Mega infornata.
Gaby baby doll | Sophie Letourneur, 2014. Semplice non significa semplicistico. È una piccola favoletta molto schematica e convenzionale nella presentazione, con personaggi tratteggiati con poche, decise linee ed uno sviluppo lineare e prevedibile. È però forte di una schiettezza più volte spiazzante, e di una cura e di un’attenzione per i dettagli tali da infondere di calore le piccole macchiette che mette in scena. Le piccole manie e fobie che fortemente li caratterizzano si rivelano con il passare dei minuti molto più sfaccettate e meno scontate di quanto non potessero sembrare in prima battuta, e in fin dei conti sono soprattutto loro a conferire ai personaggi la loro umanità. La ripetitività della struttura permette alla Letourneur di sviluppare gli archi narrativa in maniera semplice, sì, ma pulita e credibile, e nonostante la prevedibilità della vicenda riesce a dire qualcosa di suo. Ho trovato molto gradevole anche il piccolo colpo di scena che precede il finale, nonostante una certa stucchevolezza di quest’ultimo. Molto bella (oserei dire fin troppo perfetta) la fotografia, coloratissima. Un film piccolo piccolo, che può passare facilmente inosservato, ma uno di quelli che ti lascia con un bel sorrisone stampato in faccia.
Fitzcarraldo | Werner Herzog, 1982. Dopo Aguirre Herzog e Kinski si lanciano in un’altra impresa titanica per raccontare personaggi altrettanto titanici. A livello produttivo sarebbe difficile alzare ulteriormente la posta in gioco, e forse questo forse finisce un po’ per cannibalizzare il film stesso, con le due componenti narrativa e metanarrativa a lottare per contendersi lo stupore dello spettatore. Continuo a preferire Aguirre, che ho trovato un personaggio tutto sommato più interessante e meglio scritto, ma siamo comunque ad altissimi livelli.
Mein liebster Feind - Klaus Kinski | Werner Herzog, 1999. Fantastico, vale la visione anche solo per l’impagabile naturalezza con cui Herzog parla di gente che durante le riprese di Fitzcarraldo si sega via un piede per salvarsi dal morso di un serpente, o di nativi che si offrono volontari per assassinare Kinski per conto suo. Così. Che personaggi.
TFF!
In fabric | Peter Strickland, 2018. Non so, entravo con aspettative sotto lo zero e ne sono uscito galvanizzato. Un trip pervaso di un’autoironia e di un gusto del trash e del nonsense per me irresistibili, eppure girato con una perfezione tecnica ed un’eleganza formale ineccepibili. Dura giusto due ore ma ad un certo punto sembra non voler finire più, e personalmente mi sarebbe andato pure bene.
Mes petites amouroses | Jean Eustache, 1974. In seguito ad una serie di disavventure siamo arrivati in ritardo e non ci hanno fatto entrare in sala nonostante avessimo il biglietto, per cui non ho visto il film ma mi sono convinto che sia sopravvalutato, pretenzioso e dozzinale cit.
The edge of the world | Michael Powell, 1937. Molto classico narrativamente, racconta però una storia molto affascinante ambientata in un paesaggio mozzafiato. Con un formato panoramico la fotografia sarebbe stata ancora più clamorosa.
Ghostland | Pascal Laugier, 2018. Notte horror TFF #1. Il soggetto non è da buttare e la realizzazione è competente, ma è davvero tutto già stravisto e il ritmo ne soffre. Stendiamo un velo pietoso sui due antagonisti, afflitti da un ritardo mentale tanto debilitante da fare per certi versi più pena delle protagoniste.
Peeping Tom | Michael Powell, 1960. Notte horror TFF #2. Qui ho avuto un vertiginoso picco di sonno per cui chissà quante idee mi sono rimbalzate addosso, è comunque un film tanto avanti rispetto ai tempi che potrebbe reggere addirittura il paragone con il contemporaneo Psycho.
Piercing | Nicolas Pesce, 2018. Notte horror TFF #3. Talmente inutile che non arriva nemmeno ad essere effettivamente brutto.
The red shoes | Michael Powell e Emeric Pressburger, 1948. Direi definitivo, un film-romanzo sul rapporto fra arte e vita (giusto per ridurlo ai suoi minimi termini più superficiali) grandioso per respiro, ambizione e opulenza nella messa in scena. Scrittura sontuosa e regia capace di compendiare una classicità granitica ad uno sperimentalismo vulcanico.
Black narcissus | Michael Powell e Emeric Pressburger, 1947. Arrivato al quarto P&P in due giorni (facciamo 36 ore scarse) ho cominciato ad accusare una certa stanchezza, per cui probabilmente non l’ho apprezzato quanto meriterebbe. Ardito nel modo in cui sporca i propri personaggi (e l’ordine religioso di cui fanno parte) insinuandovi una vena di follia che arriva ad esplodere nel finale; forse invece un po’ superficiale nel motivare tali sviluppi, e un po’ ingenuo nel rappresentare uno scontro culturale mai sviluppato in maniera davvero interessante. Registicamente comunque P&P non si mettono in questione mai.