Ultimo Film Visto | Consigli e Domande Inside

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Molto bello? Lo chiedo senza polemica, cosa ci trova la gente di così bello da vincere tutti quei premi? È sicuramente un film carino e si lascia guardare bene, ma di fatto è una rivisitazione meno tamarra dei marvel movies.
È bello perchè gli attori sono uno più bravo dell'altro, il villain è di gran lunga il migliore che si sia visto in un cinecomics dai tempi di heat ledger, ha un bella regia, una bella trama, è italiano fino all'osso, e poi adoro tutte le scene musicali. Magari ne facessero ancora di film così in america, invece da un pò di tempo hanno smesso di fare film di supereroi, si è perso completamente quel senso di meraviglia anche di vedere uno che cade da un palazzo e non si fa nulla. L'unico difetto che ha è che ogni tanto si nota che è costato poco, avesse avuto un decimo del budget di un avengers a caso sarebbe praticamente perfetto.

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Poi per i premi sticàzzi, l'anno scorso io avrei dato tutto a non essere cattivo, non per questo jeeg robot deve essere sminuito solo perchè non meritava tutti i david che ha vinto.

 
Die Hard, semplicemente un capolavoro del genere "thriller-action", non so come ho fatto tutti questi anni a vivere senza aver mai visto questa perla assoluta. Una meraviglia, dalle scene d'azione allo stato dell'arte per adrenalina, messa in scena e creatività; alle interpretazioni degli attori, in particolare di un Bruce Willis super-carismatico e di un Alan Rickman meravigliosamente sopra le righe, entrambi riescono a bucare lo schermo regalandoci intrattenimento di altissima qualità.

Un film assolutamente sensazionale, che coinvolge e diverte come pochi. Da vedere, rivedere e idolatrare. Capolavoro!

 
Sempre preferito Predator dello stesso regista, e nemmeno di poco. Carino anche die hard comunque.

 
Molto bello? Lo chiedo senza polemica, cosa ci trova la gente di così bello da vincere tutti quei premi? È sicuramente un film carino e si lascia guardare bene, ma di fatto è una rivisitazione meno tamarra dei marvel movies.
Quoto, Jeeg Robot è superfluo nel film, poteva pure non avere nessun potere e non sarebbe cambiato niente, non è nient'altro che il solito dramma pipposo italiano mascherato da film sui supereroi. Peccato perché effettivamente alcune idee molto buone ci sono (vedasi Marinelli). A mio avviso è un film estremamente sopravvalutato.

 
Quoto, Jeeg Robot è superfluo nel film, poteva pure non avere nessun potere e non sarebbe cambiato niente, non è nient'altro che il solito dramma pipposo italiano mascherato da film sui supereroi. Peccato perché effettivamente alcune idee molto buone ci sono (vedasi Marinelli). A mio avviso è un film estremamente sopravvalutato.
Sono d'accordo su "sopravvalutato", ma ci trovo veramente poco di italiano nel dramma di quel film.

 
The Transporter (2002)

Forse un pò sottovalutato, c'è tanta azione e volendo strappa anche qualche risata, anche se ci sono certi momenti veramente al limite dell'assurdo :asd:

 
Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood. Mi aspettavo un film di guerra, e invece sono rimasto sorpreso nel vedere che la guerra fa solo da sfondo a quello che è il vero intento del film. Infatti il film è più che altro un viaggio nella psicologia dei soldati giapponesi, contrapponendo la logica malata dei soldati veri e propri, disposti a tutto per la propria patria, con quella dei soldati "per caso", arruolati per la necessità di avere risorse umane al fronte, uomini comuni divisi tra quello che la loro società considera giusto e quello che provano e vogliono realmente. E' stato molto interessante, sono curioso di vedere quella che è la controparte americana.

 
logan di james mangold. un'apprezzabile rivisitazione crepuscolare di un genere cinematografico che in pochi anni sta già diventando stantio, pur non mancando di ricadere nei soliti stereotipi e proponendo trovate pericolosamente vicine al trash.

la violenza in sé non basta per considerarlo davvero diverso da altri cinecomic, ma visto il personaggio riesce almeno a dare qualche soddisfazione.

les sauteurs di moritz siebert, estephan wegner e abou bakar sidibé. documentario su una comunità di migranti situata a due passi da melilla, vista come la tanto agognata terra promessa europea. tutta la forza della pellicola sta nell'aver posto la videocamera all'interno di questa comunità senza la minima volontà di distacco o filtro. questo diventa occasione per sidibé per tanto documentare quanto esprimersi, proponendo quindi una testimonianza tanto storica e sociale quanto artistica.

un'operazione particolare, meritevole di attenzione.

i don't feel at home in this world anymore di macon blair. insipida ma non malvagia commedia nera che forse si sforza un po' troppo di essere particolare a tutti i costi. da ricordare giusto per l'escalation degli ultimi 20 minuti.

istanbul kirmizisi di ferzan ozpetek. fatico sinceramente a salvare qualcosa in questo pasticcio un po' esistenzialista, un po' metanarrativo e tanto noioso. mette in scena meccanismi non originali ma volendo con anche un minimo di potenziale, mancando poi di supportarli adeguatamente.

sparrows di runar runarsson. un impianto da coming of age più che classico in cui i momenti di crescita, in particolare quelli legati alla sfera sessuale, vengono depotenziati e deturpati. un affresco desolante di una cittadina rurale islandese in cui il marcio sembra essere penetrato in profondità, e in cui non ci sono alternative alla corruzione.

un buon film, ma non sono riuscito a scrollarmi di dosso la sensazione che qualche gradazione in più avrebbe giovato, invece le contrapposizioni sono tutte fin troppo nette.

doppietta john wick di chad stahelski. il primo è un dignitosissimo action, non posso dire di esserne sorpreso in quanto prima della visione ne avevo già sentito parlare abbastanza, e ora posso dire a ragione. motivazioni sostanzialmente sceme che non minano la visione, ma che anzi funzionano come un onesto guilty pleasure, e una direzione delle scene d'azione decisamente lodevole. sequenze fluide e dinamiche, sempre leggibili, spesso essenziali ma senza sacrificare la spettacolarità.

chapter 2 invece non funziona altrettanto bene. le motivazioni a questo giro, se possibile, sono ancora più sceme, e ciò inizia veramente a incidere sul piacere della visione. nella prima parte poi mi sembra che sia mancata la stessa pulizia tecnica, si è cercato a tutti i costi di essere velleitari e il risultato è mezzo sbrodolato. alla fine però è stata comunque una visione ignorante ma piacevole.

ora sincero timore per il terzo capitolo.

la tortue rouge di michael dudok de wit. una visione che lascia freddini, un impianto favolistico e una ricerca onirica a cui manca una vera forza anche solo lontanamente visionaria. modeste anche le animazioni.

non una totale perdita di tempo, ma per quel poco che conosco so che l'animazione francese è capace di ben altro.

 
È uno di quei periodi in cui la voglia di veder film latita, ma comunque nelle ultime due settimane qualcosina me la sono sgranocchiata.

Avé | Konstantin Bojanov, 2011. Nulla di eccezionale, perlopiù dimenticabile in effetti, ma ero dell'umore giusto per questo genere di film ed ho avuto esattamente quello che mi aspettavo. Ha i suoi momenti di stanca (ammetto di aver saltato un paio di scene sul funerale, e il finale in realtà non conclude praticamente nulla) ma ne ha anche di molto belli: mi è piaciuto molto osservare questa relazione nascere per caso ed evolversi in precario equilibrio, seguendo un arco narrativo canonicissimo ma comunque sviluppato con sentimento e con la giusta gradualità. E poi – beh, un bel faccino come quello della Nedjalkova aiuta sempre.

La la land | Damien Chazelle, 2016. La prima parte mi è piaciuta ancora di più! La seconda ancora di meno, per cui l'impressione complessiva è rimasta la stessa. Comunque rimane dolcissimo il ricordo delle sequenze musicali, ancor più entusiasmanti ad una seconda visione.

E nel frattempo, non so perché, mi sono accorto di aver sviluppato una specie di sottile ossessione per Starlet. Non so nemmeno se sia un effettivo merito del film o se si tratti solo di qualche sensazione collaterale che mi ha suscitato, sta di fatto che più ci ripenso e più mi sciolgo aww

 
Spezzo il ritmo di un film a settimana per andare al cinema due volte in due giorni. :asd: Il primo lo commento la prossima volta, stamattina è urgente parlare di

New York, New York | Martin Scorsese, 1977. Mamma che brutto, problemi giganteschi nei ritmi, nei dialoghi, nei personaggi, praticamente ovunque. Parlandone sulla strada verso casa ne è uscito smontato praticamente scena dopo scena; metterlo per iscritto sarebbe poco utile oltre che faticoso, ma una qualche catalogazione credo sia indispensabile per dare un minimo di leggibilità al commento.

1. I tempi. Perché un film così lungo? Perché così tante scene così inutilmente prolisse? Due ore e mezza sono un'enormità per la storia che vuole raccontare (e per come la racconta, ma è un altro discorso), eppure avrei detto che ne fosse durato almeno una in più. Se non fossi stato al cinema e se non fossi stato in compagnia è estremamente probabile che non avrei retto fino alla fine. Scena simbolo: la Minnelli che sta seduta per trenta secondi, con tanto di quindici secondi finali di primo piano sugli occhi. (perchééé)

2. I dialoghi. Ma quanto parlano senza dir niente? Ma quante volte ripetono le stesse frasi in una sola conversazione? (Scusa cos'hai detto? cit.) E quante volte ripetono le stesse conversazioni? E tutti i litigi tutti uguali, tremendo quando De Niro fa quella faccia e capisci che sta per iniziarne daccapo un altro. La faccio breve, ma forse è il problema più evidente di tutti. Scena simbolo: i circa due minuti impiegati per ordinare tre bevute, ma ce ne sarebbero così tante. (E già che ci siamo, stendiamo un velo pietoso sulle scene "comiche".)

3. I personaggi. Se proprio questo film in meno di centocinquanta minuti non si poteva fare, sarebbe stato legittimo aspettarsi un minimo sviluppo dei personaggi, che tra l'altro partono pure benissimo. E invece in due ore e mezza non si è riusciti a dare un minimo spessore ai protagonisti, con una Minnelli che le prende per tutto il tempo e un De Niro che è sempre incazzatissimo! O simpaticissimo! O gelosissimo! O innamoratissimo! O talentuosissimo! Nel frattempo si sono perse le tracce dei personaggi di contorno, che ti accorgi che erano spariti solo quando riappaiono per qualche minuto. Per tornarsene poi in fretta dietro le quinte senza aver concluso niente, chiaro. Scena simbolo: boh, tutte.

4. De Niro. Che poverino le prova tutte per farci capire che nel film c'è anche lui, e che la star non è necessariamente la Minnelli, e cerca quindi di trasformare ogni scena in uno spettacolino in cui ci fa vedere quanto è istrionico!, e come sa improvvisare bene! Tutto bello se non fosse che ogni scena dura molto più di quanto dovrebbe, per cui ogni volta ti trovi con un certo imbarazzo a guardar l'orologio nell'attesa che lo spettacolino finisca. In realtà non è banale dire quanto la colpa sia dell'attore e quanto della sceneggiatura, ma visto il risultato non è poi così rilevante. Scena simbolo: lui che per non pagare l'albergo si finge disabile per minuti interi contro ogni evidenza (o almeno così a me è parso, dato che il commesso dimostra una forte difficoltà nell'afferrare la situazione). Ce ne sarebbero tante altre – è un po' lo stesso problema delle conversazioni logorroiche – ma questa è importante perché è stato il primo momento in cui ho capito che c'era qualcosa che non andava. Ed è tipo la seconda scena del film (anche se a posteriori ci si accorge che addirittura la prima dava molti segnali in questo senso).

5. La costruzione. Il film accelera e frena, e accelera, e frena, si dilunga oltre il sopportabile in scene inutilissime e tutte uguali per poi piazzare eleganti ellissi su passaggi della trama che forse meritavano più attenzione di una ridicola e interminabile raffica di insulti per un parcheggio. Quando i protagonisti fanno di tutto per rigettare l'empatia dello spettatore, e la vicenda sguazza nella banalità, una costruzione di questo tipo è il colpo di grazia per qualunque timido tentativo di mantenere l'attenzione sul film. (Come viene liquidato il bambino ahaha, una roba che giusto il finale di How I met your mother ha fatto peggio.) Scena simbolo: si potrebbe citare la totalità del film, ma è obbligata la scelta di Happy endings: un musical di quanto, un quarto d'ora?, piazzato così, a caso, qualche minuto prima del finale. Che paradossalmente nella sua banale stupidità è pure fra le cose meglio girate di tutto il film, peccato che, oltre ad essere (ma dai?) totalmente inutile ai fini della progressione della trama, dia un'ulteriore mazzata ad un ritmo già rantolante da qualche mezz'ora, per arrivare alla chicca di uno dei finali più anticlimatici che abbia mai visto.

E insomma la potevo risolvere fermandomi ad un togghiano Mamma che brutto, (d'altra parte potevo anche dilungarmi molto di più, quante cose ci sarebbero da dire – addirittura set riciclati, fondali dipinti evidentissimi, viaggi in macchina con il nulla più assoluto fuori dal finestrino, basta pensarci cinque secondi

e quante chicche saltano fuori) ma il fatto è che non mi capacito di come un prodotto tanto rotto possa portare il nome di Martin Scorsese. Sì che i problemi sono quasi tutti di sceneggiatura e montaggio, ma data la loro entità non può essere una scusante. Chiudo con l'unica nota positiva del film, ovvero ovviamente la Minnelli, prevedibilmente bravissima nel cantato, sorprendentemente altrettanto brava nella recitazione. (Che in realtà il suo vibrato non mi piace proprio, ma visto il quadro generale è proprio l'ultima cosa che vorrei criticare.) In fila per entrare in sala mi ero convinto ad acquistare la locandina del film, veramente stupenda. Mi è passata la voglia.

P.S.: Che poi si chiama New York, New York, ma New York nel film chi l'ha vista? La skyline sui titoli di testa, la prima e l'ultima scena, per il resto avrebbe potuto chiamarsi Pontedera, Pontedera dato che è tutto in interni o in viaggio. Boh, Scorsese ma sei sicuro di averlo girato tu?

 
L'unica cosa su cui concordo in quel post di quattro è ...

 
Bro te l'hai rivisto di recente, spiegaglielo tu a Quattro perchè è new york new york un filmone :stema:

 
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Bro te l'hai rivisto di recente, spiegaglielo tu a Quattro perchè è new york new york un filmone :stema:
Si è dileguato da Telegram il maledetto, si vede che vuole evitare il confronto diretto :l4gann:

 
Autopsy (2016) | Grandissimo film,non vedevo un film horror così ben fatto da tempo. Nonostante il film si svolga nello stesso luogo dall'inizio alla fine e con solo 2 personaggi il regista é riuscito a non far pesare minimamente la cosa. Complice l'abilità con cui è riuscito a creare un'atmosfera di tensione perenne che accompagna fino alla fine. Vedere il cadavere sul lettino dell'obitorio mi inquietava parecchio e in alcuni punti mi sono davvero spaventato quindi promosso a pieni voti.

 
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Quattro non è che l'hai visto semplicemente nel momento sbagliato?

Io nemmeno mi ricordavo che durasse più di due ore per dire, non lo ricordo affatto lungo e noioso anzi, lo ricordo come un film praticamente perfetto. Sul finale ero tipo "ah che film, adesso mi riguardo tutti i film di scorsese".

Ricordo che anche gangs of new york non ti era piaciuto per niente.

Sarai allergico ai film di scorsese con "new york" nel titolo, è l'unica spiegazione logica :kep88:

 
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Jack Reacher - Punto di non ritorno

I libri di Lee child con protagonista Jack Reacher sono 21 di cui pubblicati in Italia 19. Li ho letti tutti, negli anni, perché Jack Reacher è un personaggio singolare che gira l'America letteralmente sul cavallo dei suoi pantaloni. Poliziotto militare in pensione col grado di maggiore, cecchino impareggiabile, non possiede una casa per filosofia personale e non si lava i vestiti: li compra ogni due tre giorni, e butta i precedenti nel bidone del supermercato dove compra i nuovi. Gira col passaporto scaduto, e pochi contanti in tasca, lo spazzolino da denti pieghevole nella tasca della camicia, ma diversamente da un barbone dorme in motel per cui ha un aspetto meno trasandato di quanto si potrebbe pensare dalla descrizione.

Jack mena le mani volentieri, e qui nasce il problema della trasposizione cinematografica. L'unico motivo per cui Jack Reacher è interpretato da Tom Cruise è che Tom Cruise è il produttore del film. Perché Tom Cruise è tipo l'attore più basso di Hollywood con l'eccezione del simpaticissimo Danny De Vito, mentre Jack Reacher nei libri di Lee Child è alto 1,95 e pesa oltre 110 chili, che corrispondono circa alle misure di Dwayne Johnson, l'ex wrestler visto di recente protagonista di San Andreas.

Quindi la dinamicità dei libri si basa su un marcantonio che si aggira come Dwayne Johnson e incute rispetto anche quando cammina da solo per le pianure degli States alla ricerca di uno strappo e organizza i suoi confronti a muso duro con la presenza di un Dwayne, poi il produttore Cruise stravolge la cosa calando nel ruolo quel soldo di cacio di sé stesso e rovina un personaggio due volte, perché Cruise con Jack Reacher ci azzecca zero e perché oltretutto vedendo Cruise in un film d'azione rivedi quanto già visto in decine di action movie e il personaggio Jack Reacher è cinematograficamente bruciato.

Dei due film usciti La prova decisiva di qualche anno fa era godibile perché la trama in qualche modo si adattava a Cruise, puntando sulla precisione del cecchino Reacher più che sulla rissa. Mentre in questo Punto di Non ritorno i lettori di Lee Child si staranno rivoltando nella tomba, perché a Cruise mancano 30 centimetri e 40 chili per il fisico del ruolo che in questo secondo episodio richiedeva una fisicità estrema. Ovviamente chi non ha letto i libri e parte senza prevenzioni non lo sa e cade in pieno nel bluff di Cruise che inscena l'ennesima fotocopia di sé stesso in azione.

 
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Purtroppo sì, Wurdalak. :(

Forza, reagite alle mie impopolari prese di posizione. :kappe:
Ma veramente la tua opinione non è così impopolare, "New York, New York" è noto come un film "minore" di Scorsese, sono sorprendenti semmai i sostenitori :asd:

Poi per quanto mi riguarda anche il filmino della cresima di Scorsese è esagerato definirlo brutto, quindi sulla drasticità del tuo giudizio sono contrario, ma anche per me è uno dei meno riusciti di Martin.

P.S. Per Wurdalak, manco a me fa impazzire "Gangs of New York", mi piacque ma non particolarmente.

 
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