perfetti sconosciuti di paolo genovese. tanto vale partire con una provocazione: ormai è diffusa l'idea che, quando si parla di cinema, per tirare in ballo pellicole italiane indegne si punti ai soli cinepanettoni, ormai decaduti, o la new entry degli ultimi anni zalone. ebbene, rispetto a quest'ultimo, che non punta a niente di più del semplice umorismo di pancia che si prefigge, questo perfetti conosciuti è ben più indegno, nel momento in cui è stato accolto come la grande rinascita della commedia all'italiana e, temo, metro di paragone di qualità. cosa comunque non sorprendente, visto che la formula di base è sempliciotta abbastanza per conquistare un pubblico ampio e vagamente spolverata di ""dramma"" per potersi convincere di stare guardando qualcosa di fatto bene.
commediola superficiale e inconcludente, rimane impantanata nella stessa idea di partenza e completamente soffocata da una struttura che non offre il minimo stimolo. aggiungiamo magnifiche sequenze in cui la musica più accomodante e banale di questo mondo accompagna i monologhi più accomodanti e banali di questo modo e otteniamo, pensate un po', un film accomodante e banale.
frontiere(s) di xavier gens. era un bel po' che non ritornavo su questi francesi dediti all'ultraviolenza, e sebbene si muova pericolosamente sul filo del trash riesce a rimanere abbastanza scanzonato, prendendosi poco sul serio, per risultare un'onesta visione. in un modo un po' ludico-grottesco, quando poi lo splatter poi è così ben realizzato riesce sempre a essere soddisfacente.
l'uomo che sapeva troppo di alfred hitchcock. come si finisce per dire troppo spesso per i suoi film, è formalmente perfetto. thriller tra lo spionistico e il politico, ambientato tra marrakech e londra, il crescente mistero in cui è rimasta coinvolta una ignara famiglia è totalmente coinvolgente. perfettamente dosati anche i momenti tensivi e distensivi, il grado di attenzione rimane ai massimi livelli per tutta la visione.
obbligatorio citare due scene magistrali, accomunate dall'importanza dell'aspetto musicale: quella alla royal albert hall, e la scena finale con doris day che canta que sera, sera. due scene in cui regia e montaggio, costruendosi e progredendo proprio intorno al brano musicale, diventano un occhio che osserva tutto intensificando, lo dico ancora una volta, magistralmente la tensione e il dramma.
alla ricerca di dory di andrew stanton. ben poco ispirato sequel che non trova la propria strada né quando ripropone formule già consolidate nel precedente né quando cerca di proporre qualcosa di nuovo. lo studio riesce sempre a confezionare un prodotto piacevole ingiusto almeno per non essere apertamente insufficiente, o fastidioso, ma appunto oltre la sufficienza non va.
a questo giro pure il corto iniziale è ben poca cosa.