoria secondo la quale l'illuminazione è legata alla spontaneità e all'intuizione e non all'analisi intellettuale.

 


In altre parole, la Via uno la subisce, da passivo. Non la coglie da attivo.




Si sono daccordo sulla tua precisazione.

Comunque, come dicevo , lo sto trovando veramente un libro illuminante sul rapporti interconnessi fra religioni e filosofie orientali ed occidentali e la scienza moderna. E' anche piuttosto vecchio, è un peccato non abbia avuto più peso sulla formazione del pensiero delle nuove generazioni.

 
Si sono daccordo sulla tua precisazione.Comunque, come dicevo , lo sto trovando veramente un libro illuminante sul rapporti interconnessi fra religioni e filosofie orientali ed occidentali e la scienza moderna. E' anche piuttosto vecchio, è un peccato non abbia avuto più peso sulla formazione del pensiero delle nuove generazioni.

Il titolo?


 
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