Spezzo il ritmo di un film a settimana per andare al cinema due volte in due giorni.

Il primo lo commento la prossima volta, stamattina è urgente parlare di
New York, New York | Martin Scorsese, 1977. Mamma che brutto, problemi giganteschi nei ritmi, nei dialoghi, nei personaggi, praticamente ovunque. Parlandone sulla strada verso casa ne è uscito smontato praticamente scena dopo scena; metterlo per iscritto sarebbe poco utile oltre che faticoso, ma una qualche catalogazione credo sia indispensabile per dare un minimo di leggibilità al commento.
1. I tempi. Perché un film così lungo? Perché così tante scene così inutilmente prolisse? Due ore e mezza sono un'enormità per la storia che vuole raccontare (e per come la racconta, ma è un altro discorso), eppure avrei detto che ne fosse durato almeno una in più. Se non fossi stato al cinema e se non fossi stato in compagnia è estremamente probabile che non avrei retto fino alla fine. Scena simbolo: la Minnelli che sta seduta per trenta secondi, con tanto di quindici secondi finali di primo piano sugli occhi. (perchééé)
2. I dialoghi. Ma quanto parlano senza dir niente? Ma quante volte ripetono le stesse frasi in una sola conversazione? (Scusa cos'hai detto? cit.) E quante volte ripetono le stesse conversazioni? E tutti i litigi tutti uguali, tremendo quando De Niro fa quella faccia e capisci che sta per iniziarne daccapo un altro. La faccio breve, ma forse è il problema più evidente di tutti. Scena simbolo: i circa due minuti impiegati per ordinare tre bevute, ma ce ne sarebbero così tante. (E già che ci siamo, stendiamo un velo pietoso sulle scene "comiche".)
3. I personaggi. Se proprio questo film in meno di centocinquanta minuti non si poteva fare, sarebbe stato legittimo aspettarsi un minimo sviluppo dei personaggi, che tra l'altro partono pure benissimo. E invece in due ore e mezza non si è riusciti a dare un minimo spessore ai protagonisti, con una Minnelli che le prende per tutto il tempo e un De Niro che è sempre incazzatissimo! O simpaticissimo! O gelosissimo! O innamoratissimo! O talentuosissimo! Nel frattempo si sono perse le tracce dei personaggi di contorno, che ti accorgi che erano spariti solo quando riappaiono per qualche minuto. Per tornarsene poi in fretta dietro le quinte senza aver concluso niente, chiaro. Scena simbolo: boh, tutte.
4. De Niro. Che poverino le prova tutte per farci capire che nel film c'è anche lui, e che la star non è necessariamente la Minnelli, e cerca quindi di trasformare ogni scena in uno spettacolino in cui ci fa vedere quanto è istrionico!, e come sa improvvisare bene! Tutto bello se non fosse che ogni scena dura molto più di quanto dovrebbe, per cui ogni volta ti trovi con un certo imbarazzo a guardar l'orologio nell'attesa che lo spettacolino finisca. In realtà non è banale dire quanto la colpa sia dell'attore e quanto della sceneggiatura, ma visto il risultato non è poi così rilevante. Scena simbolo: lui che per non pagare l'albergo si finge disabile per minuti interi contro ogni evidenza (o almeno così a me è parso, dato che il commesso dimostra una forte difficoltà nell'afferrare la situazione). Ce ne sarebbero tante altre – è un po' lo stesso problema delle conversazioni logorroiche – ma questa è importante perché è stato il primo momento in cui ho capito che c'era qualcosa che non andava. Ed è tipo la seconda scena del film (anche se a posteriori ci si accorge che addirittura la prima dava molti segnali in questo senso).
5. La costruzione. Il film accelera e frena, e accelera, e frena, si dilunga oltre il sopportabile in scene inutilissime e tutte uguali per poi piazzare eleganti ellissi su passaggi della trama che forse meritavano più attenzione di una ridicola e interminabile raffica di insulti per un parcheggio. Quando i protagonisti fanno di tutto per rigettare l'empatia dello spettatore, e la vicenda sguazza nella banalità, una costruzione di questo tipo è il colpo di grazia per qualunque timido tentativo di mantenere l'attenzione sul film. (Come viene liquidato il bambino ahaha, una roba che giusto il finale di
How I met your mother ha fatto peggio.) Scena simbolo: si potrebbe citare la totalità del film, ma è obbligata la scelta di
Happy endings: un musical di quanto, un quarto d'ora?, piazzato così, a caso, qualche minuto prima del finale. Che paradossalmente nella sua banale stupidità è pure fra le cose meglio girate di tutto il film, peccato che, oltre ad essere (ma dai?) totalmente inutile ai fini della progressione della trama, dia un'ulteriore mazzata ad un ritmo già rantolante da qualche mezz'ora, per arrivare alla chicca di uno dei finali più anticlimatici che abbia mai visto.
E insomma la potevo risolvere fermandomi ad un togghiano Mamma che brutto, (d'altra parte potevo anche dilungarmi molto di più, quante cose ci sarebbero da dire – addirittura set riciclati, fondali dipinti evidentissimi, viaggi in macchina con il nulla più assoluto fuori dal finestrino, basta pensarci cinque secondi
e quante chicche saltano fuori) ma il fatto è che non mi capacito di come un prodotto tanto rotto possa portare il nome di Martin Scorsese. Sì che i problemi sono quasi tutti di sceneggiatura e montaggio, ma data la loro entità non può essere una scusante. Chiudo con l'unica nota positiva del film, ovvero ovviamente la Minnelli, prevedibilmente bravissima nel cantato, sorprendentemente altrettanto brava nella recitazione. (Che in realtà il suo vibrato non mi piace proprio, ma visto il quadro generale è proprio l'ultima cosa che vorrei criticare.) In fila per entrare in sala mi ero convinto ad acquistare la
locandina del film, veramente stupenda. Mi è passata la voglia.
P.S.: Che poi si chiama
New York, New York, ma New York nel film chi l'ha vista? La skyline sui titoli di testa, la prima e l'ultima scena, per il resto avrebbe potuto chiamarsi
Pontedera, Pontedera dato che è tutto in interni o in viaggio. Boh, Scorsese ma sei sicuro di averlo girato tu?