dover guardare nello schermo dell'altro per far funzionare la collaborazione. Mi ricordo per esempio, nel subconscio fantascientifico di Mio, il tratto del mini tank col "naso" allungabile in cui ad un certo punto, dopo avervi fatto salire Zoe, forse avrei anche potuto chiedere istruzioni di movimento dettagliate, ma la cosa più facile e immediata da fare per superare la sezione, avendo la mia visuale ostruita da una parete, è stato guardare nella metà di destra per evitare che Zoe finisse arrostita mentre dirigevo il cannoncino-naso nella fessura fra i laser con lei sopra, che doveva anche spostarsi verso la base o la punta. E che dire allora, a proposito di cannoni nell'ultimo capitolo, dell'acqua nei pesci (i vasi a forma di pesce lol) dove il gioco vuole che il giocatore Zoe, dopo aver messo l'acqua, mostri dove i vasi passano sopra la porta/il fuoco da spegnere per sparare nel punto giusto? Stesso concetto, stesso sguardo dall'altra parte, nel mondo dell'altro, per capirlo. La base dell'empatia.
E quindi abbiamo l'ultimo capitolo che si apre inizialmente con due percorsi convergenti in cui ci crediamo separati, per la prima volta ognuno nel proprio mondo, finché non arriva la magia, quel momento assolutamente spiazzante e stupefacente, su quelle piattaforme verso cui ci lanciamo col rampino e che conducono a quei due pulsanti/ceppi, dove ci accorgiamo che funzioniamo diversamente, certo, e va bene così, ma ora io ti vedo anche qui, appartieni anche al mio mondo. Il tuo mondo può aiutare il mio (o Mio) e viceversa.
Dopodiché avviene qualcosa di ancora più incredibile, la realizzazione più compiuta della suddetta tematica, dietro quel portone che apriamo con uno sforzo congiunto spalancandolo davanti a quella vista mozzafiato delle due metà sci-fi e fantasy, quasi speculari, che si specchiano l'una nell'altra, come Mio e Zoe, e si allineano perfettamente: l'unione della diversità, un'unica strada da percorrere insieme al cui centro quella linea di demarcazione resta un'importante consapevolezza ma per la prima volta smette di essere una barriera in quanto in men che non si dica scopriamo che possiamo attraversarla. E, udite udite, smette pure di essere una quarta parete, di avere la mera funzione strumentale di far giocare in cooperativa couch due persone sulla stessa tv o schermo (oppure online ognuno dal proprio). Ma Mio e Zoe non la stanno sfondando, è invece la linea dello split screen, o lo split screen stesso, cioè la quarta parete, che viene risucchiata all'interno della narrativa come artefatto della simulazione della Macchina di Rader che ormai sta dando i numeri. Vien da pensare che, oltrepassato quel portone, le nostre protagoniste, se si girano l'una verso l'altra, si vedono, e vedono chiaramente il mondo dell'altra collimare sul proprio, "trattenuto" da una divisione invisibile di cui diventano coscienti, quindi non di essere all'interno di un gioco, ma di quella linea o stacco verticale che per noi giocatori è sovrimpresso sullo schermo mentre per loro è il frutto del comportamento anomalo della simulazione (il concetto viene ribadito ed amplificato in seguito con risultati totalmente fuori di testa, nella fase delle fratture multiple con il mare di piranha, le gocce di mondi diversi, la giostra a rotazione oraria ed antioraria, poi Zoe sui cristalli liquidi e Mio dentro la tv, il simil-tetris a scorrimento automatico e il tablet). Ma, tornando alla vista dietro quel portone, anche i giocatori si devono accorgere che quella linea non li fermerà più, per cui abbiamo subito uno strapiombo nella metà fantasy che induce chi impersona Zoe a sconfinare nell'altra. Da questo momento in poi, per tutta questa parte, il modo in cui i nostri occhi guardano lo split screen, scorrendo da una parte all'altra in piena libertà, senza più il limite di quella che era la frontiera della propria visuale - ora rimasta solo per distinguere visivamente, ma non fisicamente, lo sci-fi dal fantasy - ci comunica che il rapporto fra Mio e Zoe ha raggiunto il livello massimo di comprensione reciproca in cui ci si può tuffare l'una nell'altra senza paura, dove l'una diventa un rifugio (un conforto) per l'altra. E succedono meraviglie.