You are here | Daniel Cockburn, 2010. In poco tempo riesce veramente a insinuarsi sottopelle. Ha un che di asettico che lo fa sembrare come sbucato fuori dal nulla, come se fosse il film stesso a parlare con te, a seguire con te il filo del discorso. Si crea davvero una forte connessione con lo spettatore, era qualcosa che non mi capitava da molto tempo – tanto destabilizzante quanto affascinante. (Ho sentito paragonarlo a Kaufman, ci sta. È un film densissimo alla Synecdoche, New York se vogliamo, non arriva ai novanta minuti eppure sembrerebbe poter andare avanti all'infinito. Il che può essere un difetto, ma non in questi casi secondo me.) Così, allo stesso modo del personaggio dell'Archivista, inizi sospettosamente a raccogliere gli indizi che ti si presentano davanti, pur perfettamente conscio di stare addentrandoti in un labirinto, una trappola dichiarata come tale fin dalla primissima sequenza. Alla fine purtroppo le diverse linee narrative, pur interconnesse, si rivelano piuttosto disomogenee e fini a se stesse: il labirinto si rivela solo un'illusione ottica, e la magia svanisce. Immaginavo un esito del genere, ma speravo comunque in qualcosa di più. Comunque vale la pena, anche solo perché raramente ho trovato altrove sensazioni simili.
Further beyond | Joe Lawlor e Christine Molloy, 2016. Che dire: superbo nella fotografia, nel sonoro, nella scrittura, nell'interpretazione, ma... forse anche un po' troppo pretenzioso? Forse uno stile narrativo così sofisticato e altisonante non era la scelta giusta per queste due storie – o viceversa. Benché la riflessione di fondo sia valida e indubbiamente sincera, ho trovato che i soggetti fossero dei supporti piuttosto deboli rispetto alle intenzioni: già dopo poche decine di minuti il discorso inizia a girare in tondo, e nonostante non duri un'ora e mezza mi è sembrato veramente interminabile. Forse sbaglio, ma la scelta del meta-documentario su un biopic inesistente su un personaggio semisconosciuto mi è parso il proverbiale specchietto per le allodole. Ce n'era veramente bisogno? Secondo me no, o meglio: è stato un furbo escamotage per agghindare un soggetto e una produzione di per sé molto più poveri di quanto non vorrebbero apparire. Ripeto forse sono io a pensar male, ma non riesco a scrollarmi di dosso questa sensazione. In ogni caso, ciò non toglie che dal punto di vista sensoriale sia uno spettacolo, e che non manchino spunti di riflessione niente affatto banali. È un film d'esordio: ancora presto per giudicare. Si vedrà.
Freaks | Tod Browning, 1932. Soggetto forte e intreccio molto classico: sotto certi aspetti gli anni si fanno sentire, mentre altri difficilmente invecchieranno mai. Complimenti a Browning e a tutto lo staff per l'impressionante coraggio, una produzione del genere farebbe gridare allo scandalo nel duemilaventi, figuriamoci all'epoca.