L’estate del 2009, in quella frazione della costa nord-occidentale siciliana che chiameremo Baia di Roccia solo per dargli un nome che sappia di tufo e polvere, non finiva mai. Era un’entità fisica, un sudario di scirocco che si posava sulle case basse, schiacciandole contro l’asfalto che a mezzogiorno liquefaceva. Ma la sera, quando il sole decideva finalmente di tuffarsi dietro le colline aride, lasciando nel cielo una striscia di fuoco arancione e viola, l’aria diventava respirabile. Era l’ora in cui il mormorio dei condizionatori sgangherati veniva coperto dal rumore delle saracinesche che si alzavano e dal rombo dei cinquantini truccati.
Noi eravamo i Boxari. Un nome che oggi fa sorridere, ma che allora, in piena guerra PS3 vs Xbox 360, era un vessillo. Eravamo cinque, uniti da un patto di sangue siglato non col coltello, ma con l’odore dell’ozono che usciva dalle ventole delle nostre Xbox 360. In quel periodo la nostra routine ruotava tra intere giornate al mare e serate/nottate passate su Halo 3, Gears 2, Left 4 Dead 2 e COD World at War, avevamo il Live Gold pagato con i soldi delle mance estive rubate ai nonni e aspettavamo di poter mettere le mani su Modern Warfare 2 per passare l'inverno a prosciugarci le retine giocando al multiplayer. Sognavamo un futuro fatto di Project Natal (poi divenuto Kinect) e di una Xbox 720 la cui aspettativa era plasmata dai video che all’epoca si trovavano su YouTube e a cui tutti noi abboccavamo, o volevamo abboccare.
L’anima del gruppo era Mirko anche detto “Mascidda” o “‘ ’U Mascidduni ”, chiamato così per una mascella squadrata che sembrava scolpita nel calcare. Era lui che dettava la linea editoriale: "la PS3 fa schifo", "i Sonari hanno speso più soldi sulla PS3 per giocare a COD 3 in versione castrata", "la Play è per le fighètte che giocano a Little Big Planet e pensano che Killzone 2 sia uno sparatutto bello", "il Blu-Ray è un'incùlata" e via discorrendo.
Mentre tutti noi eravamo passati per un motivo o per un altro alla Elite nera fiammante, lui aveva ancora la Arcade, quella bianca, rumorosa e che rischiava il Red Ring of Death ad ogni accensione. Versione base, niente hard disk. Ma a Mirko non importava: la sua Arcade era rigorosamente modificata, piena di giochi masterizzati su DVD da due euro l’uno, con i titoli scritti a pennarello indelebile nero.
E poi c’era il nemico. C’era "Emulaturi".
Emulaturi non era il suo vero nome, ovviamente. Si chiamava ********, ma nessuno lo chiamava così da quando, a dodici anni, era stato beccato a cercare di installare un emulatore del GameBoy Advance sul PC della biblioteca comunale, mandandolo in crash definitivo. Emulaturi era il Sonaro per eccellenza. Aveva una PlayStation 3 Fat, quella lucida che sembrava un barbecue, e passava le giornate a vantarsi della grafica dell'Uncharted 2 in uscita nei prossimi mesi e del fatto che la sua console avesse il Blu-ray. "Voi Boxari siete rimasti al Medioevo", diceva con quel sorriso a mezza bocca che faceva venire voglia di prenderlo a colpi di SixAxis. "La PS3 è il futuro".
Quell’estate, la tensione aveva raggiunto il livello di guardia. Emulaturi aveva passato una settimana intera al bar Centrale a magnificare il processore della PS3 e quanto il mondo sarebbe cambiato con l'arrivo di esclusive del calibro di Heavy Rain, descrivendo ogni dettaglio dei trailer come fossero un'opera d’arte del Caravaggio. Mirko lo odiava con una purezza che si trova solo negli adolescenti.
Il piano nacque una sera di luglio, mentre il tramonto stava tingendo di rosso porpora la facciata della chiesa matrice. Eravamo seduti sui gradini del monumento ai caduti, l’unico posto dove tirava un po’ di vento. Mirko teneva tra le braccia la sua Xbox 360 Arcade, avvolta in un asciugamano da mare. La portava ovunque quell’estate, come una reliquia, perché ogni giorno ci si ritrovava nella villa di uno o dell'altro a collegare quella console modificata per giocare alle novità.
«Stasera la finiamo», disse Mirko, la voce bassa e ferma.
«Che facciamo?», chiese Peppe, il più piccolo, con gli occhi sgranati.
«Andiamo da Emulaturi. Lo becchiamo mentre torna dal bar. E gli facciamo vedere noi cos’è la vera potenza».
Non capimmo subito cosa intendesse. Pensavamo a una sfida a Street Fighter IV, o magari a un’imboscata a parole. Ma Mirko si alzò, stringendo la console al petto. L’asciugamano scivolò via, rivelando la plastica bianca, un po’ ingiallita dal fumo e dal sudore, con lo sportellino del tray dei dischi leggermente storto.
«Non ci giochiamo», disse Mirko. «Gliela sbattiamo in testa».
Ci fu un momento di silenzio assoluto. Il rumore delle cicale sembrò svanire. Sbattere una Xbox 360 Arcade, un oggetto sacro, l’idolo della nostra tribù, sulla testa di un nemico? Era sacrilegio. Ma era anche un gesto di un’epicità senza precedenti. Era un sacrificio rituale. Era la prova suprema dell’amore per la causa.
«Sei pazzo», mormorò Peppe.
«Sono un Boxaro», rispose Mirko. «Andiamo».
Camminammo in silenzio attraverso i vicoli stretti del paese. Il sole era ormai quasi scomparso, lasciando spazio a quell’ora blu in cui i colori diventano saturi e le ombre si allungano a dismisura. L’odore del gelsomino e dei fichi d’india si mescolava a quello della spazzatura che aspettava il ritiro. Da qualche finestra aperta usciva la voce di Tiziano Ferro che cantava "Indietro", o il telegiornale che parlava della crisi economica. Sembrava tutto così lontano, così insignificante rispetto alla missione che ci eravamo dati.
Mirko camminava in testa, la 360 Arcade stretta con entrambe le mani, come un’ascia da guerra. Il cavo di alimentazione pendeva, oscillando ritmicamente, la spesa finale un flagello d’altri tempi. Sapevamo dove trovare Emulaturi. A quell’ora si metteva sempre sulla panchina vicino alla villa comunale, a mandare messaggi con il suo Nokia N97, vantandosi della tastiera QWERTY a scorrimento.
Lo vedemmo da lontano. Era lì, da solo, la luce dello schermo del telefono che gli illuminava il viso paffuto. Non ci sentì arrivare. Eravamo ombre tra le ombre, portatori di un giudizio divino a 12 volt.
Quando fummo a pochi metri, Mirko accelerò. Non disse una parola. Non urlò un grido di battaglia. Sollevò semplicemente la Xbox 360 Arcade sopra la sua testa, con un movimento fluido e potente.
Emulaturi alzò lo sguardo all’ultimo momento. Vide la console bianca, le ventole posteriori puntate verso di lui come occhi malvagi, il logo Microsoft scintillare debolmente nell’ultima luce del giorno. Fece appena in tempo a sgranare gli occhi.
Il suono fu indimenticabile. Uno SBAHM secco, sordo, plastica contro cranio, seguito da un rumore vitreo, come se qualcosa all’interno della console si fosse staccato e si fosse messo a navigare nel vuoto. Fu un colpo perfetto. Non forte da mandarlo all’ospedale, ma abbastanza per fargli cadere il telefono e farlo crollare a terra, stringendosi la testa.
«Questa...», ansimò Mirko, stando sopra di lui, con la console ancora sollevata, come un sacerdote che ha appena completato il sacrificio, «...è per la Xbox 360, pezzo di m***a!».
Emulaturi non rispose. Si limitò a mugugnare, piagnucolando. Mirko guardò la sua console. Un pezzo del tray dei dischi era volato via, rivelando la lente del lettore DVD. Il LED centrale, quello intorno al pulsante di accensione, non era verde. Non era rosso. Era spento. Definitivamente.
«È morta», disse Peppe, con una voce che sembrava un lamento.
Mirko non disse nulla. Sollevò lentamente la console e la appoggiò, con delicatezza, sulla panchina di pietra dove prima sedeva Emulaturi. Sembrava improvvisamente stanco. Il sole era scomparso del tutto ora. Il cielo era di un blu scuro, vellutato, e le prime stelle cominciavano a brillare. L’estate del 2009 stava finendo, e noi lo sapevamo.
Rimanemmo lì per un po’, in silenzio. Emulaturi si alzò lentamente, si riprese il telefono e se ne andò senza dire una parola, zoppicando leggermente, senza guardare né noi né la console. Mirko rimase a fissare la sua Xbox 360 Arcade morta, il simbolo di un’epoca andata, di una guerra che non aveva vincitori.
«Ne compro un’altra», disse infine, con un sorriso amaro. «Una Elite questa volta. Nera. Così non si macchia».
Ma sapevamo tutti che non sarebbe stata la stessa cosa. Quell'Arcade era unica. Era la nostra giovinezza, il nostro sudore, le nostre notti insonni, il nostro tramonto caldo e violento in un piccolo centro siciliano che stava per essere dimenticato. Ci girammo e tornammo verso casa, lasciando la console sulla panchina, un altare a un dio caduto, sotto la luce fredda dei lampioni a neon che si erano appena accesi.