too late to die young di dominga sotomayor. abbastanza modesta storia di amori e crescite pre e adolescenziali di un gruppo di ragazzi che crescono in una specie di comune hippie argentina senza particolare controllo genitoriale. mancanza di controllo che porta sia a maggiore libertà che a maggiori insicurezze, ognuno cresce a modo proprio, con le proprie esperienze e traendo le proprie conclusioni. modesto sia nelle intenzioni che nella resa, accenna a un minimo di coraggio in più con la scena dell'incendio alla fine, in cui si chiude anche qualche nodo narrativo, ma più di tanto non si rischia. comunque lo dico senza cattiveria, carino.
process di sergey loznitsa. altro tassello importante per un autore che ha affrontato e affronta la forma documentaristica con modalità tanto diverse quanto interessanti. la ricostruzione, tutta con materiale dell'epoca, di un processo-farsa sotto stalin scoperchia tutte le ipocrisie e falsità di un governo e un periodo decisamente pieno di ombre. ricostruzione tanto rigorosa quanto non semplicissima da seguire, soprattutto nella prima metà. quando si arriva alle sentenze però è difficile rimanere indifferenti, e le tipiche scritte a conclusione sono tanto rivelatrici quanto stranianti.
killing di shinya tsukamoto. un film incredibile, 80 minuti di una poetica talmente condensata e folgorante da lasciare senza fiato. un'operazione di decostruzione di numerosissimi topoi delle storie di samurai sul grande schermo, riflessione però non esclusivamente analitica ma anzi estremamente travolgente, come se la negazione del mito avesse più forza del mito stesso. un finale tanto nichilista che storidisce, un capolavoro.
the river di emir baigazin. quel tipo di film che considero "più interessanti che belli". intento quasi clinico, vengono messe sotto studio norme sociali e corpontamentali realizzando così una storia di formazione corale come sicuramente se ne vedono poche. tuttavia, la narrazione forse risente fin troppo del peso di questo intento, fino a sfociare, e tratti, proprio in una visione tediosa. lascia sicuramente di più a freddo, che non durante la visione. apprezzabile poi un certo rigore nella regia e un'ottima fotografia.
still recording di saeed al batal e ghiath ayoub. un'operazione a dir poco unica, la testimonianza di un gruppo di ragazzi siriani su anni di guerra. testimonianza letteralmente in prima persona, pur senza imbracciare armi ma sempre al centro del conflitto. la videocamera si fa così occhio dalla testimonianza tanto rischiosa quanto importante. e insieme a questo si trova anche spazio per momenti di sfogo artistico e sociale, la necessità non solo di documentare ma anche di creare qualcosa di nuovo e bello. a dir poco necessario.
a land imagined di yeo siew hua. una pellicola a cui certamente non manca l'ambizione, anche se fin troppo spesso si finisce, puntando in alto, a mancare il bersaglio. si muove tanto su coordinate realistiche e concrete, tra realtà di sfruttamento e lotte operaie, quanto su coordinate intimistiche e oniriche, veri e propri viaggi interiori in cui si accenna anche a sperimentazioni visive digitali (direi anche riuscite). il problema è che manca una vera e propria amalgama tra i due registri, che finiscono per rimanere nettamente distinti. decisamente non da bocciare, anche se finisce per peccare lo fa cercando di fare qualcosa di ambizioso appunto, e in parte lo si può quindi perdonare.