Europe, she loves | Jan Gassmann, 2016. Un'istantanea di una certa Europa di oggi, catturata attraverso la lente di quattro coppie di quattro nazionalità diverse. Concettualmente ambizioso, forse non all'altezza di tali ambizioni ma comunque meritevole: come documentario non scopre nulla di nuovo, ma è efficace nell'evocare un sentimento, un fugace ritratto di un particolare luogo (l'Europa, e mi è piaciuto molto come riesce a trasmetterne la connotazione sovranazionale) in un particolare momento storico. Decisamente pessimista, senza dubbio, forse anche forzato in questo senso, ma vale la pena di stare al gioco. (Anche se ho potuto empatizzare solo fino ad un certo punto dato che alcuni personaggi mi sono parsi un po' ******** ecco.) Fotografia pazzesca (in special modo i titoli di testa e gli intermezzi non narrativi, sublimi) e perfetto il brano di Kate Tempest sul finale: ottima sintesi dello spirito del film nonché bellissimo pezzo.
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Moana with sound | Frances H. Flaherty, Robert J. Flaherty e Monica Flaherty, 1980. Ciò che i Flaherty hanno confezionato quasi un secolo fa (!) merita attenzione da così tanti punti di vista: non solo cinematografici (la splendida fotografia, perfettamente restaurata nel 2014, il pulitissimo montaggio) ma anche etnografico. Il ritratto che restituiscono di una cultura ed uno stile di vita così distante da loro è infatti mosso da genuina, disinteressata curiosità; spoglia, soprattutto, da qualsiasi imposizione esotizzante. Il che è notevole in generale, ma ancor più se si considera che questo supposto documentario è in realtà un'opera di finzione: quelli in scena sono in realtà attori, impegnati nella ricostruzione cinematografica di uno stile di vita ormai abbandonato. Nonostante questo
Moana: A story of the South Seas appare spontaneo come il migliore dei documentari: è un film pieno di gioia e di rispetto, e la sua semplicità non fa altro che testimoniare la bontà delle intenzioni. Impossibile infine non citare il lavoro svolto da Monica Flaherty: il più pazzesco lavoro di restauro che io ricordi (è tornata sull'isola cinquant'anni dopo e ha registrato tutti i suoni in sincro con le immagini – davvero) ha regalato al film una seconda vita, al punto che non è banale decidere se si tratti dello stesso film, o di qualcosa di nuovo. (E per inciso, quanto è bella la musica?
. Ho ritrovato i suoni che tanto avevo amato in
John From, senza saperlo. Motivo in più per voler bene a quel gioiellino. ♥ ) È un film notevole sotto così tanti aspetti, dicevo – ma ciò che lo rende così speciale, più di tutto il resto, è che guardandolo si sente chiaramente che questo pezzo di pellicola è stato davvero amato.
Hotaru no haka (
La tomba delle lucciole) | Isao Takahata, 1988. Un classico, tecnicamente molto solido e a tratti audacemente crudo. Spesso però è un po' troppo diretto nel cercare la risposta emotiva dello spettatore e, almeno per il mio modo di sentire, paradossalmente proprio per questo ha faticato ha coinvolgermi. Comunque sia, senz'altro una pietra miliare dell'animazione giapponese e non solo.
Neruda | Pablo Larraìn, 2016. Non mi dilungherò in giudizi perché l'ho guardato piuttosto distrattamente, e anche se così non fosse so troppo poco del personaggio, dell'artista e della Storia per poterlo contestualizzare decentemente. È un bel film, lo stile di Larrain per quanto pesantemente artificiale è sempre un bel guardare nonché ormai ben affermato e inconfondibile, e la sceneggiatura al di là delle sofisticazioni sa lasciare il segno. In più, riprese della neve come in tempi recenti ho visto far meglio forse solo a Tarantino.