rassegna sulla produzione documentaristica di sergei loznitsa. pellicole non rivoluzionarie e a conti fatti modeste, ma ci sono dissemiati non pochi elementi di interesse.
the settlement esplora una giornata di lavoro in campagna a opera di pazienti in un istituto psichiatrico. lineare nella costruzione, propone una fotografia in bianco e nero particolarmente cupa e opprimente, che priva il lavoro e l'ambiente naturali di qualsiasi aria positiva o mitizzante.
landscape svolge un interessante lavoro di montaggio iniziale, con lente e circolari riprese questa volta in un ambiente urbano che finiscono in continuità con il nucleo del film, le riprese di un gruppo di persone che aspettano l'autobus. un preteso banale e assolutamente quotidiano per nascondere e lasciare che naturalmente vengano alla luce, tramite i frammenti di discorsi così catturati, momenti sottilmente drammatici.
factory ci porta all'interno di una fabbrica, ma facendoci perdere qualsiasi coordinata spaziale e temporale. e anzi, proprio come un luogo oltre il tempo e lo spazio, il lavoro viene privato anche della sua sequenzialità. tolta attenzione sul cosa viene fabbricato rimane il come, un susseguirsi di lavori alienanti e ripetitivi. ancora una volta ottima fotografia, e a questo giro anche ottimo il lavoro svolto sull'aspetto sonoro, dove il risultato finale è una vera e propria sinfonia industriale.
revue è un collage di filmati russi dalle più disparate fonti degli anni '50 e '60, per lo più propagandistici. la contrapposizione tra i vari frammenti riesce a creare non pochi significati e riflessioni, ma per essere forse il più ambizioso tra questi documentari è anche quello meno convincente. un buon lavoro storiografico che forse avrebbe meritato un maggiore lavoro filmico.
T2 trainspotting di danny boyle, o anche "quando le operazioni nostalgia funzionano", risultato ottenuto paradossalmente sguazzando proprio nella nostalgia. un sentimento che si riesce a rendere non solo pretesto ma motore stesso della pellicola, con personaggi che non possono fare a meno di guardare continuamente a un passato tanto infernale quanto confortante non riuscendo a trovare il proprio posto in un presente tanto accomodante quanto insoddisfacente. una sceneggiatura che fortunatamente riesce a non fermarsi a questo, ma a proporre un'antitesi riuscita e convincente, uno spiraglio di miglioramento, che sfocia però in una sintesi ancora più squallida del punto di partenza. per quanto possa esserci parziale redenzione di sicuro non c'è scampo.
in tutto ciò la regia di boyle è schizzata, forse fin troppo. un accumulo ossessivo di trovate registiche che non lasciano respiro, in senso negativo. più che apprezzabile però la capacità di sfruttare le musiche, sia le novità che il modo in cui le hit del precedente capitolo vengono suggerite.
a conti fatti un lavoro per accontentare i fan ma che è anche più che riuscito e dignitoso in sé, dubito che si potesse chiedergli di più.
moonlight di barry jenkins. un pessimo terzo atto rovina quasi totalmente ciò che poteva essere un onesto e abbastanza sentito coming of age. nei primi due infatti viene fatto un buon lavoro di costruzione, tanto la realtà sociale quanto il dramma personale vengono resi in maniera convincente, anche se non riuscendo a evitare qualche scivolone che risulta in personaggi o risoluzioni banali. nonostante ciò riusciva comunque a mantenere una certa forza, complici la buona interpretazione dei due protagonisti, una più che buona fotografia, una regia che fa di tutto, anche riuscendo, per renderci partecipi e coinvolgerci. purtroppo, come detto all'inizio, il terzo atto vanifica questi sforzi, la risoluzione suona troppo frettolosa e poco sentita, e in questo modo l'intero film ne esce fuori come irremediabilmente depotenziato.