Non so da quanto è che non scrivo qui dentro ma butto lì una manciata di commenti telegrafici su alcune visioni degli ultimi mesi.
Stellet licht | Carlos Reygadas, 2007. La prima parte perfetta da guardare da sotto le coperte per cullarsi mentre le palpebre si fanno pesanti. Fra praterie ventose e stagni cristallini a tratti sconfina quasi nell'ASMR, e anche se magari non sembra lo dico nel senso buono. Dopo un po' però diventa effettivamente noioso e sono abbastanza convinto che il finale non abbia senso.
Millennium Actress | Satoshi Kon, 2001. Esperimento formale vulcanico e sofisticatissimo, spettacolo caleidoscopico e strabiliante ma dal punto di vista narrativo sulla lunga durata il gioco ha iniziato un po' a stancarmi, forse complici un paio di colpi di scena davvero telefonati. Comunque credo lo rivedrei con piacere. E mi ha fatto venir voglia di rivedermi Tokyo godfathers per natale. Tokyo godfathers è il miglior film natalizio.
Boro in the box | Bertrand Mandico, 2011. Un caleidoscopio in bianco e nero, un viaggio surreale e in un certo qual modo lirico – in quel modo ridicolo, perverso e sensuale che è l'inconfondibile cifra stilistica di Mandico. Idee visuali e narrative a profusione, ogni scena confluisce nella successiva seguendo il ritmo dettato dalla narrazione. Favoloso.
Gerry | Gus Van Sant, 2002. Anche se un po' troppe scelte spezzano la sospensione dell'incredulità – e forse è un peccato con un soggetto così forte – la combinazione della pura bellezza della fotografia e del ritmo del montaggio lo rende un'esperienza profondamente contemplativa, pervasa dal senso di impotenza dello scoprirsi inesorabilmente intrappolati in un paradossale labirinto privo di pareti. Agorafobico.
Comizi d'amore | Pier Paolo Pasolini, 1962. Nonostante un modo di porsi spesso francamente insopportabile resta uno spaccato affascinante di una società che i decenni di distanza fanno curiosamente suonare familiare ed esotica al tempo stesso, nonché un'indagine sorprendentemente schietta nel toccare questioni che oggi potrebbero apparire superate, ma che forse a guardar bene non lo sono ancora del tutto. Visto retrospettivamente perderà parte della sua valenza provocatoria, ma ne guadagna enormemente dal punto di vista sociologico e storiografico. Ricorderò soprattutto un'agghiacciante scambio di battute con dei ragazzi in cui salta goliardicamente fuori il cosiddetto delitto d'onore, da far gelare il sangue nelle vene.
Todo sobre mi madre | Pedro Almodóvar, 1999. Uno o due personaggi interessanti, ma mi fa ridere come cerca di costruire il dramma dotando i personaggi dello spirito di sopravvivenza dei dodo dell'Era glaciale. Fotografia brutta brutta.
Bully | Larry Clark, 2001. Se Kids riusciva a mantenere una certa ambivalenza riguardo a certe vibrazioni che potevano trasparire, qui di sottile c'è veramente poco, con il regista che fa esattamente il minimo indispensabile per evitare legalmente l'etichetta di pedopornografia. (Per chiarezza: nonostante le apparenze tutti gli attori erano effettivamente maggiorenni al tempo delle riprese – ho controllato.) Per il resto la sceneggiatura va con il pilota automatico, la fotografia è inesistente e la colonna sonora quando c'è sembra letteralmente una playlist messa a caso in sottofondo. L'ultima parte però è stata a suo modo divertente, con la stupidità dei personaggi che degenera in una comicità quasi coeniana.
We Come as Friends | Hubert Sauper, 2014. Cinematograficamente nullo e a tratti episodico e confusionario per la mancanza di contestualizzazione, ma è forse l'unico documentario che abbia visto in grado di dare allo spettatore occidentale un ritratto dell'Africa dal punto di vista di coloro che cosa sia davvero il colonialismo se lo ricordano bene, e che le implicazioni del neocolonialismo le stanno provando in questo momento sulla propria pelle. Il punto è: avrebbe potuto essere migliore? Certamente sì. Dovreste perdervelo? Assolutamente no.
Don’t Look Now | Nicolas Roeg, 1973. Questo film fa schifo lo odio