Riassuntone delle ultime settimane.
Vivre sa vie | Jean-Luc Godard, 1962. La nouvelle vague che mi piace, pretenziosa sì ma riuscita. Scorre leggero ma sa incidere profondamente. Anna Karina è stupenda e la perfetta fotografia in bianco e nero è all'altezza di lei.
P.S.: Ancora per qualche giorno si trova in streaming gratuito
QUI, se volete approfittatene. Fra l'altro ci sono altri bei film disponibili, è una piattaforma che farò bene a tener d'occhio.
Upstream color | Shane Carruth, 2013. Un collage di scene vagamente evocative e inconfondibilmente
indie-ish che difficilmente formerebbero un film di senso compiuto. Certamente l'intenzione era anche questa, ma il risultato non mi ha convinto. In ogni caso, ho adorato le scene in cui Amy Seimetz fa cose. E quelle in cui sta ferma.
Liebelei | Max Ophüls, 1933. La più semplice delle storie, narrata con delicatezza e toccante in più passaggi. Il montaggio è molto grezzo e, nella versione da me vista, alla pellicola gioverebbe un serio restauro; ma la bella atmosfera è comunque sempre lì, intatta, ed è questa la cosa più importante.
P.S.: Mi ero dimenticato di dire, ottime le interpretazioni, di una naturalezza impressionante per gli standard stilistici dell'epoca.
Akira | Katsuhiro Ôtomo, 1988. Sono combattuto. Partiamo prima con quello che non mi è piaciuto. Innanzitutto la trama, che inizia tratteggiando un mondo che purtroppo rimane confuso, e che dopo la suggestione iniziale mi ha perso un po' di mordente. (Ed è un peccato, perché intriso di una carica politica di rara potenza e crudezza. Forse si è perso qualcosa nella trasposizione dal manga.) Inoltre non amo questo tipo di atmosfera, nonostante riconosca che abbia segnato un capitolo importante nell'animazione giapponese – questione di gusti, ma nel mio caso non mi ha aiutato a entrare nel film. Soprattutto però non ho sopportato i personaggi, io e loro eravamo continuamente fuori fase. Per dire, muoiono centinaia, migliaia di persone a botta e nessuno batte ciglio; ma poi si fanno le follie più dissennate per personaggi di cui non ti è mai fregato nulla, con motivazioni discutibili e comportamenti improbabili. L'esempio più lampante è la rivalità fra Tetsuo e Kaneda: banale sulla carta, presentata male, sviluppata peggio e soprattutto assurda e ridicola quando la si eleva a movente del bordello apocalittico che si vede su schermo. Chiudo il capitolo personaggi citando il character design
pessimo. (E vabbe' nel mio caso il doppiaggio italiano che suona dannatamente vecchio, ma non è un problema del film.) Cosa resta? L'animazione. Che è una delle cose più esplosive a cui abbia mai assistito, e della quale c'è poco da dire, va
vista. Basta questo a mettere in ombra tutto il resto e innalzare
Akira fra i massimi capolavori della Storia dell'animazione mondiale? Sì.
Quo vado? | Gennaro Nunziante, 2016. Sinceramente gli altri tre non mi erano dispiaciuti, e chi più chi meno qualche bella risata erano riusciti a strapparmela. Ma questo proprio no, banale banale banale. Sarà che la formula ormai ha stancato, è stato divertente finché è durata ma ormai sarebbe l'ora di cambiare. E l'ho trovato pure sfacciatamente retorico e grossolanamente didascalico, che per inciso sono due cose che non sopporto. Mi sono fermato a metà. Speriamo solo che si fermi prima di degenerare nel peggior cinepanettone, non se lo merita.