Ho scritto questi due commenti ascoltando le colonne sonore dei film. È stato bello. Sono bei film.
Three billboards outside Ebbing, Missouri | Martin McDonagh, 2018. (
Link.) Seconda visione. Ahimé, doppiato – sì, perde abbastanza e non avrebbe potuto essere altrimenti. Bisogna ammettere che ci mette qualche decina di minuti ad ingranare – ancora non si capisce bene dove si voglia andare a parare, i personaggi vengono presentati come poco più che macchiette, e non manca qualche colpo a vuoto nei dialoghi. Ma quando arriva
quella scena – tutto esplode, tutto cambia. (E io piango in una maniera patetica.) Ciò che succede nei miei occhi e nelle mie orecchie è qualcosa che riesco a paragonare solo allo straziante finale di
True grit – e anche se fuori dalla mia testa ciò potrebbe non apparire tanto sconvolgente, vi assicuro che lo è – le immagini perfette accompagnate dal suono perfetto, per una tensione narrativa al limite dell’insostenibile. I personaggi si rivelano gli esseri umani che sono sempre stati ed iniziano il mortale duello con se stessi, dando vita ad alcuni dei più commoventi archi narrativi di cui abbia mai potuto seguire la traiettoria. Ognuno di essi brucia di una sofferenza totalizzante ed annichilente, straziante e magnifica; ognuno di essi porta con sé una suprema dignità ed una totale umiliazione – e l’unico modo per non venirne distrutti è guardare dentro di sé, e provare ad essere ancora più forti del dolore. A tratti sembra quasi di vedere queste anime malconce, scolorite o rattoppate, smagliarsi e sfilacciarsi e arrivare quasi al punto di strapparsi, irreparabili per sempre. Sembreranno le solite eccessive parole a vuoto, ma vi assicuro che faccio fatica a trattenere le lacrime ogni volta che finisco col pensarci. Non so perché, ma ci sono cose in questo film che mi toccano ad una tale profondità che fatico ad essere oggettivo. Forse non è il film perfetto che mi sembra ogni volta che arrivo ai titoli di coda, ma di certo mi ha regalato alcune delle scene e delle storie più belle di tutta la mia vita.
Melancholia | Lars Von Trier, 2011. (
Link.) Seconda visione. Depressione, disprezzo, morte. Un soggetto spaventoso, messo in scena nel più esatto dei modi. Visto in due serate, la prima ero un po’ giù e fin dal prologo
Melancholia mi ha cullato, e avvinto, con lo straziante, sublime tema sinfonico di Wagner e le sue poderose immagini al rallentatore. Il preludio perfetto alla catastrofe che sarà: non pensavo ne sarei stato rapito e commosso istantaneamente, come invece è stato. La lunghissima sequenza del matrimonio, che da sola costituisce la prima metà del film, è probabilmente la rappresentazione definitiva della depressione, almeno al cinema. Una rappresentazione di agghiacciante nettezza per come riesce a trasmettere l’apatia, la disgustata indifferenza verso la banalità delle convenzioni e il disprezzo verso chi, pateticamente o ipocritamente, cerca di conformarvisi. Sessanta fra i minuti più perfetti cui abbia mai assistito su schermo, per la coerenza fra stile e contenuto, per la sua capacità di creare un’atmosfera, un ambiente, un coro di personaggi in un solo movimento, infondendo significato in ogni scena preservando, anzi arricchendo l’organicità dell’insieme. Nella seconda metà il film si allontana dalla propria protagonista per iniziare la propria orbita attorno al pianeta di cui porta il nome, indagando i tremori di queste piccole anime poste di fronte all’inesorabile, e mortalmente affascinante catastrofe. Il confuso senso di panico che lentamente prende possesso di tutti i personaggi (eccetto uno) si concretizza presto nella sconcertante rivelazione che Melancholia porta con sé qualcosa di molto più spaventoso della morte – e cioè la consapevolezza della totale solitudine, della futilità, e del vuoto che ci hanno preceduti, che ci accompagnano, ed eternamente ci sopravviveranno, indifferenti. Il terrore febbricitante viene maestosamente cancellato, per fare spazio all’attonita contemplazione di una verità incommensurabilmente più grande di noi, sconfitti e sottomessi in attesa dell’inevitabile. La Fine non è mai apparsa tanto vicina, terrificante, e giusta. Capolavoro.