p a n z e r
Tendo al mio fine
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- 15 Ago 2008
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spotlight di tom mccarthy. tutte le lodi credo siano da rivolgere al lavoro svolto in fase di scrittura, che di per sé non rimane altro. la vicenda è interessante, presentata con chiarezza, e le due ore sono più che densamente occupate. la realizzazione cinematografica però è nulla, standard fino a sfiorare la noia.
slither di james gunn. sostanzialmente idiota ma non totalmente stupido, un buon omaggio ai mille alien invasion della storia del cinema che riesce a non prendersi mai sul serio e a regalare non poche battute memorabili.
umberto d. di vittorio de sica. tanto patetismo e amarezza, una splendida pellicola di un neorealismo già al punto di non ritorno, in un'italia assolutamente indifferente tanto come collettività che come singoli individui.
nazarin di luis bunuel. tanto critico quanto beffardo, mostra la contrapposizione tra i millenari insegnamenti del cristianesimo e la loro corruzione da parte delle istituzioni. gli uomini, nella loro fallibilità o malignità, porteranno padre nazarin a perdere la propria fede e vergognarsi della propria condizione, in un crescendo di desolazione. interessante quindi, ma era lecito aspettarsi da bunuel una maggiore carica visiva, testimoniata solo da un paio di trovate all'inizio del film.
the loved ones di sean byrne. buon torture horror a tratti fortemente grottesco. certo il suo volere essere a tutti i costi sopra le righe non funziona sempre.
the blackcoat's daughter di oz perkins. horror confezionato in modo glaciale e asettico, riuscendo così bene a caricare i (pochi) momenti in cui la violenza effettivamente esplode, e presentando il tutto con una narrazione minimamente rimaneggiata, giusto per non essere troppo lineare e aggiungere un minimo di pepe in più. più che promosso.
repo man di alex cox. completamente folle e anarchico, un cult nel vero senso della parola. sembra sempre sconnesso dalla realtà, come se non appartenesse nemmeno al mondo in cui si muove e sviluppa, eppure lo fa con tale maestria, velocità, stupidità e comicità da funzionare alla grande e travolgere fin da subito. un crescendo di stranezza che esplode in un finale che è, senza mezzi termini, un colpo di genio.
the purge: anarchy di qualcuno. ogni tanto fa quasi bene vedere qualcosa di totalmente orribile, in cui non si salva nulla, giusto per apprezzare poi maggiormente quanto invece c'è di bello in altri film. o almeno è ciò che mi ripeto se ripenso a quell'ora e quaranta che nessuno mi ridarà indietro.
man bites dog di remy belvaux, andre bonzel, benoit poelvoorde. mockumentary che segue da vicino la vita di un serial killer, disposto a mostrare alla telecamera il proprio lavoro, le proprie tecniche, condividendo la propria vita e filosofia. lo stile di ripresa conferisce non poca inquietudine, ma in più occasioni i risvolti saranno più che altro ironici. dopo una prima metà così testimoniale la storia prende una svolta più propriamente narrativa, effettivamente da gangster movie, tra lotte e vendette, e pur non brillando per originalità non gli manca totalmente l'ispirazione.
lodevole il fatto che non si perda mai la corporeità delle persone dietro la cinepresa, che saranno anzi sempre più presenti e coinvolti in prima persona nelle vicende, non solo come spettatori ma anche come complici.
un prodotto abbastanza particolare, merita attenzione.
spellbound di alfred hitchcock. un giallo psicanalitico carico di non poco fascino, in cui tutti gli indizi sono già nella testa dell'unico testimone (un gregory peck decisamente poco a suo agio in un'interpretazione del genere) ma vanno riportati a galla. lo sviluppo è rigoroso ma non imprevedibile, sono disseminate non poche ottime trovate visive, e su tutto svetta la sequenza onirica realizzata insieme a dalì. la bergman catalizza l'attenzione.
slither di james gunn. sostanzialmente idiota ma non totalmente stupido, un buon omaggio ai mille alien invasion della storia del cinema che riesce a non prendersi mai sul serio e a regalare non poche battute memorabili.
umberto d. di vittorio de sica. tanto patetismo e amarezza, una splendida pellicola di un neorealismo già al punto di non ritorno, in un'italia assolutamente indifferente tanto come collettività che come singoli individui.
nazarin di luis bunuel. tanto critico quanto beffardo, mostra la contrapposizione tra i millenari insegnamenti del cristianesimo e la loro corruzione da parte delle istituzioni. gli uomini, nella loro fallibilità o malignità, porteranno padre nazarin a perdere la propria fede e vergognarsi della propria condizione, in un crescendo di desolazione. interessante quindi, ma era lecito aspettarsi da bunuel una maggiore carica visiva, testimoniata solo da un paio di trovate all'inizio del film.
the loved ones di sean byrne. buon torture horror a tratti fortemente grottesco. certo il suo volere essere a tutti i costi sopra le righe non funziona sempre.
the blackcoat's daughter di oz perkins. horror confezionato in modo glaciale e asettico, riuscendo così bene a caricare i (pochi) momenti in cui la violenza effettivamente esplode, e presentando il tutto con una narrazione minimamente rimaneggiata, giusto per non essere troppo lineare e aggiungere un minimo di pepe in più. più che promosso.
repo man di alex cox. completamente folle e anarchico, un cult nel vero senso della parola. sembra sempre sconnesso dalla realtà, come se non appartenesse nemmeno al mondo in cui si muove e sviluppa, eppure lo fa con tale maestria, velocità, stupidità e comicità da funzionare alla grande e travolgere fin da subito. un crescendo di stranezza che esplode in un finale che è, senza mezzi termini, un colpo di genio.
the purge: anarchy di qualcuno. ogni tanto fa quasi bene vedere qualcosa di totalmente orribile, in cui non si salva nulla, giusto per apprezzare poi maggiormente quanto invece c'è di bello in altri film. o almeno è ciò che mi ripeto se ripenso a quell'ora e quaranta che nessuno mi ridarà indietro.
man bites dog di remy belvaux, andre bonzel, benoit poelvoorde. mockumentary che segue da vicino la vita di un serial killer, disposto a mostrare alla telecamera il proprio lavoro, le proprie tecniche, condividendo la propria vita e filosofia. lo stile di ripresa conferisce non poca inquietudine, ma in più occasioni i risvolti saranno più che altro ironici. dopo una prima metà così testimoniale la storia prende una svolta più propriamente narrativa, effettivamente da gangster movie, tra lotte e vendette, e pur non brillando per originalità non gli manca totalmente l'ispirazione.
lodevole il fatto che non si perda mai la corporeità delle persone dietro la cinepresa, che saranno anzi sempre più presenti e coinvolti in prima persona nelle vicende, non solo come spettatori ma anche come complici.
un prodotto abbastanza particolare, merita attenzione.
spellbound di alfred hitchcock. un giallo psicanalitico carico di non poco fascino, in cui tutti gli indizi sono già nella testa dell'unico testimone (un gregory peck decisamente poco a suo agio in un'interpretazione del genere) ma vanno riportati a galla. lo sviluppo è rigoroso ma non imprevedibile, sono disseminate non poche ottime trovate visive, e su tutto svetta la sequenza onirica realizzata insieme a dalì. la bergman catalizza l'attenzione.
