Avrei voluto commentare con la memoria un po' più fresca ma eccomi qui ora, infornata dei primi tre mesi di quest'anno.
L'heure d'été, Assayas 2008. Ho apprezzato il modo in cui il film sfrutta delle opere d'arte – il loro accumularsi, il loro valore – sentimentale, artistico, economico – astratto eppure concretamente materiale, eterno eppure effimero – per parlare della scomparsa di un familiare, con tutte le conseguenze emotive e pratiche, grandi e piccole, che questo evento porta con sé nella vita di chi resta. Detto ciò, credo che la trama avrebbe guadagnato da una maggiore solidità e coesione, e dal punto di vista visivo il film mi è sembrato piuttosto piatto, il che non rende giustizia né ai bellissimi luoghi del film né alle opere d’arte che vi compaiono.
The remains of the day, Ivory 1993. Quel che si dice Un Bel Film, del tipo che è facile consigliare un po' a qualsiasi tipo di pubblico, in più tocca temi non banali e anche se regia, sceneggiatura e montaggio sono tutto sommato piuttosto scolastiche, sono certamente le interpretazioni di Hopkins e Thompson a elevare il tutto.
Pebbles, Vinothraj 2021. Anche se i simbolismi e alcune trovate visive sono piuttosto altalenanti come idee e come esecuzione, alcuni momenti più contemplativi riescono ad essere efficaci e suggestivi. Per quanto riguarda il fatto che nessun animale sia stato maltrattato durante le riprese devo fidarmi del regista, perché le scene con i topi erano inquietantemente realistiche. Pur senza brillare, è una storia minimalista che sa farsi apprezzare se si è nella giornata giusta, nonché uno spaccato sull’India rurale più profonda che almeno da queste parti non si incontrano spesso.
Stroszek, Herzog 1977. Parabola tutto sommato prevedibile nella sua critica dell'illusione americana, ma elevata dall'interpretazione del mitico Bruno S. e dei suoi compagni di avventura, capaci di trasformare un film buono ma come tanti altri in qualcosa di unico e difficilmente dimenticabile. Personalmente piaciuto di più di Kaspar Hauser, con cui chiaramente condivide molto.
Youth (Spring) e Youth (Hard times), Wang 2023 e 2024. Troppo annacquati e ripetitivi per me, e troppi soggetti che rendono difficile seguire le singole storie, senza per questo creare una coralità o un qualche significato oltre quello pratico. C'è un momento molto forte in Hard times in cui un ragazzo racconta la brutalità della polizia cinese e la violenza subita personalmente da lui e dai suoi amici, ma non arriverei a dire che valga ore e ore di visione per arrivarci, anche perché è tutto sommato scollegata dal resto. Visti due un po' per inerzia, ma il terzo onestamente me lo sono risparmiato. Peccato perché Bing è uno dei pochissimi che sembra ancora in grado di andare oltre la cortina di ferro cinese per testimoniare l'oppressione poliziesca e capitalistica nelle province, e questa era una grande occasione per raccontare uno spaccato generazionale, a mio modo di vedere sfruttata poco e male.
Sirāt, Laxe 2025. Purtroppo non visto in sala ma ho provato a compensare con delle buone cuffie. Non avevo particolari aspettative e mi è piaciuto, il Mad max che ci piace. La cultura rave è qualcosa da cui sono personalmente molto distante ma il film fa un ottimo lavoro (almeno con me) nel trasmetterne l'estetica, con questa musica quasi ininterrotta che fa da colonna sonora diegetica ed extradiegetica al tempo stesso, e che si sposa inaspettatamente bene con la cinematografia di Laxe. Un film che è in continuo movimento, con il McGuffin di una ricerca che è soprattutto una scusa per continuare a muoversi, a spingere i propri personaggi sempre più lontano nei bellissimi paesaggi del Sahara occidentale, e con l'oscuro incombere di un contesto storico appena accennato, in maniera oserei dire buzzatiana (amo Buzzati). Pur senza raggiungere chissà quali vette, né arrivare a dire nulla di davvero compiuto, un film-viaggio che ho trovato piacevole accompagnare.
In die Sonne schauen (Sound of falling) Schilinski 2025. Un po' Heimat un po' Il nastro bianco, molto ricercato formalmente con diverse immagini stupende, ma in fin dei conti forse più un esercizio di stile visto che a poche settimane dalla visione già ricordo davvero poco della(e) vicenda(e) e dei rispettivi personaggi. Anche come durata, forse due ore e mezza non erano proprio necessarie.
Nel nome del padre, Bellocchio 1971. Il primo Bellocchio era veramente di una cattiveria e un'acidità inaudita, urticante ancora oggi per cui non oso immaginare cosa debba essere stato un film così spregiudicatamente iconoclasta nell'Italia dei primi anni Settanta. Non risparmia niente e nessuno, i tempi sono per fortuna cambiati, ma non per questo risulta meno affilato di allora. Bellissimo, a suo modo, anche più de I pugni in tasca il cui risentimento avevo trovato provocatorio sì ma meno significativo.
Le amiche, Antonioni 1955. Forse non ero in giornata ma non mi ha detto molto, il potenziale c'è in termini di personaggi e relazioni, ma durante la visione l'ho vissuta come un melò un po' fine a se stesso, fatto salvo un certo commento sociale sui ruoli di genere che per l'epoca non era affatto banale.
Dragon ball super: Super hero, Kodama 2022. Tanto scemo, power-up casuali e personaggi e situazioni riciclati allo sfinimento in pieno stile DBS, elementi comici spuntatissimi, insomma noioso noioso.