Commenti brevi di visioni agostane:
Conte d'hiver | Éric Rohmer, 1992. L'ossessione rohmeriana per gli intrecci fra amore e Caso culmina in questa apologia dell'istinto sulla ragione, della fede contro ogni probabilità. Da un punto di vista esterno le scelte della protagonista potrebbero tradire un'irresponsabilità ed una volubilità agghiaccianti, ma il fatto è che a Rohmer interessa raccontare questa storia da un punto di vista completamente diverso. Non necessariamente tutto questo ha un senso, ma l'ho trovato a suo modo bellissimo se preso per quello che è.
Incredibles 2 | Brad Bird, 2018. Visto un po' per caso facendo zapping, e quanto è vero che tenere le aspettative basse fa sempre bene. Una visione piacevolissima, con scene d'azione orchestrate alla perfezione ed una componente comico-drammatica sorprendentemente efficace. Costruisce un ritratto famigliare nel suo piccolo molto riuscito, con un arco narrativo convincente e perché no toccante quando alla fine il gruppo si riscopre più compatto di prima. Certo: il primo aveva dalla sua la forza di un immaginario estetico che questo seguito si limita ad ereditare; e sì, forse sarebbe stato più interessante sfruttare i quattordici anni di distanza per mostrare la famiglia cresciuta, piuttosto che optare per un seguito direttissimo: ma per quello, volendo, c'è ancora tempo. Un bel modo di passare un pomeriggio.
Mission: Impossible – Fallout | Christopher McQuarrie, 2018. Pure questo visto a caso per passare una serata, pure questo scelta azzeccatissima. Stunt pazzeski, colpi di scena e battutine che funzionano anche quando non funzionano e tensione tenuta a livelli ridicoli per periodi di tempo ridicolmente lunghi. Succedono cose, si vedono posti, muore gente, cose esplodono. Non chiedevo altro.
Emerald cities | Rick Schmidt, 1983. Uno di quei film che sembrano essersi girati da soli, per il semplice motivo che non riesci a immaginarti che qualcuno lo abbia effettivamente fatto. Funziona brillantemente come moodpiece, un condensato di schizzatissime vibrazioni anni '80 che potrebbe essere arrivato dal passato come dal futuro. Strutturalmente tripartito fra una linea narrativa relativamente convenzionale, un collage simil-ghezziano di immagini di repertorio grondanti paranoia atomico-postcapitalistica, ed una registrazione di un concerto punk underground che mescolato al resto gli conferisce una strana tensione sottocutanea, quasi una miccia pronta a far esplodere il tutto. Le tre parti hanno un minutaggio sostanzialmente equivalente, ma questo porta il film ad apparire un po' sfilacciato, specialmente nell'ultima parte in cui le avventure del nostro Santa Claus della Death valley iniziano un po' a deragliare ed arenarsi: forse concentrandosi maggiormente su queste ultime l'insieme sarebbe risultato più compatto. In ogni caso, un delirio. Il protagonista mi perseguiterà nei miei sogni.