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[Angolo dell'Orrore] Le Nostre Creepypasta

Yurinoa

Shirakumo
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In questo Topic possiamo postare le nostre Creepypasta. Per chi non lo sapesse una Creepyspasta è un breve racconto Horror, possono essere opere del tutto originali oppure ispirate a leggende metropolitane o fenomeni di Internet (come Slenderman).

Le storie devono essere scritte da noi, è possibile commentarle, dare consigli, ecc... In via del tutto eccezionale è possibile postare Creepypasta provenienti da altri lidi a patto che venga citata la fonte e/o il nome dell'autore.

Che dire, spero ci sia un po' di partecipazione da parte dell'utenza, non è necessario scrivere molto bastano anche 4 o 5 righe di testo :sisi:

In questo post di apertura do il via postando una mia storia come esempio.

Spaghetti?
Samantha è una giovane donna americana. Possiede lunghi capelli biondi e due bellissimi occhi azzurri affetti da una leggera miopia. Ogni giorno prende la metropolitana per andare a lavoro, i suoi turni la costringono a staccare quando ormai è tardi e in giro non c'è molta gente. Nell'ultimo periodo alcuni fatti di cronaca l'avevano un po' scossa: giovani donne bionde erano misteriosamente scomparse senza lasciare alcuna traccia. Per questo si era premunita di uno spray al peperoncino che teneva nella sua borsetta (non si sa mai). Le prime volte non ci fece caso ma, quando attendeva l'arrivo del treno per tornare a casa, nelle vicinanze vi era sempre un uomo che sedeva su alcune casse di legno ammassate in fondo alla banchina. A vederlo aveva l'aspetto di un senzatetto, in mano teneva una ciotola da cui mangiava avidamente quelli che sembravano spaghetti in brodo (non ne era certa a causa della miopia). Samantha non gli dava molta importanza, cercava se possibile di non fissarlo troppo. Un giorno però, mentre attendeva il solito treno, si voltò e vide che l'uomo non c'era, la ciotola poggiata sua una delle casse di legno. All'improvviso qualcuno l'afferrò da dietro, cercando di immobilizzarla. Era proprio l'uomo misterioso. La donna cercò di divincolarsi ma il losco figuro aumentò la presa su di lei. Inaspettatamente cercò addirittura di morderla. Samantha riuscì con molta fatica a spingerlo via, prese lo spray al peperoncino e lo indirizzò contro il volto dell'aggressore, spruzzando due o tre volte. A quel punto l'uomo rinunciò ai suoi propositi e si allontanò barcollando, con la vista offuscata. La donna, ancora scossa dall'accaduto, chiamò immediatamente la polizia col suo cellulare. Nel mentre, nonostante la forte emozione appena provata, pensò di avvicinarsi al punto dove l'uomo era solito sostare. Guardò il contenuto della ciotola e sobbalzò. Quelli che da lontano sembravano dei semplici spaghetti erano in realtà capelli umani, biondi proprio come i suoi.
Cito alcuni utenti :unsisi:

Darthen MattewMatt96 pipigno Julie

AGGIORNAMENTO: Ecco la lista di tutti i nostri lavori, l'elenco è in ordine alfabetico ;)

afullo
Non so quanto possa essere buono a scriverle, ma ricordo di averne lette di interessanti. Ce ne sono anche di verosimili contestualizzate storicamente: al volo me ne viene in mente una, ambientata durante l'occupazione giapponese della Cina (ma prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, tra il 1937 e il 1939 insomma), in cui i nipponici per intimidire i giornalisti stranieri (a cui non era conveniente negare tout court l'accesso, perché con le nazioni occidentali in quel momento non c'era nulla) si lasciavano andare ad atrocità macabre sui civili cinesi anche davanti ad essi (si parlava di una testa tagliata che finiva per rotolare sui piedi di uno di loro). Plausibilmente i dettagli erano stati esagerati, ma effettivamente ai tempi l'Impero voleva proprio mostrare di non avere paura di nessuno...
Darthen

Floxy
C'è un fortissimo temporale e Antonio finito il turno di notte corre alla sua auto per evitare di bagnarsi troppo, apre lo sportello ed entra nell'abitacolo, si siede e posa sul sedile del passeggero la bottiglia di whisky. Si sistema, prende la bottiglia, beve un sorso ed esclama "piove a dirotto, il tragitto per arrivare a casa non è lungo e bisogna passare per una strada in mezzo ai boschi, è impossibile incontrare dei poliziotti", così inserisce la chiave, mette in moto e si dirige verso casa. Durante il tragitto continua a bere, accende la radio e ascolta una canzone, non l'ha mai sentita e non conosce le parole ma prova comunque a cantarla. Ormai è quasi ubriaco, fa fatica a controllare l'auto, i tergicristalli vanno su e giù e la pioggia riduce di molto la visibilità. Ad un tratto per una frazione di secondo perde conoscenza e una volta riaperti gli occhi vede una figura davanti alla macchina, miracolosamente riesce ad evitarla sterzando bruscamente e si ferma qualche metro più avanti. In pochi secondi ritorna lucido, come se l'effetto dell'alcol fosse svanito nel nulla, scende dall'auto e corre verso la figura, è una ragazza, al buio non riesce a vedere bene i tratti del suo viso e l'ombrello che tiene sulla testa lo nasconde ulteriormente.

Antonio a singhiozzi esclama subito: "Stai bene ? Che ci fai in mezzo alla strada a quest'ora della notte e nel bel mezzo di un temporale ?"
La ragazza risponde con voce bassa, quasi difficile da udire: "La mia macchina si è fermata laggiù prima della curva" indica con il dito un punto nel buio "e non riparte più"
Antonio: "Capisco... come ti chiami ?"
???: "Mi chiamo Laura"
Antonio: "Piacere io sono Antonio, vieni saliamo subito sulla mia auto altrimenti ci ammaleremo stando qua fuori"
I due si dirigono verso l'auto, che si trova quasi fuori dalla carreggiata e Antonio vedendola pensa "per poco non finivo fuori strada"
Arrivati in auto i due si siedono, Laura chiude l'ombrello e lo appoggia sul tappetino ai suoi piedi, Antonio spegne la radio, accende la luce posta sul tettuccio e finalmente può vederla chiaramente, è una ragazza con i capelli lunghi neri, magra, carnagione biancastra (strano...) e con gli occhi scuri.
Antonio la guarda per qualche secondo e poi esclama: "Sei ferita ?"
Laura: "No sto bene"
Antonio tira un sospiro di sollievo e riprende a parlare: "Cosa è successo alla tua macchina ?"
Laura: "Non lo so ad un tratto ha smesso di funzionare e si è fermata"
Antonio: "Andiamo a vedere magari riesco a farla ripartire"
Laura: "No riaccompagnami a casa ho tanto freddo... torno domani mattina a prenderla"
Antonio: "Ok va bene, qual è il tuo indirizzo?"

La ragazza fornisce l'indirizzo e Antonio l'accompagna a casa. Durante il tragitto nessuno dei due dice una parola, c'è una strana atmosfera, Antonio vorrebbe interrompere il silenzio chiedendole qualcosa ma non lo fa. Ad un certo punto la ragazza esclama: "Ecco fermati io abito qui". Antonio gira a destra e grazie alla luce dei fari vede davanti a sé una casa a due piani con il tetto rosso, con un piccolo giardino e una casetta rialzata all'interno di una grossa gabbia a forma di cilindro. Vedendola Antonio subito pensa "si tratta sicuramente di una voliera", dopodiché si volta verso la ragazza e gli chiede ancora una volta se va tutto bene e lei annuisce.
Antonio "ok allora c'è qualcos'altro che posso fare per te ?"
Laura " No va bene così, ti ringrazio per avermi accompagnato a casa"
I due si salutano, Laura scende dalla macchina e si dirige verso casa, nel frattempo Antonio gira l'auto e anche lui si avvia verso casa. Arrivato nell'ampio piazzale che si estende davanti la sua abitazione parcheggia l'auto ma prima di scendere si accorge che Laura ha dimenticato l'ombrello. E Antonio pensa "Beh glielo riporto domani prima di andare a lavoro".
Entra in casa, toglie il giubotto e le scarpe e si lascia cadere sul letto con i vestiti ancora bagnati ed esclama "sono distrutto, che nottata, per poco non la investito", e subito pensa a come sarebbe stata la sua vita se fosse stato accusato di omocidio e finito in carcere. Passano un paio d'ore e scaricata l'adrenalina Antonio si addormenta. Il mattino seguente appena sveglio ripensa all'accaduto per qualche istante e poi va a fare colazione, dopo si prepara e prima di andare a lavoro si dirige verso casa di Laura per riportarle l'ombrello.
Arrivato a casa sua suona al campanello e dalla porta esce una signora, Antonio la saluta alzando la mano e dice "Salve lei è la madre di Laura ?" E la donna con sguardo strano risponde "si".
Antonio: "Ecco sono venuto a portarle l'ombrello che ha dimenticato nella mia macchina, deve sapere che ieri sera la sua macchina si è rotta e quindi le ho dato un passaggio"
La signora rimane in silenzio per qualche istante per poi dire "Guardi mia figlia Laura è morta in un incidente stradale 10 anni fa, è stata investita da un uomo ubriaco, sicuramente ha sbagliato persona"
Antonio sentite queste parole senza rispondere si volta e va via...
Heinrich
Comunque me ne è venuta in mente una raccontabile. I protagonisti sono una ragazza, che chiameremo S ed un ragazzo che chiameremo P. I due sono fidanzati da qualche tempo. La madre di P è morta di tumore anni prima che S e P si conoscessero. Un giorno, mentre S è a casa di P, improvvisamente resta immobile a fissare il vuoto per qualche minuto. Dopo essersi ripresa, racconterà a P di aver visto la madre. Fin qui potrebbe essere una semplice allucinazione ma S aggiunge che la madre di P le ha raccontato una cosa. Cosa che P confermerà essere vera ma che né lui, né il fratello e né il padre le avevano mai raccontato, pur essendone gli unici a conoscenza.
pipigno
Certo le storie di fantasmi molto spesso sono montate o si basano su esperienze false, quella che vi racconto è la mia esperienza di quando avevo 7 anni.
Era una notte d'inverno e aveva nevicato di recente, cosa strana per allora si parla della fine degli anni 80 in Toscana e per giunta a Prato, ricordo che quella notte mi svegliai alle 3:00 circa, i miei dormivano. Non ricordo il perché mi sia svegliato di notte e senza apparente motivo, ma la prima cosa che notai è che delle ombre stavano proiettate sul muro all'esterno della mia camera. Pur essendo piccolo sapevo che la finestra dava sulla strada e che, ancora ricordo i dettagli come se fosse oggi, c'erano dei bei lampioni. Tutto mi fece pensare che fossero persone che passando sotto il lampione proiettavano il riflesso sul muro. Fin qui tutto logico e razionale, ma qualcosa non andò come doveva. Per un istinto malsano volevo avere la certezza di un parere, era tipico del mio carattere rompere i cocones ai miei anche quando dormivano, quindi mi recai in camera loro e svegliai mio padre, dopo avergli spiegato il tutto e assicurandomi che anche lui vedesse quelle ombre si riaddormentò.
Allora mi affacciai alla finestra della camera dei miei genitori, e qui la cosa sfuggì dal mio controllo. Non c'era nessuno per la strada, mi voltai indietro e le ombre continuavano a proiettarsi sul muro come se fossero in fila indiana. Non so perché lo feci, ma una volontà forte mi spinse a toccare il muro, e ragazzi non ci potevo credere, il muro era caldo. Ho i brividi al solo pensiero di questo ricordo di ben 31 anni fa. Ed è tutto vero. Tornai a letto ma non riuscii ad addormentarmi, arrivai alle 7 ed ero ancora sveglio e sudato.
Yurinoa
Samantha è una giovane donna americana. Possiede lunghi capelli biondi e due bellissimi occhi azzurri affetti da una leggera miopia. Ogni giorno prende la metropolitana per andare a lavoro, i suoi turni la costringono a staccare quando ormai è tardi e in giro non c'è molta gente. Nell'ultimo periodo alcuni fatti di cronaca l'avevano un po' scossa: giovani donne bionde erano misteriosamente scomparse senza lasciare alcuna traccia. Per questo si era premunita di uno spray al peperoncino che teneva nella sua borsetta (non si sa mai). Le prime volte non ci fece caso ma, quando attendeva l'arrivo del treno per tornare a casa, nelle vicinanze vi era sempre un uomo che sedeva su alcune casse di legno ammassate in fondo alla banchina. A vederlo aveva l'aspetto di un senzatetto, in mano teneva una ciotola da cui mangiava avidamente quelli che sembravano spaghetti in brodo (non ne era certa a causa della miopia). Samantha non gli dava molta importanza, cercava se possibile di non fissarlo troppo. Un giorno però, mentre attendeva il solito treno, si voltò e vide che l'uomo non c'era, la ciotola poggiata sua una delle casse di legno. All'improvviso qualcuno l'afferrò da dietro, cercando di immobilizzarla. Era proprio l'uomo misterioso. La donna cercò di divincolarsi ma il losco figuro aumentò la presa su di lei. Inaspettatamente cercò addirittura di morderla. Samantha riuscì con molta fatica a spingerlo via, prese lo spray al peperoncino e lo indirizzò contro il volto dell'aggressore, spruzzando due o tre volte. A quel punto l'uomo rinunciò ai suoi propositi e si allontanò barcollando, con la vista offuscata. La donna, ancora scossa dall'accaduto, chiamò immediatamente la polizia col suo cellulare. Nel mentre, nonostante la forte emozione appena provata, pensò di avvicinarsi al punto dove l'uomo era solito sostare. Guardò il contenuto della ciotola e sobbalzò. Quelli che da lontano sembravano dei semplici spaghetti erano in realtà capelli umani, biondi proprio come i suoi.
In un luogo non precisato negli Stati Uniti, il dodicenne Michael viveva in una villa isolata insieme ai suoi genitori. La casa era abbastanza grande, era divisa su due piani e fuori aveva un ampio giardino. Il giovane non sapeva perchè ma da molti anni ormai gli era stato proibito categoricamente di uscire dalla loro proprietà. La recinzione attorno alla casa era alta e impenetrabile, nessuno avrebbe mai potuto fare irruzione. Le giornate trascorrevano lente e monotone, la televisione non funzionava, così come Internet. Il padre di Michael usciva la mattina (curiosamente sempre armato di fucile) per poi rincasare la sera tardi, portando viveri e altri beni di prima necessità. La madre invece pensava alle faccende di casa e, contemporaneamente, si assicurava che Michael restasse sempre nelle vicinanze. Il giovane non aveva molto da fare, o giocava con il pallone fuori in giardino o disegnava qualcosa nella sua cameretta. Non capiva per quale motivo i suoi fossero così rigidi nel vietargli di uscire, non ricordava nemmeno come fosse il mondo là fuori. Una volta chiese a suo padre se poteva andare con lui ma la risposta del genitore fu un secco no. Tentò anche di chiedere spiegazioni a sua madre ma lei si limitò a dirgli che saprà tutto solo al momento opportuno. Un giorno però si presentò l'occasione giusta, sua madre era impegnata a eliminare un grosso nido di vespe e si distrasse quel tanto che bastava da permettere a Michael un tentativo di fuga. Il giovane corse verso il cancello e lo aprì. La donna, una volta sentito il rumore del cancello che si apriva, si precipitò più in fretta possibile pregando il figlio di fermarsi ma Michael era irremovibile, voleva finalmente saziare la sua curiosità e vedere cosa c'era fuori. Corse con tutte le sue forze ignorando le suppliche disperate di sua madre. Quando fu abbastanza lontano si fermò per riprendere fiato e fu proprio allora che li vide. Delle "persone" barcollavano con lo sguardo spento e perso nel vuoto. Avevano un aspetto terrificante, i loro corpi presentavano ferite aperte e brandelli di pelle penzolanti: Erano degli zombie. Le creature, notata la presenza del giovane, scattarono verso di lui come mossi da un istinto improvviso. Michael, stremato dalla corsa, non riuscì a fuggire e in breve venne accerchiato. Gli zombie lo afferrarono e iniziarono a morderlo con inaudita ferocia, strappandogli via la carne a morsi. La verità che i genitori gli avevano tenuta nascosta, forse per preservare la sua innocenza, era questa: Anni fa un misterioso virus, la cui origine non fu mai chiarita, si era lentamente sparso in tutto il mondo trasformando le persone in famelici zombie. Col passare del tempo la popolazione venne decimata e i pochi superstiti vivevano in piccole zone ritenute sicure oppure isolati nelle loro case a cui era stata montata un'apposita recinzione. Michael, ormai dilaniato dai mostri, prima di morire capì finalmente il perchè dell'atteggiamento iperprotettivo dei suoi genitori: Loro volevano soltanto proteggerlo.
John era un uomo sulla quarantina che viveva in un appartamento situato in una periferia malfamata di New York. Non era sposato e non aveva figli, amava la solitudine ed era di poche parole, anche con i suoi vicini. Poteva sembrare strano per la sua età ma aveva una passione smisurata per le caramelle, soprattutto un tipo in particolare. Erano di vari colori: Blu, verdi, marroni... a volte anche colori più insoliti come il grigio. Non poteva farne a meno, le mangiava in ogni occasione. Purtroppo col tempo diventava sempre più difficile rimediarle, ogni giorno girava per i grandi centri commerciali alla ricerca delle sue agognate caramelle e quando non riusciva a trovarle ci restava male e si faceva un giro nei parchi. Riuscì a fatica a rimediarne un buon numero, si mise comodo e iniziò a gustarle in tutta tranquillità. All'improvviso qualcuno bussò alla sua porta. John rimase immobile proprio mentre estraeva una delle sue caramelle dalla bustina di plastica. "Polizia! Apra immediatamente! urlò una voce fuori la porta. John abbozzò un mezzo sorriso deluso. "Apra o sfondiamo la porta!" Continuò la voce fuori. John non rispose, si limitò a mangiare la caramella appena estratta. La polizia sfondò la porta e fece irruzione. "Metta le mani in alto!". John era girato di spalle, seduto su una sedia da computer con le rotelle. Si girò verso di loro. "Cos'hai in mano?!" disse uno dei poliziotti. "Queste? Sono le mie caramelle" rispose John. Il poliziotto guardò bene il sacchetto di plastica trasparente che l'uomo teneva in mano e quando vide il contenuto rimase terrorizzato. "Su le mani! Ora! Razza di psicopatico!". Sentendosi con le spalle al muro, John lasciò cadere il sacchetto a terra e alzò le mani. "Mettiti in ginocchio!" continuò il poliziotto. A quel punto John non potè fare altro che arrendersi, venne ammanettato e portato via. Gli altri poliziotti iniziarono a perquisire il suo appartamento e a raccogliere le prove. All'interno del sacchetto di plastica c'erano circa 4 o 5 occhi umani. Altri sacchetti furono ritrovati all'interno del frigorifero in cucina. Il modo in cui John li rimediava era sempre lo stesso. Girava per i grandi centri commerciali e prendeva di mira bambini di età compresa dai 2 ai 6 anni. Aspettava che i genitori si distraessero, ne avvicinava uno promettendogli dolci e giocattoli e, in un attimo, lo rapiva. Era incredibile quanto fosse facile far sparire un bambino in un ambiente così pieno di persone. Erano tutti talmente presi da se stessi che non notavano nulla e ai pochi che si insospettivano bastava dirgli semplicemente che era il padre del bambino. Se al centro commerciale le cose non andavano bene, ripiegava al parco, anche quello un terreno di caccia favorevole. Ma evidentemente, l'ultima volta, deve aver commesso una leggerezza e la polizia è riuscita a rintracciarlo. Uno dei poliziotti entrò in bagno e vide uno spettacolo raccapricciante. Nella vasca da bagno vi erano diversi corpi di bambini parzialmente sciolti nell'acido. Il poliziotto trattenne a stento i conati di vomito. A John dispiaceva sprecare tutta quella carne ma gli occhi erano senza dubbio la parte che preferiva.
La famiglia di Richard, un ragazzino di dieci anni, era la la classica famiglia americana, un po' come si vede nei film: Benestante, genitori sempre impegnati... Si trasferivano spesso da una località all'altra, il bambino ci fece presto l'abitudine. Sapeva che non doveva affezionarsi troppo alla casa e alla gente del posto perchè presto avrebbe dovuto dirgli addio. Un elemento però che non sarebbe mai cambiato era Rocky, il suo amato animale domestico. Rocky faceva parte della famiglia da tempo, era già presente quando Richard è nato. Nei momenti di solitudine gli teneva sempre compagnia. Erano da poco arrivati nella loro nuova casa, una villa a due piani con giardino, mansarda e scantinato. Richard avrebbe iniziato presto a frequentare la scuola. Il primo giornò andò tutto sommato bene, riuscì subito a fare amicizia con un compagno di classe, un suo coetaneo di nome Matthew. I due ragazzini chiacchieravano del più e del meno e cercavano di incoraggiarsi a vicenda. Fu così per un po' di tempo, a quel punto Richard decise di invitarlo a casa sua vista la confidenza che si era creata. Matthew accettò con entusiasmo, finita la scuola i due raggiunsero la casa di Richard. I suoi genitori non c'erano, sarebbero arrivati verso sera.
Richard (a Matthew): Mentre aspettiamo il ritorno dei miei genitori ti va di fare un gioco?
Matthew: Certo! Quale?
Richard. Che ne dici di nascondino?
Matthew: Per me va bene!
Richard: Ok, allora io mi nascondo, tu conti fino a 20 e poi mi cerchi, Al turno successivo ci scambiamo.
A quel punto Richard si nascose, Matthew contò fino a venti.
Matthew: Diciannove, venti... Pronto o no, sto arrivando!
Iniziò a cercarlo, prima in cucina, poi in sala da pranzo... Richard sembrava sparito.
Matthew (pensando): Sarà mica andato al piano di sopra?
All'improvviso sentì un rumore provenire dallo scantinato. Matthew si avvicinò e udì un altro rumore. Aprì la porta che conduceva in basso e provò ad accendere la luce ma purtroppo non funzionava. Il ragazzino provò un po' di timore.
Matthew: Richard sei lì? Se sei lì ti ho trovato, esci fuori, non mi va di scendere le scale.
Nessuna risposta. A quel punto si fece coraggio e scese le scale. Era buio, si vedeva appena. Matthew sentì una sorta di respiro affannoso che lo fece rabbrividire. Avanzò nell'oscurità e vide due occhi gialli che lo fissavano. Il bambino rimase immobile. Sentì un ringhiò e subito dopo una misteriosa figura si fece avanti. Sembrava una specie di grosso cane ma la stazza era decisamente troppo grande per essere quella di un semplice cane, aveva una bocca enorme con zanne appuntite da cui colavano rivoli di bava. Matthew sgranò gli occhi terrorizzato ma prima che riuscisse a scappare la creatura gli si fiondò addosso iniziando a morderlo con ferocia. Il bambino non provò nemmeno a difendersi, quell'essere aveva una forza mostruosa. Cadde a terra, con il mostro che velocemente dilaniava il suo corpo.
Matthew (con la voce spezzata): Aiu...to...
Poco dopo sentì un rumore di passi. Era Richard che scendeva la rampa di scale dello scantinato. Matthew ormai non riusciva più a parlare, l'ultima cosa che riuscì a fare fu fissare Richard che gli si avvicinava.
Richard: Mi dispiace Matthew ma il mio adorato Rocky doveva mangiare.
Era una giornata veramente piovosa a Londra, Lucas non aveva nessuna voglia di uscire. Se ne stava al caldo nella sua graziosa casa stile inglese. Viveva solo ma non gli dispiaceva, voleva godersi la vita da scapolo ancora per qualche anno prima di fare il grande passo. All'improvviso sentì suonare il campanello. Si chiese chi potesse essere, non aspettava visite. Andò ad aprire e si ritrovò davanti un'anziana sulla settantina bagnata fradicia a causa della pioggia.
Lucas: Le serve qualcosa?
Anziana: Mi scusi se la disturbo. Mi vergogno un po' a doverglielo chiedere ma non potrebbe gentilmente offrirmi riparo dalla pioggia? Non ho un ombrello con me e sento molto freddo.
Lucas: Non vorrei sembrarle scortese signora ma non mi fido a far entrare sconosciuti in casa mia. Spero non si offenda, non lo faccio solo con lei.
Anziana: Oh la prego, sia buono, sono soltanto una povera vecchietta. Cosa potrei mai farle di male?
Lucas rimase in silenzio.
Anziana: Guardi, ho una torta con me. Se mi offre riparo dalla pioggia la divivderò con lei per ripagarla dell'ospitalità.
Lucas ci pensò un po' su. Ricordava chiaramente che, quando era bambino, una delle prime cose che sua madre gli insegnò era di non fidarsi degli sconosciuti. Ma quella vecchietta sembrava davvero innocua, probabilmente non sarebbe stata in grado di far male a una mosca.
Lucas: E va bene, entri pure.
Anziana: La ringrazio! Lei è davvero gentile.
Lucas la fece entrare. La donna si tolse il cappotto bagnato e Lucas lo sistemò all'entrata.
Lucas: Venga, può sedersi qui in sala da pranzo.
Anziana: Grazie, giovanotto.
Lucas: Oh, non sono più così giovane. Ho trentacinque anni, signora.
Anziana: Davvero? Sembra più giovane.
Lucas apprezzava le lusinghe e questo lo fece rilassare.
Lucas: Vuole che le prepari un tè caldo?
Anziana: Oh, non vorrei disturbare ulteriormente.
Lucas: Si figuri, tanto avevo già intenzione di prepararlo.
Anziana: Allora prenda la mia torta, la mangeremo insieme al tè.
Lucas preparò il tè e la torta. Il dolce aveva un aspetto davvero invitante, era una torta di mele. Ne tagliò due fette e le sistemò in due piattini. Apparecchiò la tavola sistemando le tazzine, la tegliera e le posate. I due si accomodarono seduti uno di fronte l'altro e iniziarono a chiacchierare sorseggiando il tè.
Anziana: Allora caro, non le ho chiesto il suo nome.
Lucas: Mi chiamo Lucas.
Anziana: Oh che bel nome! E cosa fa di preciso?
Lucas: Sono un impiegato.
Anziana: Interessante.
Continuarono così per un po' sino ad arrivare alla torta.
Lucas: Wow, sembra buonissima.
Ne assaggiò un po', prendendone una piccola porzione con la forchettina da dessert. Notò che aveva un sapore deciso, non lo gradiva particolarmente ma decise di mangiarne ancora. Arrivato a metà fetta fu costretto a fermarsi.
Lucas: Devo dire che ha un sapore molto forte... Cosa c'è dentro?
Anziana: Ci ho messo la cannella, caro.
Lucas: Scusi ma, non pensa di avercene messa un po' troppa?
Anziana: Si, serviva a coprire un altro sapore.
Lucas (confuso): Quale sapore?
L'anziana non rispose. Iniziò a frugare nella sua borsa sino a estrarre una specie di fialetta. La aprì e ne bevve il contenuto.
Lucas (confuso): Cos'è?
Anziana: Questa? Solo un antidoto.
Lucas (confuso): Un antidoto?
Anziana: Si, un antidoto. Un antidoto per il veleno che abbiamo appena ingerito.
Lucas sgranò gli occhi, non riusciva a credere alle sue orecchie. Improvvisamente iniziò a sentirsi male, la gola gli bruciava. Si alzò dalla sedia barcollando, la testa iniziava a girargli. Cadde a terra, la sua vita si stava lentamente spegnendo.
Anziana: Sa, aveva ragione prima. Non bisogna fidarsi degli sconosciuti.
In una bella villa situata in campagna viveva James, un ragazzo di diciassette anni, con i genitori, la sorella maggiore Rachel e Francis, un gatto soriano. La casa era stata acquistata una settimana prima a un prezzo stracciato, i genitori di James fiutarono l'occasione e ne approfittarono, dopo tanti anni vissuti in città un po' di tranquillità era quello che ci voleva. La villa era molto vecchia, il pavimento in legno scricchiolava, necessitava senza dubbio di una rinfrescata ma a questo ci avrebbero pensato con calma. James si era sistemato in una delle stanze al piano superiore, accanto a quella della sorella Rachel. Un giorno, mentre pranzavano, notarono Francis fissare intensamente una delle pareti della sala da pranzo.
Padre di James: Che ha il gatto?
Madre di James: Non ne ho idea, caro..,
Francis: Meow...
James: Ehi, Francis, cos'hai?
Il gatto ripetè il miagolio.
Padre di James: Bah! Lasciamolo perdere.
E continuarono a mangiare. Francis rimase a fissare la parete. Il giorno dopo fece la stessa cosa ma con un punto diverso della casa. Fissò intensamente il soffitto della camera da letto di James.
Francis: Meow...
James: Francis, vieni qui.
Il ragazzo prese il gatto in braccio, a quel punto il felino, sentendosi più vicino al soffitto, soffiò contro di esso.
James: Francis, ma si può sapere cos'hai?!
Il gatto si liberò dalla presa e corse via. Rachel lo vide allontanarsi con la coda gonfia.
Rachel: Secondo me quel gatto è un po' scemo, proprio come te, James.
Rise ed entrò nella sua stanza.
James: Zitta, Rachel!
Quella stessa notte, Francis iniziò a miagolare ininterrottamente. I genitori di James si svegliarono.
Padre di James: Dannazione James! Fa stare zitto quel gatto!
Madre di James: Ti prego caro, calmati...
James: D'accordo...
Rachel: Lo dicevo io che quel gatto è scemo.
James prese Francis e lo portò in camera sua.
James: Francis, io proprio non riesco a capire cos'hai...
Francis: Meow...
I due dormirono insieme. Al suo risveglio James notò che Francis era sparito.
James: Francis? Francis!
Scese al piano inferiore e iniziò a cercarlo dappertutto.
James: Mamma! Non riesco a trovare Francis!
Madre di James: Prova a cercarlo fuori...
Il ragazzo uscì e iniziò a chiamarlo a squarciagola ma del gatto nessuna traccia, si era allontanato volontariamente. James continuò le ricerche per ore ma dovette rinunciare. Tornò a casa frustrato.
Padre di James: Meglio così! Quel gatto era un rompiscatole!
Sentite quelle parole, James si arrabbiò e tornò in camera sua senza dire niente.
Scesa la sera continuo a pensare al suo amato gatto.
James: Francis, dove sei andato?
La mattina successiva tutti i membri della famiglia erano morti nei loro letti. Ci volle del tempo prima che qualcuno si accorgesse dell'accaduto. I corpi vennero portati via e sottoposti a un'accurata autopsia. La causa della morte era qualcosa che la scienza non poteva spiegare razionalmente. Ognuno di loro sembrava morto per deperimento fisico, come se la loro energia vitale si fosse esaurita di colpo. Il caso scosse un po' gli animi, secondo alcuni fatti di cronaca la famiglia di James non era la prima ad aver perso la vita all'interno di quella casa. Ma si sa, con il tempo la gente tende a dimenticare e dopo diversi mesi la villa venne rimessa in vendita.
Nella caotica New York viveva Mary, un'imprenditrice sempre indaffarata che dedicava la sua intera esistenza al lavoro. Tutti i giorni, esclusa la Domenica, si recava diligentemente presso la società per cui lavorava dove ricopriva ormai da diversi anni un ruolo di spicco. Era una donna di notevole bellezza, sempre vestita elegante e con i capelli in ordine. Era talmente presa dalle sue mansioni che non aveva minimamente notato (oppure non gli dava importanza) che ogni giorno un uomo sulla trentina la seguiva durante il tragitto casa-lavoro. Lo faceva all'andata e al ritorno, sembrava ossessionato da lei. Il losco figuro non si era mai avvicinato troppo ma alla fine decise di mettere in atto le sue intenzioni: L'avrebbe aggredita e violentata. Il solo pensiero lo faceva eccitare, si sfregava le mani e si leccava le labbra con lussuria. Così un sabato sera aspettò che Mary staccasse da lavoro e si mise a seguirla. La donna non sembrava essersi accorta di essere pedinata ma all'improvviso accelerò il passo. L'uomo fece lo stesso, seguendola sino a un angolo buio dove era certo di averla vista svoltare. Della donna nessuna traccia, sembrava sparita. All'improvviso Mary gli apparve alle spalle, l'uomo si voltò di scatto. "Pensavi non mi fossi accorta di te?" disse lei. L'uomo sembrava intimorito. "Ci divertiamo un po', che ne dici?"continuò. A quel punto l'aspetto della donna mutò facendo posto a sembianze mostruose. Le unghie si trasformarono in artigli e gli arti si allungarono in maniera spropositata. L'altezza raggiunse i due metri e mezzo. L'uomo era terrorizzato, non riuscì nemmeno a fiatare. "Credevi fossi una preda facile? disse infine "Mary" con voce distorta e disumana. Subito dopo affondò gli artigli su di lui, lacerandogli la carne con una facilità impressionante. L'uomo venne smembrato e diviso in più parti. Finito il divertimento, Mary riprese le sue sembianze umane e fece sparire il corpo. L'indomani si recò al lavoro in tutta tranquillità.
Thomas e Karen erano una giovane coppia di fidanzati. Vivevano insieme da qualche anno in una piccola casa in campagna di proprietà dei genitori di lui. Purtroppo il loro rapporto si era incrinato già da diversi mesi, liti e discussioni facevano ormai parte della loro quotidianità. Una sera al culmine dell'ennesima lite Thomas si mise la giacca e disse:
Thomas: Adesso basta, me ne vado!
Karen: E dove pensi di andare?!
Thomas: Vado a fare due passi.
Kare: A quest'ora?! Aspetta, parliamone!
Ma Thomas non gli rispose nemmeno, uscì di casa sbattendo la porta. Karen si abbandonò a un debole pianto. Quanto sarebbe durata ancora questa situazione? Le ore passarono e finalmente Thomas tornò. Karen lo aveva aspettato sveglia per tutto il tempo. L'uomo sembrava tranquillo.
Karen: Per l'amor del cielo Thomas, dove sei stato?
Thomas: Te l'ho detto, a fare due passi. Guarda, ti ho preso una cosa.
E le porse dei fiori raccolti chissà dove. La donna rimase sorpresa.
Karen: Oh...
Thomas: Scusami per prima. Ti prometto che da ora in poi le cose andranno meglio.
I due si abbracciarono.
Karen: Sono felice che tu sia tornato.
Nei giorni successivi Thomas sembrava un'altra persona. Preparava la colazione (non l'aveva mai fatto prima), era sempre sorridente e propenso al dialogo. A Karen non dispiaceva affatto. Uscivano a fare passegiate, anche solo prendere un gelato insieme sembrava la più bella delle cose. Una notte però accadde qualcosa di impensabile. La donna si svegliò e per puro caso vide Thomas, immobile, fissare qualcosa dalla finestra e bisbigliare delle parole incomprensibili. Non gli diede molto peso anche se il fatto l'aveva un po' inquietata. Più il tempo passava e più Karen assisteva a comportamenti inspiegabili. Una volta seguì Thomas e lo osservò mentre mangiava insetti di ogni tipo. Scarafaggi, ragni, vermi... Li prendeva uno a uno, mangiandoli avidamente. La donna si mise una mano alla bocca disgustata. La mattina successiva si fece coraggio e lo affrontò.
Thomas: Buongiorno cara, vuoi che ti prepari la colazione?
Karen: Ti ho visto ieri sera.
Thomas: Non so di cosa tu stai parlando.
Karen: Ti ho visto mentre mangiavi quegli insetti.
L'uomo si fermò.
Karen: E una volta ti ho sentito bisbigliare parole incomprensibili. Si può sapere cosa mi stai nascondendo?
Thomas:...
Karen prese un coltello da cucina e glielo puntò contro mantenendo comunque le distanze.
Karen: Avanti. Parla.
Thomas: Pensi davvero di potermi minacciare con quello?
Karen:...
Thomas: Tranquilla, non devi avere paura. Io faccio parte di una razza aliena. Osserviamo gli umani da molto tempo ma, credimi, non abbiano intenzioni ostili. Vogliamo soltanto studiarvi e capire i vostri comportamenti.
Karen: Perchè?! A cosa vi serve farlo?!
Thomas(?): È soltanto scienza, in fondo anche voi umani studiate il comportamento degli animali a scopo scientifico,no?
Karen: Ma se tu non sei Thomas, dov'è lui ora?
Thomas(?): Si trova su una navicella. Probabilmente uno dei nostri scienziati lo sta ancora esaminando. Ma fidati, non abbiamo intenzione di ucciderlo. Quando avranno finito con lui gli cancelleranno la memoria e lo libereranno.
Karen: E cosa pensi di fare con me?
Thomas(?): Ti ho osservata da vicino, forse non ci crederai ma ho gradito il tempo passato insieme. Non potrei mai farti del male. Se vuoi posso restituirti il tuo fidanzato e cancellare la memoria a entrambi, sarà come se tutto questo non fosse mai accaduto. Non ho raccolto moltissimi dati ma posso tentare di nuovo con un'altra coppia. Che ne dici?
Karen:...
Thomas(?): Rivuoi il tuo fidanzato?
La donna ci pensò su, abbassò il coltello che finora aveva sempre tenuto puntato, guardò la creatura negli occhi e sorrise. L'alieno ricambiò il gesto. Karen lo fissò per un po' e infine disse:
Karen: No. Se vuoi puoi restare.
In fondo il suo "nuovo" fidanzato non era poi così male.
I due coniugi Henry e Claire, sposati ormai da dodici anni, vivevano in una bella villa immersa nel verde lontano dal caos delle città urbane. La lussuosa dimora era situata proprio vicino a un lago, non era raro quindi che facessero delle lunghe passeggiate proprio in prossimità dello specchio d'acqua. Claire era una donna tranquilla ma un po' ingenua, suo marito Henry non gli faceva mancare nulla. Sarebbe sembrato l'uomo ideale se solo non fosse stato per un piccolo difetto: Soffriva di misofobia. I primi sintomi si erano manifestati già durante il periodo dell'adolescenza ma i genitori avevano sempre sottovalutato la cosa. Con il passare degli anni la sua fobia era peggiorata al punto da rifiutare di stare troppo a contatto con degli estranei. Proprio per questo decise di lasciare la città in cui viveva per trasferirsi a vivere in una villa isolata solo con sua moglie. Claire faceva quel che poteva per venire incontro alle esigenze di suo marito ma non sempre era facile soddisfarlo. Henry pretendeva che la casa venisse pulita ogni giorno, fino a qualche mese prima se ne occupava una donna delle pulizie che avevano assunto ma questa venne cacciata via in malo modo. Allora toccò a sua moglie occuparsi di tutto quanto. All'inizio le cose andavano bene ma Henry era sempre più ossessionato. La fissava mentre cucinava, mentre faceva il bucato... Una volta la vide asciugarsi il naso colante con un dito mentre preparava la cena. Non si era accorta di essere osservata, così continuò come se niente fosse. Purtroppo non si era lavata le mani. Qualche giorno dopo invece la donna fece cadere accidentalmente la cesta con i panni puliti a terra. Li raccolse e li sistemò tranquillamente. Alla vista di questi comportamente la rabbia di Henry iniziò a crescere e ad accumularsi al punto da divenire insopportabile. Una sera, mentre cenavano insieme, l'uomo immaginò che il suo pasto fosse pieno di germi, questo gli fece assumere un'espressione disgustata. La moglie gli chiese se fosse tutto ok. Il marito gli rispose che sarebbe andato un attimo in cucina a prendere del vino. In realtà era andato a prendere uno dei suoi vecchi trofei in bronzo. La donna, ignara di cosa sarebbe accaduto di lì a poco, rimase comodamente seduta. Henry la colpì in testa senza pietà. Quel colpo bastò a uccidere la consorte ma lui, in preda a una follia omicida, continuò ad accanirsi su di lei, colpendola più volte fino a fracassargli del tutto il cranio. Il sangue schizzò sul pavimento, imbrattandolo completamente. Una volta calmatosi, l'uomo prese il corpo di Claire, lo avvolse con una coperta e ci legò qualcosa di pesante. Infine decise di sbarazzarsene gettandolo nel lago. Sua moglie non aveva parenti ancora in vita, nessuno l'avrebbe cercata. Tornato a casa, prese candeggina e altri prodotti per la pulizia e ripulì il pavimento con meticolosa precisione. Una volta finito si mise seduto e tirò un sospiro di sollievo. Adesso si che era tutto pulito.
Joshua era seduto sul letto, lo sguardo perso nel vuoto. Un mese prima sua madre era morta in un incidente stradale, fu una morte orribile. Il corpo sembrava irriconoscibile, l'impatto con un'altra macchina aveva deturpato il suo bel viso. Joshua ormai era rimasto solo, non aveva fratelli o sorelle e non aveva un padre. Eppure, nonostante la solitudine, gli sembrava ancora di percepire la presenza di sua madre. Forse era solo un'impressione ma gli capitava spesso. A volte, mentre dormiva, sentiva una mano accarezzargli la guancia ma quando apriva gli occhi non vedeva nessuno. Altre volte invece sentiva una voce chiamarlo "tesoro". Tutto ciò non era possibile, probabilmente la sua mente gli giocava brutti scherzi. Decise così di andare da uno psichiatra, questo si limitò a prescrivergli dei farmaci e gli disse di non preoccuparsi, tutto si sarebbe risolto, doveva solo elaborare il lutto. Prese quei farmaci per circa una settimana senza ottenere alcun risultato. Si sentiva osservato, quella presenza si faceva sempre più reale. Un giorno, mentre osservava la foto di sua madre, finalmente la vide chiaramente. La figura della donna gli apparve davanti come una manifestazione soprannaturale e, lentamente, gli mise le mani sul viso.
Madre: Tesoro.
Joshua: Mamma?
Madre: Figlio mio, smetti di essere triste. Non riuscirò mai a riposare in pace se non ti vedo reagire.
Joshua: Come posso fare, Mamma? Eri tutto per me.
Madre: Devi voltare pagina, tesoro, Ci sono molti motivi per continuare a vivere.
Joshua: Vorrei poter stare di nuovo insieme, come prima.
Joshua non riuscì a trattenere le lacrime. Sua madre era il suo mondo, la sua morte significava la fine di tutto.
Madre:...
Lo spirito gli accarezzò i capelli. Sentiva tutta la sofferenza di suo figlio. A quel punto prese una decisione.
Madre: Vorresti venire con me?
Joshua: Si, ti prego.
Madre: Ne sei proprio sicuro?
Joshua: Si, portami con te.
Lo spirito della donna si sollevò in aria strascinando con se l'anima di suo figlio. I due spiriti si abbracciarono dolcemente e piano piano sparirono.
Il corpo del ragazzo fu trovato da un suo amico solo dopo diversi giorni e sottoposto ad autopsia. La causa della morte non venne mai accertata ma ciò che colpì il medico legale era l'espressione serena sul volto di Joshua.
Per Jason quella giornata soleggiata sembrava come tutte le altre, noiosa e priva di stimoli. Mancavano pochi giorni al suo compleanno, avrebbe compiuto sei anni. Sua madre di sicuro aveva in mente di preparare il suo favoloso "pasticcio di carne" ma a dire il vero a Jason non piaceva. Era un bambino tranquillo per la sua età, amava gli insetti e la natura, ciò che avrebbe voluto di più al mondo era un amico con cui condividere le sue passioni. Proprio quel giorno decise di allontanarsi da casa, aveva bisogno di qualcosa di nuovo, Dopo aver camminato però si rese conto di essere arrivato a una vecchia carrozzeria abbandonata. Un luogo un po' spaventoso per un bambino. Decise di vincere la paura e dare un'occhiata in giro. C'erano ancora alcune auto parzialmente demolite e un piccolo magazzino con la porta danneggiata. Sbirciò all'interno e ciò che vide lo fece sobbalzare. C'era un altro bambino rannicchiato in un angolo! Ma non era come lui, era "diverso". In un primo momento Jason si spaventò ma la curiosità vinse la paura. Provò ad entrare forzando l'entrata. Il bambino si accorse di lui e urlò come in preda al panico. A quel punto Jason gli parlò.
Jason: Tranquillo, non voglio farti del male.
Bambino:...
Jason: Mi chiamo Jason. tu come ti chiami?
Bambino: ...
Jason: Parli la mia lingua?
Il ragazzino esitò un po' ma alla fine rispose.
Bambino: ...Si.
Jason: Come ti chiami?
Bambino: ...Travis.
Jason: Piacere di conoscerti Travis.
Jason entrò all'interno del piccolo magazzino e si avvicinò a Travis. Dopo averlo visto bene notò il suo aspetto "strano", penso addirittura a un alieno! Questa sua diversità in qualche modo lo incuriosiva.
Jason: Sei strano...
Travis: (infastidito) Sei tu a essere strano!
Jason decise di non rispondere, forse sarebbe stato meglio dire qualcosa per farlo sentire più a suo agio.
Jason: Ti va di uscire fuori? Perchè ti trovi qui?
Travis: Mio padre ha detto che non devo uscire per nessun motivo.
Jason: Beh, dev'essere noioso stare qui.
Travis: Già, puoi dirlo forte.
Jason: Possiamo giocare qui fuori se ti va.
Travis: Mio padre potrebbe tornare da un momento all'altro, non vorrei farlo arrabbiare.
Jason: Tranquillo, sarà il nostro segreto.
Superata la diffidenza i due bambini uscirono insieme. Il padre di Travis era via già da parecchio tempo e il ragazzino non sapeva quando sarebbe tornato.
Jason: Giochiamo a nascondino, ti va?
Travis: D'accordo.
I due passarono qualche ora insieme, riuscirono a legare in breve tempo, complice la loro giovane età. Prima del calare della sera, Jason pensò di tornare a casa.
Jason: Ora devo andare, se vuoi torno domani.
Travis: Certo...
Jason: Ciao!
Il ragazzino iniziò ad allontanarsi.
Travis: Scusa Jason.
Jason: Si?
Travis: Non mangio da tanto tempo, non è che potresti portarmi qualcosa da mangiare?
Jason: Certo!
I due si salutarono. Jason era felice di aver trovato un nuovo amico. Il giorno dopo tornò da lui portando con se alcuni biscotti preparati da sua madre. Travis li mangiò tutti in un attimo.
Jason: Cavolo, eri davvero affamato...
Travis: Grazie, Jason.
Jason: Di nulla!
I bambini continuarono a vedersi anche i giorni successivi e in breve tempo divennero amici inseparabili. Jason gli mostrò i suoi appunti sugli insetti e notò con piacere che piacevano anche a Travis. Trascorrevano le giornate parlando e giocando allegramente. Una volta restarono insieme fino al tramonto.
Jason: Sai, non importa se sei diverso. Sei un vero amico.
Travis: Te l'ho già detto, sei tu a essere diverso.
Stavolta non era infastidito, i due potevano dirsi tutto.
Jason: Tuo padre non è ancora tornato?
Travis (preoccupato): No...
Jason: Vedrai che tornerà, nel frattempo ci penso io a tenerti compagnia.
Jason tornò tardi a casa e questo destò una certa preoccupazione alla sua famiglia. Suo padre chiese a suo figlio maggiore di seguirlo per scoprire cosa facesse Jason tutti i giorni. Quando il bambino tornò da Travis non si accorse che suo fratello maggiore lo stava seguendo. E purtroppo venne a sapere della sua nuova amicizia. Il giorno dopo Jason si svegliò di colpo sentendo degli urli al piano inferiore. Scese di corsa e vide suo padre che teneva Travis per un braccio. Lo aveva catturato e portato a casa.
Padre di Jason: Jason! Potresti spiegarmi cosa significa "questo"?
Lanciò Travis a terra.
Jason: (in preda al terrore): È... il mio nuovo amico...
Padre di Jason: Sciocchezze!
Travis (piangendo): Jason, aiutami... ti prego...
Jason: Lasciatelo stare!
Padre di Jason: Portatelo in sala da pranzo.
Il fratello e la sorella di Jason presero Travis con la forza, lo portarono in sala da pranzo e lo misero sul tavolo. Poco dopo arrivò anche la madre di Jason.
Madre di Jason: Mi hai proprio delusa giovanotto!
Jason: Vi prego... è mio amico...
Padre di Jason: Gli esseri umani non sono nostri amici.
Fratello di Jason: Possiamo mangiarlo, Papà?
Padre di Jason: Certamente.
Il fratello di Jason afferrò Travis con le sua quattro braccia e iniziò a smembrarlo con ferocia.
Sorella di Jason: Ehi, dammene un pezzo!
La ragazza afferrò un braccio amputato e prese a divorarlo con la sua bocca dotata di denti aguzzi. Nel mentre i tre occhi di Jason piangevano, aveva perso il suo migliore amico...
Madre di Jason (ai figli): Mi raccomando mangiate tutto. Lo sapete che degli esseri umani non si butta via niente.
Quante volte l'umanità si è posta dubbi di ogni genere? Da dove veniamo? Perchè esistiamo? Qual è il nostro scopo? Nel corso degli anni le persone hanno sempre cercato la verità. E se fosse possibile rispondere a quei quesiti? Daniel, un poliziotto americano, non avrebbe mai potuto immaginare che quel giorno avrebbe avuto la risposta a tutte quelle domande. Dinanzi a lui si palesarono due misteriose figure avvolte da una luce accecante. Avevano il corpo sottile e allungato, sembravano creature aliene. Daniel li fissò incredulo, incapace di parlare.
Creatura 1: Giovane umano, non aver paura di noi. Ti abbiamo osservato per molto tempo e sappiamo cosa cerchi: La verità.
Creatura 2: Noi esistiamo fin dall'alba dei tempi. Abbiamo visto l'umanità nascere, crescere ed evolversi. La vostra curiosità vi ha permesso di scoprire sempre cose nuove ma sappiamo che vi sentite "incompleti".
Creatura 1: Se è la verità che cerchi, noi possiamo dartela a patto che tu sia davvero pronto.
Daniel:...
Il poliziotto rimase in silenzio. Poteva fidarsi di quelle creature? La curiosità era tanta ma qualcosa nel profondo gli diceva che era meglio non sapere.
Daniel: Io...
Creatura 1: Tranquillo, vogliamo soltanto condividere il nostro sapere.
Creatura 2: Con la consapevolezza potrai migliorare ed esplorare nuovi orizzonti. La conoscenza è ciò che vi ha fatto andare avanti nei secoli.
Daniel:Si, vorrei che rispondeste a tutti i miei dubbi.
Creatura 1: Bene.
Gli occhi delle due creature iniziarono a brillare di luce intensa. Poco a poco trasmisero le risposte utilizzando la telepatia. Una volta conclusa l'operazione rimasero nel silenzio totale.
Creatura 1: Allora? Che ne pensi? Era davvero ciò che volevi?
Daniel non rispose. Subito dopo tirò fuori la pistola e si sparò un colpo alla testa. Il corpo cadde a terra privo di vita.
Creatura 1: Anche questo soggetto si è rivelato un fallimento.
Creatura 2: Vogliono sapere la verità ma quando la scoprono non sono in grado di sopportarla.
Creatura 1: Forse ciò che permette agli umani di andare avanti non è la conoscenza ma l'ignoranza.
Creatura 2: Comunica che il soggetto 6284 è deceduto. Sarà meglio farlo sparire.
Una delle due creature azionò un dispositivo e il cadavere di Daniel sparì in un attimo. Il dispositivo lo teletrasportò in un' area segreta di origine aliena e lo lasciò cadere. Il corpo si ritrovò in cima a una pila di cadaveri.
 
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afullo

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Non so quanto possa essere buono a scriverle, ma ricordo di averne lette di interessanti. Ce ne sono anche di verosimili contestualizzate storicamente: al volo me ne viene in mente una, ambientata durante l'occupazione giapponese della Cina (ma prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, tra il 1937 e il 1939 insomma), in cui i nipponici per intimidire i giornalisti stranieri (a cui non era conveniente negare tout court l'accesso, perché con le nazioni occidentali in quel momento non c'era nulla) si lasciavano andare ad atrocità macabre sui civili cinesi anche davanti ad essi (si parlava di una testa tagliata che finiva per rotolare sui piedi di uno di loro). Plausibilmente i dettagli erano stati esagerati, ma effettivamente ai tempi l'Impero voleva proprio mostrare di non avere paura di nessuno...
 

MattewMatt96

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In questo Topic possiamo postare le nostre Creepypasta. Per chi non lo sapesse una Creepyspasta è un breve racconto Horror, possono essere opere del tutto originali oppure ispirate a leggende metropolitane o fenomeni di Internet (come Slenderman).

Le storie devono essere scritte da noi, è possibile commentarle, dare consigli, ecc... In via del tutto eccezionale è possibile postare Creepypasta provenienti da altri lidi a patto che venga citata la fonte e/o il nome dell'autore.

Che dire, spero ci sia un po' di partecipazione da parte dell'utenza, non è necessario scrivere molto bastano anche 4 o 5 righe di testo :sisi:

In questo post di apertura do il via postando una mia storia come esempio.

Spaghetti?
Samantha è una giovane donna americana. Possiede lunghi capelli biondi e due bellissimi occhi azzurri affetti da una leggera miopia. Ogni giorno prende la metropolitana per andare a lavoro, i suoi turni la costringono a staccare quando ormai è tardi e in giro non c'è molta gente. Nell'ultimo periodo alcuni fatti di cronaca l'avevano un po' scossa: giovani donne bionde erano misteriosamente scomparse senza lasciare alcuna traccia. Per questo si era premunita di uno spray al peperoncino che teneva nella sua borsetta (non si sa mai). Le prime volte non ci fece caso ma, quando attendeva l'arrivo del treno, nelle vicinanze vi era sempre un uomo che sedeva su alcune casse di legno. A vederlo aveva l'aspetto di un senzatetto, in mano teneva una ciotola da cui mangiava avidamente quelli che sembravano spaghetti in brodo (non ne era certa a causa della miopia). Samantha non gli dava molta importanza, cercava se possibile di non fissarlo troppo. Un giorno però, mentre attendeva il solito treno, si voltò e vide che l'uomo non c'era, la ciotola poggiata sua una delle casse di legno. All'improssivo qualcuno l'afferrò da dietro, cercando di immobilizzarla. Era proprio l'uomo misterioso. La donna cercò di divincolarsi ma il losco figuro aumentò la presa su di lei. Inaspettatamente cercò addirittura di morderla. Samantha a quel punto riuscì con molta fatica a spingerlo via, prese lo spray al peperoncino e lo indirizzò contro il volto dell'aggressore, spruzzando due o tre volte. A quel punto l'uomo rinunciò ai suoi propositi e si allontanò barcollando, con la vista offuscata. La donna, ancora scossa dall'accaduto, chiamò immediatamente la polizia. Nel mentre, nonostante la forte emozione appena provata, pensò di avvicinarsi al posto dove l'uomo era solito sostare. Guardò il contenuto della ciotola e sobbalzò. Quelli che da lontano sembravano dei semplici spaghetti erano in realtà capelli umani, biondi proprio come i suoi.
Cito alcuni utenti :unsisi:

Darthen MattewMatt96 pipigno Julie
La storia di per se non è male, se posso giusto dare un consiglio spenderei qualche parola in più per descrivere l'ambiente circostante, per quanto all'inizio del racconto evidenzi il fatto che ci sia poca gente, nel momento in cui lei viene aggredita si perde un po' di vista come fatto. Descrivendo prima che succeda l'ambiente, evidenziando magari come sia degradato e desolato, secondo me aumenteresti nel lettore la sensazione di pericolo. Detto questo appena mi viene in mente qualcosa proverò a scrivere anche io, intanto si possono anche postare creepypasta più famose per discuterne assieme ?
 

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La storia di per se non è male, se posso giusto dare un consiglio spenderei qualche parola in più per descrivere l'ambiente circostante, per quanto all'inizio del racconto evidenzi il fatto che ci sia poca gente, nel momento in cui lei viene aggredita si perde un po' di vista come fatto. Descrivendo prima che succeda l'ambiente, evidenziando magari come sia degradato e desolato, secondo me aumenteresti nel lettore la sensazione di pericolo. Detto questo appena mi viene in mente qualcosa proverò a scrivere anche io, intanto si possono anche postare creepypasta più famose per discuterne assieme ?
Il luogo in cui si svolge la Creepypasta è una metropolitana americana di quelle che si vedono negli Horror (che spesso, per esigenze di trama, a una certa ora sono quasi sempre desolate).

Non l'ho voluta descrivere troppo perchè mi sembrava superfluo farlo :hmm:

Posso anche aggiungerlo qualche piccolo dettaglio, comunque ;)

Provvedo subito.

In poco tempo ne preparerò un'altra. Senza che io vi citi passate da soli quando ne avete voglia :unsisi:

Grazie a entrambi per aver postato :sisi:

Aggiornamento: Ho modificato il testo, adesso dovrebbe essere più chiaro.
 
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Il luogo in cui si svolge la Creepypasta è una metropolitana americana di quelle che si vedono negli Horror (che spesso, per esigenze di trama, a una certa ora sono quasi sempre desolate).

Non l'ho voluta descrivere troppo perchè mi sembrava superfluo farlo :hmm:

Posso anche aggiungerlo qualche piccolo dettaglio, comunque ;)

Provvedo subito.

In poco tempo ne preparerò un'altra. Senza che io vi citi passate da soli quando ne avete voglia :unsisi:

Grazie a entrambi per aver postato :sisi:

Aggiornamento: Ho modificato il testo, adesso dovrebbe essere più chiaro.
Si ovviamente si parla di gusti personali, io stesso non amo quando i racconti iniziano ad essere troppo dettagliati, perché preferisco lasciare spazio all'immaginazione. Però quando si tratta di atmosfere horror, penso che la descrizione dell'ambiente riesca a trasmettere nel lettore un senso di angoscia. Comunque rileggendolo adesso mi ha colpito di più, forse per l'ora leggermente più tarda ? Comunque aspetto con ansia nuove storie ?
 

Darthen

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Non sono bravissimo a raccontare le storie (soprattutto a scriverle), ma vi posso tranquillamente dire che mi sono appassionato un botto alla trama che vi è dietro alla modalità zombi di Call of Duty (iniziata con World at War). A chi gioca velocemente sembra una normalissima modalità orda, ma se ci si concentra bene sui dettagli delle mappe e sui log da raccogliere, si scopre una storia veramente estesa ed intrigante.
 

MattewMatt96

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Non sono bravissimo a raccontare le storie (soprattutto a scriverle), ma vi posso tranquillamente dire che mi sono appassionato un botto alla trama che vi è dietro alla modalità zombi di Call of Duty (iniziata con World at War). A chi gioca velocemente sembra una normalissima modalità orda, ma se ci si concentra bene sui dettagli delle mappe e sui log da raccogliere, si scopre una storia veramente estesa ed intrigante.
Magari puoi postare qualche dettaglio su questa modalità, a me piacciono moltissimo queste cose e mi farebbe piacere scoprirle ?
 

Julie

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Grazie per avermi citato, non sono molto brava a scriverle storie ma se mi viene in mente qualcosa lo posterò, intanto mi leggo le vostre :morris2:
 

Darthen

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Per il momento vi lascio questo video riassuntivo di 10 minuti; non sono molti gli appassionati di questa modalità, ed un po’ mi dispiace, perché come detto, ha una trama degna di un romanzo :asd:

 

Yurinoa

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Ecco una nuova Creepypasta :sisi:

Recluso

In un luogo non precisato negli Stati Uniti, il dodicenne Michael viveva in una villa isolata insieme ai suoi genitori. La casa era abbastanza grande, era divisa su due piani e fuori aveva un ampio giardino. Il giovane non sapeva perchè ma da molti anni ormai gli era stato proibito categoricamente di uscire dalla loro proprietà. La recinzione attorno alla casa era alta e impenetrabile, nessuno avrebbe mai potuto fare irruzione. Le giornate trascorrevano lente e monotone, la televisione non funzionava, così come Internet. Il padre di Michael usciva la mattina (curiosamente sempre armato di fucile) per poi rincasare la sera tardi, portando viveri e altri beni di prima necessità. La madre invece pensava alle faccende di casa e, contemporaneamente, si assicurava che Michael restasse sempre nelle vicinanze. Il giovane non aveva molto da fare, o giocava con il pallone fuori in giardino o disegnava qualcosa nella sua cameretta. Non capiva per quale motivo i suoi fossero così rigidi nel vietargli di uscire, non ricordava nemmeno come fosse il mondo là fuori. Una volta chiese a suo padre se poteva andare con lui ma la risposta del genitore fu un secco no. Tentò anche di chiedere spiegazioni a sua madre ma lei si limitò a dirgli che saprà tutto solo al momento opportuno. Un giorno però si presentò l'occasione giusta, sua madre era impegnata a eliminare un grosso nido di vespe e si distrasse quel tanto che bastava da permettere a Michael un tentativo di fuga. Il giovane corse verso il cancello e lo aprì. La donna, una volta sentito il rumore del cancello che si apriva, si precipitò più in fretta possibile pregando il figlio di fermarsi ma Michael era irremovibile, voleva finalmente saziare la sua curiosità e vedere cosa c'era fuori. Corse con tutte le sue forze ignorando le suppliche disperate di sua madre. Quando fu abbastanza lontano si fermò per riprendere fiato e fu proprio allora che li vide. Delle "persone" barcollavano con lo sguardo spento e perso nel vuoto. Avevano un aspetto terrificante, i loro corpi presentavano ferite aperte e brandelli di pelle penzolanti: Erano degli zombie. Le creature, notata la presenza del giovane, scattarono verso di lui come mossi da un istinto improvviso. Michael, stremato dalla corsa, non riuscì a fuggire e in breve venne accerchiato. Gli zombie lo afferrarono e iniziarono a morderlo con inaudita ferocia, strappandogli via la carne a morsi. La verità che i genitori gli avevano tenuta nascosta, forse per preservare la sua innocenza, era questa: Anni fa un misterioso virus, la cui origine non fu mai chiarita, si era lentamente sparso in tutto il mondo trasformando le persone in famelici zombie. Col passare del tempo la popolazione venne decimata e i pochi superstiti vivevano in piccole zone ritenute sicure oppure isolati nelle loro case a cui era stata montata un'apposita recinzione. Michael, ormai dilaniato dai mostri, prima di morire capì finalmente il perchè dell'atteggiamento iperprotettivo dei suoi genitori: Loro volevano soltanto proteggerlo.
 

MattewMatt96

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Ecco una nuova Creepypasta :sisi:

Recluso

In un luogo non precisato negli Stati Uniti, il dodicenne Michael viveva in una villa isolata insieme ai suoi genitori. La casa era abbastanza grande, era divisa su due piani e fuori aveva un ampio giardino. Il giovane non sapeva perchè ma da molti anni ormai gli era stato proibito categoricamente di uscire dalla loro proprietà. La recinzione attorno alla casa era alta e impenetrabile, nessuno avrebbe mai potuto fare irruzione. Le giornate trascorrevano lente e monotone, la televisione non funzionava, così come Internet. Il padre di Michael usciva la mattina (curiosamente sempre armato di fucile) per poi rincasare la sera tardi, portando viveri e altri beni di prima necessità. La madre invece pensava alle faccende di casa e, contemporaneamente, si assicurava che Michael restasse sempre nelle vicinanze. Il giovane non aveva molto da fare, o giocava con il pallone fuori in giardino o disegnava qualcosa nella sua cameretta. Non capiva per quale motivo i suoi fossero così rigidi nel vietargli di uscire, non ricordava nemmeno come fosse il mondo là fuori. Una volta chiese a suo padre se poteva andare con lui ma la risposta del genitore fu un secco no. Tentò anche di chiedere spiegazioni a sua madre ma lei si limitò a dirgli che saprà tutto solo al momento opportuno. Un giorno però si presentò l'occasione giusta, sua madre era impegnata a eliminare un grosso nido di vespe e si distrasse quel tanto che bastava da permettere a Michael un tentativo di fuga. Il giovane corse verso il cancello e lo aprì. La donna, una volta sentito il rumore del cancello che si apriva, si precipitò più in fretta possibile pregando il figlio di fermarsi ma Michael era irremovibile, voleva finalmente saziare la sua curiosità e vedere cosa c'era fuori. Corse con tutte le sue forze ignorando le suppliche disperate di sua madre. Quando fu abbastanza lontano si fermò per riprendere fiato e fu proprio allora che li vide. Delle "persone" barcollavano con lo sguardo spento e perso nel vuoto. Avevano un aspetto terrificante, i loro corpi presentavano ferite aperte e brandelli di pelle penzolanti: Erano degli zombie. Le creature, notata la presenza del giovane, scattarono verso di lui come mossi da un istinto improvviso. Michael, stremato dalla corsa, non riuscì a fuggire e in breve venne accerchiato. Gli zombie lo afferrarono e iniziarono a morderlo con inaudita ferocia, strappandogli via la carne a morsi. La verità che i genitori gli avevano tenuta nascosta, forse per preservare la sua innocenza, era questa: Anni fa un misterioso virus, la cui origine non fu mai chiarita, si era lentamente sparso in tutto il mondo trasformando le persone in famelici zombie. Col passare del tempo la popolazione venne decimata e i pochi superstiti vivevano in piccole zone ritenute sicure oppure isolati nelle loro case a cui era stata montata un'apposita recinzione. Michael, ormai dilaniato dai mostri, prima di morire capì finalmente il perchè dell'atteggiamento iperprotettivo dei suoi genitori: Loro volevano soltanto proteggerlo.
Mi piace molto questo racconto, soprattutto il fatto che i genitori del figlio in un primo momento sembrano quasi i cattivi della storia, tengono chiuso in casa il loro figlio e il padre esce a fare attività che possono sembrare "losche". Scoprire poi che invece facevano tutto solo per proteggerlo mi ha fatto quasi sentire in colpa per aver pensato male di loro ? Tra l'altro immagino la reazione che può avere la famiglia, dopo tutto questo tempo tutto quello che hai fatto per proteggerlo si è rivelato invece la causa della sua morte ?
Post unito automaticamente:

Per il momento vi lascio questo video riassuntivo di 10 minuti; non sono molti gli appassionati di questa modalità, ed un po’ mi dispiace, perché come detto, ha una trama degna di un romanzo :asd:


Sto guardando piano piano tutto il video, ho visto che c'è anche una seconda parte, non pensavo fosse cosi tanta la lore dietro questa modalità ?
 

Yurinoa

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Mi piace molto questo racconto, soprattutto il fatto che i genitori del figlio in un primo momento sembrano quasi i cattivi della storia, tengono chiuso in casa il loro figlio e il padre esce a fare attività che possono sembrare "losche". Scoprire poi che invece facevano tutto solo per proteggerlo mi ha fatto quasi sentire in colpa per aver pensato male di loro ? Tra l'altro immagino la reazione che può avere la famiglia, dopo tutto questo tempo tutto quello che hai fatto per proteggerlo si è rivelato invece la causa della sua morte ?
Grazie per il commento, l'ho apprezzato ;)

Ed ecco una nuova storia :sisi:

Delle Particolari Caramelle

John era un uomo sulla quarantina che viveva in un appartamento situato in una periferia malfamata di New York. Non era sposato e non aveva figli, amava la solitudine ed era di poche parole, anche con i suoi vicini. Poteva sembrare strano per la sua età ma aveva una passione smisurata per le caramelle, soprattutto un tipo in particolare. Erano di vari colori: Blu, verdi, marroni... a volte anche colori più insoliti come il grigio. Non poteva farne a meno, le mangiava in ogni occasione. Purtroppo col tempo diventava sempre più difficile rimediarle, ogni giorno girava per i grandi centri commerciali alla ricerca delle sue agognate caramelle e quando non riusciva a trovarle ci restava male e si faceva un giro nei parchi. Riuscì a fatica a rimediarne un buon numero, si mise comodo e iniziò a gustarle in tutta tranquillità. All'improvviso qualcuno bussò alla sua porta. John rimase immobile proprio mentre estraeva una delle sue caramelle dalla bustina di plastica. "Polizia! Apra immediatamente! urlò una voce fuori la porta. John abbozzò un mezzo sorriso deluso. "Apra o sfondiamo la porta!" Continuò la voce fuori. John non rispose, si limitò a mangiare la caramella appena estratta. La polizia sfondò la porta e fece irruzione. "Metta le mani in alto!". John era girato di spalle, seduto su una sedia da computer con le rotelle. Si girò verso di loro. "Cos'hai in mano?!" disse uno dei poliziotti. "Queste? Sono le mie caramelle" rispose John. Il poliziotto guardò bene il sacchetto di plastica trasparente che l'uomo teneva in mano e quando vide il contenuto rimase terrorizzato. "Su le mani! Ora! Razza di psicopatico!". Sentendosi con le spalle al muro, John lasciò cadere il sacchetto a terra e alzò le mani. "Mettiti in ginocchio!" continuò il poliziotto. A quel punto John non potè fare altro che arrendersi, venne ammanettato e portato via. Gli altri poliziotti iniziarono a perquisire il suo appartamento e a raccogliere le prove. All'interno del sacchetto di plastica c'erano circa 4 o 5 occhi umani. Altri sacchetti furono ritrovati all'interno del frigorifero in cucina. Il modo in cui John li rimediava era sempre lo stesso. Girava per i grandi centri commerciali e prendeva di mira bambini di età compresa dai 2 ai 6 anni. Aspettava che i genitori si distraessero, ne avvicinava uno promettendogli dolci e giocattoli e, in un attimo, lo rapiva. Era incredibile quanto fosse facile far sparire un bambino in un ambiente così pieno di persone. Erano tutti talmente presi da se stessi che non notavano nulla e ai pochi che si insospettivano bastava dirgli semplicemente che era il padre del bambino. Se al centro commerciale le cose non andavano bene, ripiegava al parco, anche quello un terreno di caccia favorevole. Ma evidentemente, l'ultima volta, deve aver commesso una leggerezza e la polizia è riuscita a rintracciarlo. Uno dei poliziotti entrò in bagno e vide uno spettacolo raccapricciante. Nella vasca da bagno vi erano diversi corpi di bambini parzialmente sciolti nell'acido. Il poliziotto trattenne a stento i conati di vomito. A John dispiaceva sprecare tutta quella carne ma gli occhi erano senza dubbio la parte che preferiva.
 

MattewMatt96

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Grazie per il commento, l'ho apprezzato ;)

Ed ecco una nuova storia :sisi:

Delle Particolari Caramelle

John era un uomo sulla quarantina che viveva in un appartamento situato in una periferia malfamata di New York. Non era sposato e non aveva figli, amava la solitudine ed era di poche parole, anche con i suoi vicini. Poteva sembrare strano per la sua età ma aveva una passione smisurata per le caramelle, soprattutto un tipo in particolare. Erano di vari colori: Blu, verdi, marroni... a volte anche colori più insoliti come il grigio. Non poteva farne a meno, le mangiava in ogni occasione. Purtroppo col tempo diventava sempre più difficile rimediarle, ogni giorno girava per i grandi centri commerciali alla ricerca delle sue agognate caramelle e quando non riusciva a trovarle ci restava male e si faceva un giro nei parchi. Riuscì a fatica a rimediarne un buon numero, si mise comodo e iniziò a gustarle in tutta tranquillità. All'improvviso qualcuno bussò alla sua porta. John rimase immobile proprio mentre estraeva una delle sue caramelle dalla bustina di plastica. "Polizia! Apra immediatamente! urlò una voce fuori la porta. John abbozzò un mezzo sorriso deluso. "Apra o sfondiamo la porta!" Continuò la voce fuori. John non rispose, si limitò a mangiare la caramella appena estratta. La polizia sfondò la porta e fece irruzione. "Metta le mani in alto!". John era girato di spalle, seduto su una sedia da computer con le rotelle. Si girò verso di loro. "Cos'hai in mano?!" disse uno dei poliziotti. "Queste? Sono le mie caramelle" rispose John. Il poliziotto guardò bene il sacchetto di plastica trasparente che l'uomo teneva in mano e quando vide il contenuto rimase terrorizzato. "Su le mani! Ora! Razza di psicopatico!". Sentendosi con le spalle al muro, John lasciò cadere il sacchetto a terra e alzò le mani. "Mettiti in ginocchio!" continuò il poliziotto. A quel punto John non potè fare altro che arrendersi, venne ammanettato e portato via. Gli altri poliziotti iniziarono a perquisire il suo appartamento e a raccogliere le prove. All'interno del sacchetto di plastica c'erano circa 4 o 5 occhi umani. Altri sacchetti furono ritrovati all'interno del frigorifero in cucina. Il modo in cui John li rimediava era sempre lo stesso. Girava per i grandi centri commerciali e prendeva di mira bambini di età compresa dai 2 ai 6 anni. Aspettava che i genitori si distraessero, ne avvicinava uno promettendogli dolci e giocattoli e, in un attimo, lo rapiva. Era incredibile quanto fosse facile far sparire un bambino in un ambiente così pieno di persone. Erano tutti talmente presi da se stessi che non notavano nulla e ai pochi che si insospettivano bastava dirgli semplicemente che era il padre del bambino. Se al centro commerciale le cose non andavano bene, ripiegava al parco, anche quello un terreno di caccia favorevole. Ma evidentemente, l'ultima volta, deve aver commesso una leggerezza e la polizia è riuscita a rintracciarlo. Uno dei poliziotti entrò in bagno e vide uno spettacolo raccapricciante. Nella vasca da bagno vi erano diversi corpi di bambini parzialmente sciolti nell'acido. Il poliziotto trattenne a stento i conati di vomito. A John dispiaceva sprecare tutta quella carne ma gli occhi erano senza dubbio la parte che preferiva.
Molto bella anche questa storia, complimenti ?
 

pipigno

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Creepypasta ne conoscevo due, anzi più che altro sono una mia esperienza personale, molto intima. Che faccio le racconto??? Una più che altro è una cosa strana, l'altra più attinente al topic. Aspetto pareri.
 

MattewMatt96

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Creepypasta ne conoscevo due, anzi più che altro sono una mia esperienza personale, molto intima. Che faccio le racconto??? Una più che altro è una cosa strana, l'altra più attinente al topic. Aspetto pareri.
Vai, sono curioso ?
 

pipigno

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Strane apparizioni sul muro di casa


Certo le storie di fantasmi molto spesso sono montate o si basano su esperienze false, quella che vi racconto è la mia esperienza di quando avevo 7 anni.
Era una notte d'inverno e aveva nevicato di recente, cosa strana per allora si parla della fine degli anni 80 in Toscana e per giunta a Prato, ricordo che quella notte mi svegliai alle 3:00 circa, i miei dormivano. Non ricordo il perché mi sia svegliato di notte e senza apparente motivo, ma la prima cosa che notai è che delle ombre stavano proiettate sul muro all'esterno della mia camera. Pur essendo piccolo sapevo che la finestra dava sulla strada e che, ancora ricordo i dettagli come se fosse oggi, c'erano dei bei lampioni. Tutto mi fece pensare che fossero persone che passando sotto il lampione proiettavano il riflesso sul muro. Fin qui tutto logico e razionale, ma qualcosa non andò come doveva. Per un istinto malsano volevo avere la certezza di un parere, era tipico del mio carattere rompere i cocones ai miei anche quando dormivano, quindi mi recai in camera loro e svegliai mio padre, dopo avergli spiegato il tutto e assicurandomi che anche lui vedesse quelle ombre si riaddormentò.
Allora mi affacciai alla finestra della camera dei miei genitori, e qui la cosa sfuggì dal mio controllo. Non c'era nessuno per la strada, mi voltai indietro e le ombre continuavano a proiettarsi sul muro come se fossero in fila indiana. Non so perché lo feci, ma una volontà forte mi spinse a toccare il muro, e ragazzi non ci potevo credere, il muro era caldo. Ho i brividi al solo pensiero di questo ricordo di ben 31 anni fa. Ed è tutto vero. Tornai a letto ma non riuscii ad addormentarmi, arrivai alle 7 ed ero ancora sveglio e sudato.
 
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Letta :sisi:

Il fatto di essere un'esperienza personale rende il racconto decisamente più inquietante :dsax:

Se vuoi puoi raccontare anche l'altra storia :unsisi:

Tutti i contributi al Topic sono ben accetti.

Ragazzi, vorrei chiedervi un favore... Se vi va, dopo aver letto una Creepypasta, potreste lasciare una reazione "Letto!" come ho fatto io con la storia di pipigno?

Non ci sono obblighi ovviamente, è tutto a vostra completa discrezione ;)
 
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Strane apparizioni sul muro di casa


Certo le storie di fantasmi molto spesso sono montate o si basano su esperienze false, quella che vi racconto è la mia esperienza di quando avevo 7 anni.
Era una notte d'inverno e aveva nevicato di recente, cosa strana per allora si parla della fine degli anni 80 in Toscana e per giunta a Prato, ricordo che quella notte mi svegliai alle 3:00 circa, i miei dormivano. Non ricordo il perché mi sia svegliato di notte e senza apparente motivo, ma la prima cosa che notai è che delle ombre stavano proiettate sul muro all'esterno della mia camera. Pur essendo piccolo sapevo che la finestra dava sulla strada e che, ancora ricordo i dettagli come se fosse oggi, c'erano dei bei lampioni. Tutto mi fece pensare che fossero persone che passando sotto il lampione proiettavano il riflesso sul muro. Fin qui tutto logico e razionale, ma qualcosa non andò come doveva. Per un istinto malsano volevo avere la certezza di un parere, era tipico del mio carattere rompere i cocones ai miei anche quando dormivano, quindi mi recai in camera loro e svegliai mio padre, dopo avergli spiegato il tutto e assicurandomi che anche lui vedesse quelle ombre si riaddormentò.
Allora mi affacciai alla finestra della camera dei miei genitori, e qui la cosa sfuggì dal mio controllo. Non c'era nessuno per la strada, mi voltai indietro e le ombre continuavano a proiettarsi sul muro come se fossero in fila indiana. Non so perché lo feci, ma una volontà forte mi spinse a toccare il muro, e ragazzi non ci potevo credere, il muro era caldo. Ho i brividi al solo pensiero di questo ricordo di ben 31 anni fa. Ed è tutto vero. Tornai a letto ma non riuscii ad addormentarmi, arrivai alle 7 ed ero ancora sveglio e sudato.
No va be, io avrei chiesto ai miei genitori di cambiare città ?
 

Yurinoa

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Animale Domestico

La famiglia di Richard, un ragazzino di dieci anni, era la la classica famiglia americana, un po' come si vede nei film: Benestante, genitori sempre impegnati... Si trasferivano spesso da una località all'altra, il bambino ci fece presto l'abitudine. Sapeva che non doveva affezionarsi troppo alla casa e alla gente del posto perchè presto avrebbe dovuto dirgli addio. Un elemento però che non sarebbe mai cambiato era Rocky, il suo amato animale domestico. Rocky faceva parte della famiglia da tempo, era già presente quando Richard è nato. Nei momenti di solitudine gli teneva sempre compagnia. Erano da poco arrivati nella loro nuova casa, una villa a due piani con giardino, mansarda e scantinato. Richard avrebbe iniziato presto a frequentare la scuola. Il primo giornò andò tutto sommato bene, riuscì subito a fare amicizia con un compagno di classe, un suo coetaneo di nome Matthew. I due ragazzini chiacchieravano del più e del meno e cercavano di incoraggiarsi a vicenda. Fu così per un po' di tempo, a quel punto Richard decise di invitarlo a casa sua vista la confidenza che si era creata. Matthew accettò con entusiasmo, finita la scuola i due raggiunsero la casa di Richard. I suoi genitori non c'erano, sarebbero arrivati verso sera.
Richard (a Matthew): Mentre aspettiamo il ritorno dei miei genitori ti va di fare un gioco?
Matthew: Certo! Quale?
Richard. Che ne dici di nascondino?
Matthew: Per me va bene!
Richard: Ok, allora io mi nascondo, tu conti fino a 20 e poi mi cerchi, Al turno successivo ci scambiamo.
A quel punto Richard si nascose, Matthew contò fino a venti.
Matthew: Diciannove, venti... Pronto o no, sto arrivando!
Iniziò a cercarlo, prima in cucina, poi in sala da pranzo... Richard sembrava sparito.
Matthew (pensando): Sarà mica andato al piano di sopra?
All'improvviso sentì un rumore provenire dallo scantinato. Matthew si avvicinò e udì un altro rumore. Aprì la porta che conduceva in basso e provò ad accendere la luce ma purtroppo non funzionava. Il ragazzino provò un po' di timore.
Matthew: Richard sei lì? Se sei lì ti ho trovato, esci fuori, non mi va di scendere le scale.
Nessuna risposta. A quel punto si fece coraggio e scese le scale. Era buio, si vedeva appena. Matthew sentì una sorta di respiro affannoso che lo fece rabbrividire. Avanzò nell'oscurità e vide due occhi gialli che lo fissavano. Il bambino rimase immobile. Sentì un ringhiò e subito dopo una misteriosa figura si fece avanti. Sembrava una specie di grosso cane ma la stazza era decisamente troppo grande per essere quella di un semplice cane, aveva una bocca enorme con zanne appuntite da cui colavano rivoli di bava. Matthew sgranò gli occhi terrorizzato ma prima che riuscisse a scappare la creatura gli si fiondò addosso iniziando a morderlo con ferocia. Il bambino non provò nemmeno a difendersi, quell'essere aveva una forza mostruosa. Cadde a terra, con il mostro che velocemente dilaniava il suo corpo.
Matthew (con la voce spezzata): Aiu...to...
Poco dopo sentì un rumore di passi. Era Richard che scendeva la rampa di scale dello scantinato. Matthew ormai non riusciva più a parlare, l'ultima cosa che riuscì a fare fu fissare Richard che gli si avvicinava.
Richard: Mi dispiace Matthew ma il mio adorato Rocky doveva mangiare.
 

MattewMatt96

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La famiglia di Richard, un ragazzino di dieci anni, era la la classica famiglia americana, un po' come si vede nei film: Benestante, genitori sempre impegnati... Si trasferivano spesso da una località all'altra, il bambino ci fece presto l'abitudine. Sapeva che non doveva affezionarsi troppo alla casa e alla gente del posto perchè presto avrebbe dovuto dirgli addio. Un elemento però che non sarebbe mai cambiato era Rocky, il suo amato animale domestico. Rocky faceva parte della famiglia da tempo, era già presente quando Richard è nato. Nei momenti di solitudine gli teneva sempre compagnia. Erano da poco arrivati nella loro nuova casa, una villa a due piani con giardino, mansarda e scantinato. Richard avrebbe iniziato presto a frequentare la scuola. Il primo giornò andò tutto sommato bene, riuscì subito a fare amicizia con un compagno di classe, un suo coetaneo di nome Matthew. I due ragazzini chiacchieravano del più e del meno e cercavano di incoraggiarsi a vicenda. Fu così per un po' di tempo, a quel punto Richard decise di invitarlo a casa sua vista la confidenza che si era creata. Matthew accettò con entusiasmo, finita la scuola i due raggiunsero la casa di Richard. I suoi genitori non c'erano, sarebbero arrivati verso sera.
Richard (a Matthew): Mentre aspettiamo il ritorno dei miei genitori ti va di fare un gioco?
Matthew: Certo! Quale?
Richard. Che ne dici di nascondino?
Matthew: Per me va bene!
Richard: Ok, allora io mi nascondo, tu conti fino a 20 e poi mi cerchi, Al turno successivo ci scambiamo.
A quel punto Richard si nascose, Matthew contò fino a venti.
Matthew: Diciannove, venti... Pronto o no, sto arrivando!
Iniziò a cercarlo, prima in cucina, poi in sala da pranzo... Richard sembrava sparito.
Matthew (pensando): Sarà mica andato al piano di sopra?
All'improvviso sentì un rumore provenire dallo scantinato. Matthew si avvicinò e udì un altro rumore. Aprì la porta che conduceva in basso e provò ad accendere la luce ma purtroppo non funzionava. Il ragazzino provò un po' di timore.
Matthew: Richard sei lì? Se sei lì ti ho trovato, esci fuori, non mi va di scendere le scale.
Nessuna risposta. A quel punto si fece coraggio e scese le scale. Era buio, si vedeva appena. Matthew sentì una sorta di respiro affannoso che lo fece rabbrividire. Avanzò nell'oscurità e vide due occhi gialli che lo fissavano. Il bambino rimase immobile. Sentì un ringhiò e subito dopo una misteriosa figura si fece avanti. Sembrava una specie di grosso cane ma la stazza era decisamente troppo grande per essere quella di un semplice cane, aveva una bocca enorme con zanne appuntite da cui colavano rivoli di bava. Matthew sgranò gli occhi terrorizzato ma prima che riuscisse a scappare la creatura gli si fiondò addosso iniziando a morderlo con ferocia. Il bambino non provò nemmeno a difendersi, quell'essere aveva una forza mostruosa. Cadde a terra, con il mostro che velocemente dilaniava il suo corpo.
Matthew (con la voce spezzata): Aiu...to...
Poco dopo sentì un rumore di passi. Era Richard che scendeva la rampa di scale dello scantinato. Matthew ormai non riusciva più a parlare, l'ultima cosa che riuscì a fare fu fissare Richard che gli si avvicinava.
Richard: Mi dispiace Matthew ma il mio adorato Rocky doveva mangiare.
Molto bella anche questa storia, non so se perché si tratta di bambini, o per la fiducia riposta da Matthew in Richard, è anche quella che mi ha "inquietato" di più ?
 
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