Ieri mi è capitato di leggere diverse recensioni di Armageddon.
Dopo un po’ ho pensato che fosse arrivato il momento di mettermi anch’io nei panni di un critico cinematografico.
Per esercitarmi ho scelto due film piuttosto diversi e ho scritto due recensioni sotto forma di lettera aperta alla regia, alla sceneggiatura e alla produzione.
Eccole.
1. TRE COLORI – FILM BLU
Alle Eminentissime e Gentilissime Signorie Vostre, Regia, Sceneggiatura e Produzione,
mi sia consentito anzitutto manifestare la mia sincera ammirazione per l’eccezionale lucidità, il rigore e l’elevatissima perizia cinematografica con cui avete perseguito il Vostro nobilissimo intento sedimentario.
Lentezza, silenzio, sospensione, contemplazione, rarefazione narrativa e prolungata permanenza emotiva risultano impiegati con assoluta coerenza e consentono all’opera di raggiungere pienamente l’obiettivo artistico prefissato.
Devo tuttavia segnalarVi, con il massimo rispetto, un effetto collaterale verificatosi durante la visione: un progressivo e significativo rigonfiamento testicolare.
Tengo immediatamente a precisare che tale manifestazione non deve in alcun modo essere considerata un difetto dell’opera.
Essa appare infatti verosimilmente riconducibile esclusivamente alla modesta resistenza personale dello scrivente a prolungati intervalli caratterizzati da limitata evoluzione della trama.
Nessuna censura, pertanto, può essere formulata nei confronti della Vostra impeccabile esecuzione artistica.
Mi permetto soltanto di chiedere cortesemente a codesta Regia e Produzione di voler provvedere, possibilmente con una certa urgenza, all’invio di personale drenante testicolare altamente qualificato, affinché possa essere ripristinata la normale volumetria degli organi interessati.
Con immutata stima per l’eccellenza cinematografica dimostrata, ringrazio anticipatamente.
2. ARMAGEDDON
Egregio Sig. Bay, stimatissima Produzione e Sceneggiatura,
è con enorme rammarico che mi trovo costretto a comunicarVi di aver visionato quella sorta di panettone spaziale che avete incautamente deciso di chiamare Armageddon.
Trovo, per cominciare, persino il riferimento storico-biblico del titolo alquanto pacchiano e volgare.
Ma veniamo ai problemi più seri.
Trovo pacchiano, volgare ed esibizionistico l’impiego di effetti speciali talmente avanzati, accurati e ben integrati da consentire al film, a quasi trent’anni di distanza, di apparire ancora perfettamente attuale e, in alcuni momenti, persino più convincente di numerose produzioni contemporanee.
Una simile necessità di impressionare lo spettatore mi induce seriamente a domandarmi, Sig. Bay, se durante la Sua infanzia Ella sia stato adeguatamente valorizzato.
Trovo inoltre sdolcinato, mieloso e francamente inopportuno il ricorso a quelle epiche e grandiose colonne sonore, utilizzate con intollerabile precisione per sottolineare e amplificare i continui e ripetuti payoff emotivi di cui il film è scandalosamente farcito.
Quando un padre decide di sacrificare la propria vita per consentire all’uomo che ama sua figlia di tornare sulla Terra e, incidentalmente, salvare anche il resto dell’umanità, ritengo che un’emozione molto più sobria e contenuta sarebbe stata del tutto preferibile.
Una discreta musichetta da ascensore, ad esempio, avrebbe certamente dimostrato maggiore eleganza.
Trovo poi profondamente disorientante tutta quella velocità narrativa.
Progressioni continue.
Eventi.
Pericoli.
Decisioni.
Conseguenze.
Scene adrenaliniche.
Nuovi problemi.
Risoluzioni.
Altri problemi.
Battute.
Movimento.
Musica.
E quasi nessun momento completamente vuoto.
Dove sta la sana e amata riflessione?
Dove sono quei cinque minuti durante i quali non accade assolutamente un cazzo?
Dove la contemplazione di una tenda mossa dal vento?
Dove l’inquadratura fissa di un volto sofferente per un tempo sufficiente a consentirmi di comprendere che sta soffrendo?
Dove la decodifica di contenuti ermetici?
Dove il simbolo il cui significato potrò successivamente spiegare agli amici che non hanno capito il film perché, evidentemente, non possiedono gli strumenti culturali necessari?
Mi disturba infatti profondamente anche la sconcertante chiarezza narrativa dell’opera.
Ogniqualvolta viene introdotto un problema, avete la pessima abitudine di spiegare immediatamente quale sia, quali conseguenze possa provocare e cosa intendano fare i protagonisti per risolverlo.
Un paio di piccoli meteoriti quasi distruggono New York.
Poi ci viene comunicato che ne sta arrivando uno grande come il Texas.
Qualcuno domanda quali potrebbero essere le conseguenze.
Gli viene persino risposto, sostanzialmente: totali.
A quel punto non rimane praticamente nulla da interpretare.
Trovo la cosa francamente offensiva.
Ancora più imperdonabile è la scelta di utilizzare personaggi archetipici e immediatamente riconoscibili.
Invece di dedicare quarantacinque minuti alla complessa infanzia di Rockhound, Ella pretende che poche battute, alcuni comportamenti e un paio di interazioni siano sufficienti a farmi capire chi cazzo sia.
Una brutale economia narrativa che sottrae preziosissimo spazio alla possibilità di approfondirne il disagio interiore.
Trovo altresì gravissimo il ricorso sistematico all’umorismo nei momenti di tensione.
Quando l’umanità sta per estinguersi, considero assai poco elegante mostrare un gruppo di trivellatori che, in cambio della propria disponibilità a salvare il pianeta, chiede al Governo di non pagare più le tasse, di ottenere favori assurdi o addirittura di sapere chi abbia ucciso Kennedy.
Una seria opera cinematografica avrebbe imposto loro di fissare il pavimento in silenzio per almeno quattro minuti.
Ma l’aspetto forse più scorretto dell’intera operazione è il modo in cui Ella prepara i payoff emotivi con largo anticipo.
Il conflitto Harry–AJ.
Il rapporto Harry–Grace.
Il legame quasi paterno tra Harry e AJ.
Harry che considera AJ inadatto alla figlia.
AJ che deve continuamente dimostrare il proprio valore.
E infine Harry che sceglie deliberatamente di prendere il suo posto e morire affinché AJ possa tornare da Grace.
Poi, non contento, Harry arriva persino a riconoscere apertamente AJ come un figlio.
E infine parla con Grace, chiudendo anche quel rapporto e affidandole proprio l’uomo che, all’inizio del film, voleva tenerle lontano.
In sostanza avete disseminato materiale emotivo per gran parte dell’opera e, una volta arrivati al momento decisivo, avete utilizzato montaggio, recitazione, dialoghi e musica come detonatore.
È del tutto sleale.
In conclusione, Sig. Bay, mi trovo nella spiacevolissima posizione di dover riconoscere che Lei ha realizzato con precisione quasi maniacale esattamente il film che intendeva realizzare, coordinando montaggio, musica, spettacolo, comicità, chiarezza narrativa e costruzione emotiva affinché ciascun elemento amplificasse gli altri.
Devo inoltre, con ulteriore e personale disappunto, confessare che durante la visione mi sono anche notevolmente divertito.
Tengo tuttavia a precisare che tale incresciosa circostanza non modifica in alcun modo la scelleratezza, l’inopportunità e la sostanziale indegnità cinematografica della Sua produzione.
Anzi, l’essere riuscito a divertirmi attraverso strumenti tanto popolari, espliciti ed efficaci costituisce, se possibile, un’ulteriore aggravante.
E infine, Sig. Bay, non Le perdonerò mai il fatto di non essere riuscito a trattenere le lacrime, nonostante la palese banalità dei mezzi impiegati e l’evidentissimo livello di manipolazione emotiva inflitto allo spettatore.
Riuscire a farmi provare esattamente l’emozione che intendeva provocare, pur utilizzando strumenti che io considero cinematograficamente indegni, costituisce a mio avviso una pratica profondamente disonesta.
Avrebbe almeno potuto avere la decenza di fallire.
E se il Suo intento, Sig. Bay, era dimostrare che un cinema di così bassa lega potesse produrre emozioni più forti di un film ermetico, introspettivo e culturalmente irreprensibile, ebbene:
c’è riuscito.
Contento ora?
Soddisfatto di aver raggiunto un obiettivo tanto esecrabile?
Si goda pure la Sua vittoria.
Quella che, temo, verrà ricordata nei secoli a venire come:
“Il giorno in cui la banalità conquistò il mondo.”
E, cosa ancor più grave,
lo fece facendoci piangere.
Distinti saluti,
Un Critico Serio™
P.S. Se almeno Lei fosse stato coreano, Sig. Bay, probabilmente avrei potuto definire tutto questo:
“audace contaminazione dei generi, travolgente energia cinetica e radicale reinvenzione del melodramma popolare”.
Purtroppo è americano.
E quindi resta un’americanata.
Avrebbe almeno potuto avere la decenza di nascere a Seoul.