La settimana scorsa mi sono fatto l'abbonamento settimanale di MyMovies, e in otto giorni (è durato un giorno di più, non so perché ma ben venga) mi sono visto ben cinque film.
El club | Pablo Larrain, 2015. Partivo prevenuto, mi ha sorpreso in positivo. Ha finito per convincermi anche dal punto di vista estetico, e sì che un simile utilizzo del grandangolo e simili scelte cromatiche non sono proprio il mio tipo. Il soggetto è potente e sviluppato con la giusta cattiveria. Forse rimane un po' superficiale nel suo spietato accanimento contro i propri personaggi, ma in ogni caso riesce a ottenere l'effetto desiderato.
Plemya (The tribe) | Myroslav Slaboshpytskiy, 2014. L'idea è forte, e la sua messa in scena all'altezza: l'intreccio rimane semplice, ma è evidentemente un limite necessario. (Per certi versi il soggetto mi ha ricordato quello di Cecità di Saramago, chissà che non sia stata un'ispirazione alla lontana.) Tecnicamente ottimo, la narrazione procede per lunghi piani sequenza, orchestrati anche in modo non banale, che permettono un'immersione nei luoghi della vicenda che difficilmente si sarebbe potuta rendere altrimenti. In certi casi però la regia si attiene un po' troppo rigidamente a questa scelta: diverse scene si protraggono molto più del necessario, e questo incide in modo rilevante sul ritmo del film senza però aggiungere molto valore. Devo dire che nel complesso non mi ha entusiasmato particolarmente, ma resta un esordio notevolissimo sotto ogni aspetto: soggetto, tecnica, direzione degli attori dimostrano una grande maturità registica, per cui l'impronunciabile Slaboshpytskiy potrebbe essere un nome da tenere bene d'occhio nei prossimi anni. Inoltre fornisce finalmente una risposta a chi, come me, si era sempre chiesto chi avesse il coraggio di comprare le magliette W ITALIA dai bengalesi dietro Piazza Miracoli.
E infine e soprattutto ho visto Fiori di equinozio (1958), Tardo autunno (1960) e Il gusto del saké (1962) di Yasujiro Ozu. È davvero un caso strano, quello di Ozu. Nel corso degli anni ha praticamente continuato a girare lo stesso film. Un film meraviglioso – ma uno. Da una pellicola all'altra si incontrano le stesse situazioni, gli stessi temi, gli stessi personaggi, gli stessi attori, addirittura le stesse ambientazioni. Valutarli individualmente è sinceramente difficile, e forse ha pure poco senso. Quello che so per certo è che io questo lungo film lo adoro: ne adoro la perfezione formale, la cadenza del montaggio, ne adoro la sincerità anche quando ingenua, la pacatezza dei toni e dei ritmi, l'inconfondibile atmosfera. E ne rispetto l'umiltà con cui porta avanti il proprio discorso, senza volersi imporre sullo spettatore, senza volersi allargare oltre i confini che sente propri. Credo che senza Ozu non avremmo avuto il Miyazaki che conosciamo oggi – certi silenzi, certi ritmi nel montaggio, sono gli stessi che si possono trovare qui. Sono film che possiedono un calore, un senso di serena familiarità che li rende assolutamente unici, e indissolubilmente legati fra loro. È strano da dire per dei film, ma ci si sente a casa. Non saprei come meglio descriverli.