Che bello panzer e Togg che commentano, sembra quasi di essere tornati ai bei vecchi tempi. :cry: Mi metto a scrivere anch'io l'ultima infornata dell'anno, va'.
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Eccomi!
Ping pong | Masaaki Yuasa, 2014. Impressionante, parla praticamente solo di ping pong eppure riesce a dire così tanto altro. Tratta di talento e competizione con una lucidità paragonabile forse solo ad un Infinite jest a caso (che per qualche fortunata coincidenza stavo leggendo nello stesso periodo in cui ho seguito la serie), temi che vanno a rappresentare sia la base su cui Ping pong costruisce i propri personaggi, sia i pilastri attorno cui sviluppa le loro storie, sia il collante che lega insieme tutto questo. In quest’ottica assume ancora più valore la sua capacità di cambiare repentinamente, eppure con impressionante naturalezza, la focalizzazione della narrazione: il tavolo da ping pong diventa il crocevia in cui i diversi archi narrativi si intrecciano e diramano, e Yuasa riesce miracolosamente a tenere tanta ricchezza in un equilibrio dinamico delicatissimo, senza sprecare nessuna opportunità narrativa – anzi, creandone in continuazione. Ping pong è un’opera centratissima e incisiva, che sa esattamente quello che vuole fare, e lo fa precisamente; e una volta che si riesce a entrare nel gioco, riesce anche ad emozionare, e tanto – impossibile non commuoversi sul finale. Prima di chiudere è quasi impossibile non spendere due parole sullo stile grafico, coraggiosissimo: tolti tutti i fronzoli, rimane solo lo scheletro, l’animazione, e anche qui Yuasa va dritto al punto con una tecnica impressionante. (Quante volte ho usato questa parola?) Certo alcune tavole sono proprio bruttine, scelta stilistica o no; ma è stato comunque un rischio che è valso la pena di correre. Infine un bel cuoricino per la colonna sonora, bellissima, bellissima. Ci sono addirittura alcune tracce di un genere di cui non so il nome ma che non pensavo esistesse fuori da Pixeljunk monsters: e invece sì, che bella sorpresa. ♥
Capturing the Friedmans | Andrew Jarecki, 2003. Non so. Qualcosa dev’essere successo, per forza; ma l’assurdità di alcune accuse, combinata con il clima di isteria che ha presto circondato il caso, non può che rimettere tutto (o quasi) in dubbio. Non un documentario indimenticabile ma ne ho apprezzato la neutralità dell’approccio, e il fatto che non si concentri tanto sugli aspetti più scabrosi della vicenda quanto su quelli psicologici (all’interno della famiglia) e sociali (un America suburbana inquietante come rare altre volte). Molto bello il titolo, significativo su più livelli.
Star wars: The last jedi | Rian Johnson, 2017. Seconda visione. Per forza. Folle, folle, profondamente, irrimediabilmente rotto, eppure per qualche motivo irresistibile. Inutile che stia di nuovo ad elencarne gli innumerevoli, irritanti, ridicoli, grossolani difetti, quei tre-quattro momenti di pura anarchia sono stati fra i momenti più galvanizzanti che abbia mai vissuto in un film. E questo per me vale da solo il prezzo del biglietto.
Phantom of the Paradise | Brian De Palma, 1974. Allora, vediamo:
✓ Schermo diviso
✓ Pornografia metacinematografica
✓ Plateale citazionismo hitchcockiano
✓ Voyeurismo in soggettiva
✓ Voyeurismo di altri voyeur
✓ Protagonista ossessionato direttamente o indirettamente da un’avvenente fanciulla
✗ Protagonista che riesce a raggiungere l’orgasmo
insomma si può concludere che sì, è un bel concentrato della prima poetica depalmiana. Come film è parecchio rotto e raramente l’esecuzione è all’altezza dell’idea, però compensa con tanta energia e altrettanta follia bella anarchica. L’anno successivo usciva al cinema il Rocky horror picture show: tempi strani. Il Fantasma ruba la scena ogni volta che appare su schermo, avrei voluto gli fosse stato concesso un minutaggio maggiore. E avrò le allucinazioni, ma sono abbastanza convinto che per molti aspetti il cavaliere oscuro di Nolan ne sia il figlio illegittimo.
Più la nostalgica tripletta, tre film in tre serate:
Star wars | George Lucas, 1977. Meraviglioso 10
Star Wars: Episode V - The Empire Strikes Back | Irvin Kershner, 1980. Strabiliante 10
Star Wars: Episode VI - Return of the Jedi | Richard Marquand, 1983. Abbastanza scemo e dispiace constatare come la brillantezza dei precedenti sia svanita così all’improvviso, ma sul finale restano alcune delle scene più belle dell’intera trilogia.
Domani forse l'ultimo film di questo 2017. La scelta è fra spararmi un altro De Palma o un Hitchcock, si chiude in bellezza.