Inside out – Pete docter, 2015. Cominciavo a rassegnarmi all'idea che il tocco Pixar si fosse perduto irrimediabilmente, e invece eccolo di nuovo. Non sarà un film perfetto, né lo considero fra i capolavori degli Studios: ma lo spirito è quello, e a livello di contenuti arrivo a dire che potrebbe essere il più maturo della filmografia insieme a quel cortometraggio che ha fatto la fortuna di
Up. In effetti
Inside out, andando oltre il soggetto geniale e le sue fisiologiche conseguenze sulla gestione dei personaggi, umani e non, (la struttura di certi dialoghi dà la stessa sensazione delle scelte multiple alla
The witcher o
The walking dead, per intenderci) non è che sia scritto poi così bene: le vicende “all'interno” di Riley seguono un intreccio rigidamente canonico, mentre la rappresentazione della sua vita “all'esterno” è addirittura scheletrica. A una struttura così elementare si aggiunge poi una certa comicità infantile, alcune gag ripetute forse più di quanto meritassero, e una presenza pressoché costante di didascalie. C'è la tendenza a esplicitare ogni passaggio e concetto, tendenza che personalmente trovo molto fastidiosa e che in generale è da considerarsi come segno di una scrittura grossolana. Nel caso di
Inside out, però, questi difetti sono in parte riscattati dalla valenza didattica del film, nella cui ottica le didascalie trovano una propria ragion d'essere. Personalmente avrei preferito una scrittura più sottile, ma se non altro si tratta di una scelta giustificabile. Al di là delle imperfezioni, è difficile lamentarsi di fronte al primo prodotto degno della miglior Pixar da anni: diverte, emoziona, dà da pensare, e soprattutto riempie il cuore. L'unica nota amara viene dalla consapevolezza di aver assistito ad un eccezione, e non al tanto sperato ritorno della vecchia Pixar. Se ne riparlerà fra anni, dopo aver smaltito il ciclo di seguiti che ci attende e che nessuno aveva chiesto.
Una giornata particolare – Ettore Scola, 1977. Seconda visione. Che consapevolezza, e che padronanza del mezzo; scrittura
perfetta e regia di sobria ricercatezza. Ancora non era finita la sequenza del documentario iniziale e già mi ero commosso; ed è impagabile il sottile ma spietato sarcasmo di Mastroianni. Dopo
C'eravamo tanto amati Scola torna ad immergersi nella Storia del nostro Paese, con lo stesso inguaribile amore e la stessa disillusa amarezza. Film imprescindibile.
Death force – Cirio H. Santiago, 1978. Il primo impatto è favoloso: bassa definizione, celluloide deliziosamente danneggiata e traccia audio infallibilmente gracchiante sugli alti. Procedendo con la visione, uno dopo l'altro fanno la comparsa tutti gli elementi caratteristici dei più memorabili B-movie: recitazione amatoriale; effetti speciali plasticosi; il peggior montaggio che abbia mai visto; un'agglomerato di stereotipi e cliché come sceneggiatura; e una fotografia completamente sballata se non fosse per un certo numero di inquadrature sorprendentemente buone. (Il che mi ha messo ancora più dubbi su quanto la cosa fosse voluta, ma la magia sta anche in questo.) Che dire poi della trama: datemi la più classica storia di vendetta, condita da addestramenti Samurai e guerre tra mafie – qualcuno ha detto Kill Bill? – e mi avrete reso il bambino più felice sulla Terra. Da segnalare infine una bellissima Jayne Kennedy, protagonista di una scena che ha poco da invidiare allo Slow Club di Isabella Rossellini. (Perché sì, c'è anche una scena di canto; che introduce la vena drammatica del film, perché c'è anche quella; alla cui base c'è una storia d'amore, perché chiaramente non poteva mancare.) L'unico difetto del film – o meglio, l'unico che non lo renda migliore – è legato ai tempi: quasi due ore di durata sono tante per un film del genere, e in questo caso addirittura troppe, dato che la seconda metà presenta diverse scene ridondanti e che le maldestre scene d'azione finiscono per stancare. Con venti minuti di meno sarebbe stato il guilty pleasure perfetto: un vero peccato, ma è comunque una visione che porterò nel cuore, nel suo piccolo.
Riprendo questo commento per dire che a quanto pare non ho citato
Kill Bill a sproposito: effettivamente Tarantino ha riconosciuto questo tale Santiago come una delle sue fonti di ispirazione, e pare che alcuni personaggi di
Kill Bill siano proprio basati su questo
Death force (noto anche come
Fighting mad – cioè, manco un titolo hanno saputo scegliere, come si fa a non amarlo). Fra l'altro post visione ha continuato a crescermi, sarà che col passare dei giorni dimentichi le scene noiose e ti ricordi solo quanti generi contraddittori sono riusciti a stipare in un film così minuscolo e improbabile.